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Il grande voltafaccia saudita

Sebbene da 35 anni sostenga tutti i movimenti jihadisti fino ai più estremisti, l’Arabia Saudita sembra improvvisamente cambiare politica. Minacciata nella sua stessa esistenza da un possibile attacco dell’Emirato Islamico, Riyad ha dato il segnale per la distruzione dell’organizzazione. Ma contrariamente alle apparenze, l’Emirato Islamico rimane sostenuto da Turchia e Israele, che mettono in commercio il petrolio da esso saccheggiato.


Su questa fotografia diffusa dall’Emirato islamico, si nota uno dei suoi combattenti armato di un Famas francese mentre Parigi nega qualsiasi contatto con questa organizzazione. In realtà, la Francia ha armato l’Esercito Siriano Libero con l’istruzione di riversare i due terzi del suo materiale al Fronte Al-Nusra (cioè ad Al-Qai’da in Siria), così come è attestato da un documento fornito dalla Siria al Consiglio di sicurezza dell’Onu. In seguito varie unità di Al-Nusra si sono radunate con le loro armi all’Emirato islamico. Inoltre, contrariamente alle dichiarazioni ufficiali, il comandante dell’Emirato islamico, l’attuale califfo Ibrahim, cumulava le sue funzioni con quelle di membro dello stato maggiore dell’esercito Siriano Libero.

Premessa: l’Emirato Islamico è una creazione occidentale

L'unanimità del Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro l’Emirato Islamico (EI) e l’approvazione della risoluzione 2170 sono soltanto un atteggiamento di facciata. Non possono far dimenticare il sostegno statuale di cui l’EI ha beneficiato e del quale beneficia ancora.

Si prendano ad esempio i recenti avvenimenti in Iraq: tutti hanno potuto osservare che i combattenti dell’EI sono entrati nel Paese a bordo di colonne di Humvee nuovi fiammanti, usciti direttamente dalle fabbriche statunitensi della American Motors, e armati di materiali ucraini, altrettanto nuovi. È con questo equipaggiamento che si sono impadroniti delle armi statunitensi dell’Esercito iracheno.

Allo stesso modo, tutti si sono meravigliati per la disponibilità, da parte dell’EI, di amministratori civili in grado di prendere subito in mano la gestione dei territori conquistati, nonché di specialisti della comunicazione abili nel promuovere la sua azione su internet e in televisione; ovvero di personale chiaramente formato a Fort Bragg.

Nonostante la censura statunitense ne abbia proibito qualsiasi citazione, sappiamo dall’agenzia di stampa britannica Reuters che una seduta segreta del Congresso ha votato, nel gennaio 2014, il finanziamento e l’armamento dell’Esercito Siriano Libero (ESL), del Fronte Islamico , del Fronte Al-Nusra e dell’Emirato Islamico fino al 30 Settembre 2014.

Qualche giorno dopo, Al-Arabiya si vantava del fatto che il principe Abdul Rahman fosse il vero leader dell’Emirato Islamico.

Poi, il 6 febbraio, il segretario alla Sicurezza della Patria degli Stati Uniti ha riunito i principali ministri dell’Interno europei in Polonia, per chiedere loro di tenere gli jihadisti europei nel Levante, vietando loro il rientro nei paesi di origine, in modo che l’EI fosse abbastanza numeroso da poter attaccare l’Iraq.

Infine, a metà febbraio, un seminario di due giorni ha riunito presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti i capi dei servizi segreti alleati coinvolti in Siria, sicuramente per preparare l’offensiva dell’EI in Iraq.

È davvero assai sconvolgente osservare i media internazionali denunciare improvvisamente i crimini degli jihadisti quando invece questi si susseguono senza interruzione da tre anni. Non c’è nulla di nuovo negli sgozzamenti pubblici e nelle crocifissioni: per esempio, l’Emirato Islamico di Baba Amr, nel febbraio 2012, si era dato un "tribunale religioso" che ha condannato a morte per decapitazione più di 150 persone senza che né in Occidente né alle Nazioni Unite ci sia stata alcuna reazione.

Nel maggio 2013, il comandante della Brigata Al-Farouk dell’Esercito Siriano Libero (i famosi "moderati") ha trasmesso un video in cui decapitava un soldato siriano e mangiava il suo cuore. All’epoca, gli occidentali insistevano a presentare questi jihadisti come "oppositori moderati", ma disperati, in lotta per la "democrazia". La BBC ha dato persino la parola al cannibale perché si giustificasse.


Non c’è alcun dubbio che la differenza stabilita da Laurent Fabius tra jihadisti "moderati" (Esercito Siriano Libero e il Fronte Al-Nusra, cioè Al-Qai’da, fino all’inizio del 2013) e jihadisti "estremisti "(Fronte Al-Nusra dal 2013 e EI) sia un mero artificio di comunicazione. Il caso del califfo Ibrahim è illuminante: nel maggio 2013, durante la visita di John McCain all’ESL, era definito sia membro dello stato maggiore "moderato", sia leader della fazione "estremista".

Allo stesso identico modo, una lettera del generale Salim Idriss, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Siriano Libero, datata 17 gennaio 2014, attesta che la Francia e la Turchia hanno consegnato munizioni per un terzo all’Esercito Siriano Libero e per due terzi ad Al-Qai’da tramite lo stesso ESL. L’autenticità di questo documento, presentato dall’ambasciatore siriano Bashar Jaafari al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non è stata contestata dalla delegazione francese.



John McCain e il quartier generale dell’Esercito Siriano Libero. In primo piano a sinistra, Ibrahim al-Badri, con il quale il senatore sta parlando. Subito dopo, il brigadier generale Salim Idris (con gli occhiali).




Detto questo, è chiaro che l’atteggiamento di alcune potenze della NATO e del Consiglio di Cooperazione del Golfo è cambiato nel mese di agosto 2014 per passare da un sostegno segreto, massiccio e costante, a un’aperta ostilità. Perché?

La dottrina dello jihadismo di Brzezinski

Qui dobbiamo tornare indietro di 35 anni per capire l’importanza del voltafaccia che l’Arabia Saudita - e forse gli Stati Uniti - stanno compiendo. Dal 1979, Washington, su iniziativa del Consigliere per la Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski, ha deciso di sostenere l’Islam politico contro l’influenza sovietica, rinnovando la politica adottata in Egitto a sostegno dei Fratelli Mussulmani contro Gamal Abdel Nasser.

Brzezinski decise all’epoca di lanciare una vasta "rivoluzione islamica" dall’Afghanistan (allora governato dal regime comunista di Muhammad Taraki) e dall’Iran (dove lui stesso organizzò il ritorno del’Imam Ruhollah Khomeini). Successivamente, questa rivoluzione islamica doveva propagarsi nel mondo arabo e portare con sé i movimenti nazionalisti associati con l’URSS.

L’operazione in Afghanistan fu un successo insperato: gli jihadisti della Lega anti-comunista mondiale (WACL), reclutati in seno ai Fratelli Mussulmani e guidati dal miliardario anticomunista Osama bin Laden, lanciarono una campagna terroristica che portò il governo a fare appello ai sovietici. L’Armata Rossa entrò in Afghanistan e lì si impantanò per cinque anni, accelerando la caduta dell’URSS.

L’operazione in Iran fu al contrario un disastro: Brzezinski constatò meravigliato che Khomeini non era l’uomo che gli avevano dipinto - un vecchio ayatollah intento a recuperare le sue proprietà fondiarie confiscate dallo Scià - bensì un vero e proprio anti-imperialista. Considerando un po’ troppo tardi che la parola "islamista" non aveva affatto lo stesso significato per gli uni e per gli altri, decise di distinguere i buoni sunniti (collaborativi) dai cattivi sciiti (anti-imperialisti) e affidare la gestione dei primi all’Arabia Saudita.

Infine, considerando il rinnovamento dell’alleanza tra Washington e i Sauditi, il presidente Carter annunciò, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 23 gennaio 1980, che ormai l’accesso al petrolio del Golfo era un obiettivo di sicurezza nazionale statunitense.

Da allora, gli jihadisti sono stati accusati di tutti i brutti tiri contro i sovietici (poi i russi) e contro i regimi arabi nazionalisti o recalcitranti. Il periodo compreso tra l’accusa lanciata contro gli jihadisti di aver fomentato e realizzato gli attentati dell’11 settembre fino all’annuncio della presunta morte di Osama bin Laden in Pakistan (ovvero il periodo dal 2001 al 2011) ha complicato ulteriormente le cose.

Si trattava allo stesso tempo di negare qualsiasi relazione con gli jihadisti e di utilizzarli come pretesto per degli interventi. Le cose sono diventate nuovamente chiare nel 2011, con la collaborazione ufficiale tra gli jihadisti e la NATO in Libia e in Siria.

La virata saudita dell’agosto 2014

Per 35 anni l’Arabia Saudita ha finanziato e armato tutte le correnti politiche mussulmane dal momento che (1) erano sunniti, (2) dichiaravano il modello economico degli Stati Uniti compatibile con l’Islam e (3 ), nel caso in cui il loro paese avesse sottoscritto un accordo con Israele, essi non lo avrebbero messo in discussione.

Per 35 anni, la stragrande maggioranza dei sunniti ha chiuso gli occhi sulla collusione tra jihadisti e imperialismo. Ha espresso solidarietà per tutto quello che gli jihadisti hanno fatto e per tutto quello che è stato loro attribuito. Infine, ha legittimato il wahabismo come una forma autentica dell’Islam, nonostante la distruzione di luoghi santi in Arabia Saudita.

Osservando con sorpresa la "primavera araba", alla preparazione della quale non era stata invitata, l’Arabia Saudita si preoccupò per il ruolo accordato da Washington al Qatar e ai Fratelli Mussulmani. Riyad entrò presto in competizione con Doha per sponsorizzare gli jihadisti in Libia e soprattutto in Siria.

Anche il re Abdullah salvò l’economia egiziana quando, divenuto presidente dell’Egitto il generale Abdel Fattah al-Sisi, gli trasmise esattamente come agli Emirati Arabi la copia completa dei dossiers di polizia sui Fratelli Mussulmani. Tuttavia, nel contesto della lotta contro la Fratellanza, il generale Al-Sisi scoprì e trasmise nel febbraio 2014 il piano dettagliato dei Fratelli per impadronirsi del potere a Riyad e Abu Dhabi. In pochi giorni i congiurati furono arrestati e confessarono, mentre l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti minacciavano il Qatar, sponsor dei Fratelli, di distruggerlo se non avesse lasciato immediatamente la Fratellanza.

Riyad non ha tardato a scoprire che anche l’Emirato Islamico era corrotto e si apprestava ad attaccarlo dopo aver occupato un terzo dell’Iraq.

Il catenaccio ideologico pazientemente costruito per 35 anni è stato polverizzato dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Egitto. L’11 agosto il grande imam dell’università di Al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, ha severamente condannato l’Emirato Islamico e Al-Qa’ida. Gli ha fatto eco il giorno dopo il Gran Mufti d’Egitto, Shawki Allam.

Il 18 agosto e poi di nuovo il 22, Abu Dhabi ha bombardato, con l’assistenza del Cairo, dei terroristi a Tripoli (Libia). Per la prima volta, due Stati sunniti si sono alleati per attaccare degli estremisti sunniti in uno Stato terzo sunnita. Il loro bersaglio non era altro che un’alleanza comprendente Abdelhakim Belhaj, l’ex numero tre di Al-Qa’ida nominato governatore militare di Tripoli dalla NATO.

Sembra che questa azione sia stata intrapresa senza informare preventivamente Washington.

Il 19 agosto, il Gran Muftì dell’Arabia Saudita, lo sceicco Abdul-Aziz Al al-Sheikh, si è deciso - finalmente - a qualificare gli jihadisti dell’Emirato Islamico e di Al-Qa’ida come "nemico numero uno dell’Islam".

Le conseguenze del voltafaccia saudita

Il voltafaccia dell’Arabia Saudita è stato così rapido che gli attori regionali non hanno avuto il tempo di adattarsi e si trovano quindi in posizioni contraddittorie a seconda dei dossier aperti. In linea di massima, gli alleati di Washington condannano l’Emirato Islamico in Iraq, ma non ancora in Siria.

Più sorprendente ancora è l’evidenza del fatto che, mentre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha condannato l’Emirato Islamico nella propria dichiarazione presidenziale del 28 luglio e nella propria risoluzione 2170 del 15 agosto, l’organizzazione jihadista continua a disporre di sostegni da parte di entità statuali: in violazione dei principi richiamati o emanati da quei testi, il petrolio iracheno saccheggiato dall’EI passa attraverso la Turchia. Esso viene caricato nel porto di Ceyhan su petroliere che fanno scalo in Israele e poi ripartono verso l’Europa. Per ora i nomi delle società finanziatrici non sono chiari, ma la responsabilità della Turchia e di Israele è evidente.

Da parte sua, il Qatar, che continua ad ospitare numerose personalità dei Fratelli Mussulmani, nega di sostenere ancora l’Emirato Islamico.






Riunione dei Ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Qatar a Gedda, il 24 agosto 2014, per affrontare l’Emirato Islamico. 
La Giordania era rappresentata in questo vertice.






In occasione delle conferenze stampa congiunte, i ministri degli esteri russo e siriano, Sergey Lavrov e Walid Moallem, hanno lanciato un appello per costituire una coalizione internazionale contro il terrorismo. Ciò nonostante gli Stati Uniti, mentre preparavano operazioni di terra in territorio siriano con i britannici (la "Forza di intervento nera"), hanno rifiutato di allearsi con la Repubblica Araba Siriana e insistono nell’esigere le dimissioni del presidente eletto Bashar al-Assad.

Lo scontro che ha appena messo fine a 35 anni di politica saudita si trasforma in confronto tra Riyad e Ankara. Già ora, il partito curdo turco e siriano, il PKK, che è ancora considerato da Washington e Bruxelles come un’organizzazione terroristica, è sostenuto dal Pentagono contro l’Emirato Islamico. In effetti, e contrariamente alle presentazioni fuorvianti della stampa atlantista, sono proprio i combattenti del PKK turchi e siriani, e non i peshmerga iracheni del Governo locale del Kurdistan, ad aver respinto l’Emirato Islamico nei giorni scorsi, con l’aiuto dell’aviazione statunitense.

Conclusione provvisoria

È difficile sapere se la situazione attuale sia una messa in scena oppure la realtà. Gli Stati Uniti hanno davvero intenzione di distruggere l’Emirato Islamico che essi stessi hanno formato e che sarebbe loro sfuggito di mano, oppure intendono semplicemente indebolirlo e tenerselo come strumento politico regionale? Ankara e Tel Aviv sostengono l’EI per conto di Washington o contro Washington? Oppure giocano su dissensi interni agli Stati Uniti? I Sauditi arriveranno, per salvare la monarchia, fino ad allearsi con l’Iran e la Siria abbattendo il dispositivo di protezione di Israele?

Thierry Meyssan

Traduzione: Luisa Martini
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L'ONU e la sua imbarazzante immunità

Si tratta di una notizia praticamente passata sotto silenzio. L’Onu non è processabile e gode dell’immunità assoluta, anche quando c’è il dubbio che sia responsabile del massacro di oltre 8mila persone. Eppure nessuno ha gridato allo scandalo o all’ingiustizia. Semplicemente non se ne è parlato.

I fatti risalgono al luglio del 1995 ed è noto come il “genocidio di Srebrenica” nella quale persero la vita migliaia di musulmani bosniaci. Srebrenica era un’enclave protetta dalla Nazioni Unite, delimitata e demilitarizzata per proteggere la popolazione civile dalle rappresaglie serbo-bosniache. A partire dal 9 luglio tutta la zona venne attaccata dalle truppe, che riuscirono infine ad entrare nella città di Srebrenica. Gli uomini furono separati dalle donne, dai bambini (under 14) e dagli anziani (over 65) e furono tutti uccisi. Nelle fosse comuni sono state trovate oltre 6mila salme identificate anche con il test del DNA, morti che ancora non hanno ottenuto giustizia.

I 600 caschi blu dell’ONU e le tre compagnie olandesi Dutchbat I, II, III non intervennero per impedire il massacro. Le porte della base di Potočari furono sbarrate alle migliaia di profughi che cercarono protezione, e questo nonostante i militari fossero consapevoli del rischio che tutti correvano. Anzi, formarono persino “un cordone per respingere la popolazione che preme sulla recinzione”.

Già nel 2008 la Corte Distrettuale d’Appello dell’Aja aveva riconosciuto le responsabilità del contingente olandese, colpevole di complicità. Forte di questo parere, l’associazione “Madri di Srebrenica” ha presentato un ricorso alla Corte di Strasburgo contro i Paesi Bassi e le Nazioni Unite.Il ricorso è stato rigettato l’11 giugno 2013.

Il motivo è presto detto. "L’ONU gode dell’immunità da cause civili direttamente collegata alle sue funzioni di rafforzamento della pace e della sicurezza nel mondo», sancendo in questo modo come le Nazioni Unite «non sono soggette ad alcuna forma di controllo giudiziario" come ha polemicamente evidenziato lo studio legale “Van Diepen Van der Kroef Advocaten” che assiste l’associazione.

Sembrerebbe dunque evidente - o certo - che l’ONU non sia nemmeno lontanamente colpevole dei morti di Srebrenica; eppure i Tribunali hanno messo la mano sopra questo giudizio. L’ONU non è dunque processabile. Le sue motivazioni sono la pace e l’uguaglianza e quando sbaglia (se sbaglia) nessuno lo può giudicare.

Va da sé che questa presa di posizione apre non poche zone d’ombra sulla non-giudicabilità della più importante istituzione internazionale contemporanea. E se l’ONU dovesse mai sbagliarsi anche su altri fronti? Se dovesse mai fare degli errori di valutazione proprio nella definizione di pace e uguaglianza? Ricordiamo che l’ONU non è solo un organismo per la sicurezza, ma ricopre l’importante ruolo di “produttore di senso” dando le direttive in ambiti economici, sociali e culturali. I suoi programmi sono universali, operativi, in grado di condizionare governi e coscienze. E adesso sono anche non-giudicabili (purché siano per la pace e per la sicurezza nel mondo).

Eppure sia la Corte di Strasburgo sia le Nazioni Unite sono ipersensibili anche ai più microscopici diritti. Fare luce sulla responsabilità di un genocidio dovrebbe essere la prerogativa della prima e condizione necessaria per la seconda. E l’immunità, in questo caso, non aiuta certo a fidarsi della bontà di entrambi. Non può non venire in mente, a questo punto, il collegamento con gli otto punti programmatici che i 191 Stati membri dell’ONU si sono impegnati a realizzare entro il 2015.

Punti che vogliono eliminare in Europa le parole “povertà”, “discriminazione” e allargare i “diritti fondamentali”. Ma, come scrive Scandroglio sulla Nuova Bussola, “per chi siede a Strasburgo il vero povero è colui che non può ricorrere ad aborto e contraccezione [...] e vanno difesi con forza il diritto ad un più alto standard di salute, compresa la salute sessuale e riproduttiva [...] anche fornendo pianificazione familiare volontaria, aborti sicuri e contraccettivi”.

Anche sul diritto all’omosessualità l’Unione Europea e le Nazioni Unite hanno dei piani ben precisi, per assicurare che sia rispettato, grazie all’istituzione di indicatori, osservatori e politiche statali. Tutte cose che avranno un costo, non pagabile da nessuno se non dai contribuenti stessi, che dovranno versare lo 0,7% del PIL nazionale per fare in modo che l’omosessualità, l’aborto e la contraccezione siano garantite.

Nel caso italiano si parla di cifre intorno ai 10 miliardi di euro, alla faccia della crisi.

Probabilmente sarà una tassa imposta, voluta da quegli stessi enti che quando devono scagionarsi da un genocidio invocano l’immunità, ma che nello stesso tempo sono i migliori e più buoni garanti dei diritti dell’uomo.

Davide Greco

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La potente Lobby Ebraica

Per decenni Israele ha violato i principi codificati del diritto internazionale e sfidato numerose risoluzioni delle Nazioni Unite a proposito dei territori palestinesi occupati, delle uccisioni extra giudiziarie e dei suoi ripetuti atti d'aggressione militare. Gran parte del mondo considera la politica israeliana, e specialmente la sua oppressione dei Palestinesi, come vergognosa e criminale. Questa opinione comune internazionale è riflessa, per esempio, in numerose risoluzioni dell'ONU che condannano Israele e che sono state approvate da schiaccianti maggioranze.

"Il mondo intero" - affermava nel 2002 l'allora segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan - "chiede che Israele si ritiri dai territori palestinesi occupati. Ed io non credo che il mondo intero... possa essere in errore."

Solo negli Stati Uniti i politici ed i media sostengono ancora fedelmente Israele e la sua politica. Per decenni gli Stati Uniti hanno fornito ad Israele un cruciale sostegno militare, diplomatico e finanziario oltre ad un aiuto economico annuo di più di tre miliardi di dollari. Perché gli Stati Uniti restano il solo bastione di supporto per Israele? Il Vescovo del Sud Africa Desmond Tutu, che fu insignito nel 1984 del premio Nobel per la Pace, ha candidamente illustrato la ragione:

"Il governo d'Israele è posto su di un piedistallo (negli USA) e la sua critica è immediatamente sospettata d'antisemitismo. La gente di questo paese ha paura di dire pane al pane e vino al vino perché la lobby ebraica è potente, molto potente."

Il Vescovo Tutu dice il vero. Sebbene gli ebrei costituiscano solo circa il tre per cento della popolazione degli Stati Uniti, essi controllano un immenso potere ed esercitano un'influenza molto maggiore di quella d'ogni altro gruppo etnico o religioso.

Come l'autore ebreo e professore di Scienze Politiche Benjamin Ginsberg ha argutamente mostrato:

"Dagli anni sessanta gli ebrei sono arrivati a detenere una considerevole influenza in America sull'economia, la cultura, la vita politica ed intellettuale. Gli ebrei hanno giocato un ruolo centrale nella finanza americana durante gli anni ottanta ed essi sono stati i maggiori beneficiari di fusioni e riorganizzazioni economiche. Oggi, sebbene appena il 2% della popolazione nazionale sia ebraica, quasi la metà dei suoi miliardari è ebrea. I vertici degli uffici esecutivi dei tre maggiori network televisivi e i quattro maggiori proprietari degli studios cinematografici sono ebrei come i proprietari dei più influenti giornali, il New York Times... Il ruolo e l'influenza degli ebrei nella politica americana è egualmente significativo...

Gli ebrei sono meno del tre per cento della popolazione nazionale ma comprendono l'undici per cento di quello che gli studi definiscono l'élite nazionale. Inoltre gli ebrei costituiscono più del 25% delle élite giornalistica e editoriale, più del 17% dei leader d'importanti organizzazioni di volontariato ed interesse pubblico e più del 15% degli alti ranghi dell'amministrazione statale."


Stephen Steinlights ex-direttore del National Affairs of the American Jews Committeee similmente rilevava "lo spropositato potere politico degli ebrei è senza dubbio il più grande rispetto ad ogni altro gruppo etnico/culturale in America." Egli proseguiva spiegando che "il potere e l' influenza economica degli ebrei sono concentrate in modo spropositato a Hollywood, nella televisione e nell'industria mediatica."

Due ben noti scrittori ebrei, Seymour Lipset ed Earl Raab scrivevano nel loro libro "
Jews and the New American Scene" del 1995:

"Durante gli ultimi tre decenni, gli ebrei negli Stati Uniti hanno superato il 50% tra i maggiori 200 intellettuali... il 20% tra i professori nelle università più prestigiose... il 40% tra i soci dei maggiori studi legali  a New York e a Washington... il 59% dei direttori, scrittori, e dei produttori delle 50 maggiori pellicole cinematografiche dal 1965 al 1982, e il 58% dei direttori, scrittori e produttori in due o più serie televisive di prima serata."
 

L'influenza dell'ebraismo americano a Washington, notava il quotidiano israeliano Jerusalem Post "è largamente sproporzionata rispetto alle dimensioni della comunità, ammettono i leader ebrei ed americani. Ma così è l'ammontare della somma di denaro che essi elargiscono per le campagne elettorali." Uno dei membri dell'influente Conference of Presidents of Major American Jewish Organizations, stimava che gli ebrei hanno da soli contribuito con il 50% dei fondi per la campagna di rielezione del Presidente Bill Clinton del 1996.

"E' completamente privo di senso cercare di negare la realtà del potere ebraico ed il suo predominio nella cultura popolare" ammette Michael Medved un noto scrittore e critico cinematografico ebreo "Ogni lista dei più influenti produttori cinematografici produrrebbe una preponderante maggioranza di riconoscibili nomi ebraici."

Una delle persone che ha più attentamente studiato questo argomento è Jonathan J. Goldberg, adesso editore dell'influente settimanale della comunità ebrea Forward. Nel suo libro "Jewish Power" del 1996 scriveva:

"Nei settori chiave dei media, specialmente negli studi cinematografici di Hollywood, gli Ebrei sono così numericamente dominanti che definire questi affari sotto controllo ebreo è poco più che un'osservazione statistica... Hollywood alla fine del ventesimo secolo è ancora un'industria con una pronunciata coloritura etnica. Praticamente tutti i capi delle produzioni cinematografiche sono ebrei. Scrittori, produttori, e anche i meno evoluti direttori sono in larga maggioranza ebrei - un recente studio ha mostrato come superino il 59% tra i produttori di film a budget più elevato. Il peso di tanti ebrei in una delle più lucrose ed importanti industrie americane conferisce loro uno straordinario potere politico. Essi sono la maggior riserva di denaro per i candidati Democratici."

Specularmente alla loro forte presenza nei media americani gli ebrei sono abitualmente descritti come molto intelligenti, altruistici, degni di fede, compassionevoli e meritevoli di simpatia e sostegno. Mentre milioni di americani si adattavano prontamente a queste immagini stereotipate qualcuno non si lasciava impressionare. "Sono molto arrabbiato con qualcuno degli ebrei" - dichiarava l'attore Marlon Brando in un intervista del 1996 - "essi sanno perfettamente che tipo di responsabilità possiedono... Hollywood è governato dagli ebrei, ed essi dovrebbero manifestare una grande sensibilità per la gente che sta soffrendo."


A Well-Entrenched Factor

Il potere d'intimidazione della "lobby ebraica" non è un fenomeno recente, ma è stato da molto tempo un importante fattore della vita sociale americana.

Nel 1941 Charles Lindbergh parlò della pericolosità del potere ebraico nei media e nel governo. Il timido trentanovenne - famoso in tutto il mondo per il suo primo ed epico volo transatlantico del 1927 da New York a Parigi, - si rivolgeva a settemila persone a Des Moines, Iowa, l'undici settembre del 1941 illustrando il pericolo del coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra che si stava svolgendo in Europa. Egli spiegò che i tre più importanti gruppi di pressione che spingevano gli Stati Uniti verso la guerra erano i britannici, gli ebrei e l'amministrazione di Roosevelt.

A proposito degli ebrei egli disse: "Il più grande pericolo per questo paese sta nelle loro immense proprietà e nella loro grande influenza nel nostro cinema, sulla nostra stampa, la nostra radio e il nostro governo."

E aggiunse:

"Per ragioni che sono comprensibili dal loro punto  di vista, che non è il nostro per il motivo che essi non sono americani, desiderano coinvolgerci nella guerra. Noi non possiamo biasimarli poiché essi perseguono quelli che ritengono essere i loro interessi ma dobbiamo difendere i nostri. Noi non possiamo seguire le naturali pulsioni e i pregiudizi degli altri popoli per condurre il nostro paese alla distruzione."

Nel 1978, l'autore ebreo americano Alfred M. Lilienthal scrisse nel suo dettagliato studio "The Zionist Connection" scrisse:

"Come è stata imposta la volontà sionista al popolo americano?... E' la 'Jewish connection', la solidarietà tribale tra correligionari, l'incredibile vantaggio sui non ebrei, che ha forgiato questo potere senza precedenti... Nelle grandi aree metropolitane la 'Jewish-Zionist connection' pervade completamente gli influenti circoli finanziari, commerciali, sociali e ricreativi."

Il risultato del dominio ebraico sui media, scriveva Lilienthal, è che la copertura informativa delle notizie sul conflitto Israelo - Palestinese nella televisione e sulla stampa americana è inesorabilmente a favore d'Israele. Ciò si manifesta per esempio nel deformante ritratto del "terrorismo" palestinese. Come puntualizza Lilienthal: "I reportage unilaterali sul terrorismo, in cui la causa non è mai relazionata all'effetto, sono possibili perché la più efficiente parte della 'Jewish connection' è probabilmente il controllo dei media."

One - sided 'Holocaust' History

Il controllo ebraico della vita culturale ed accademica ha avuto un profondo impatto sul modo in cui gli americani guardano al loro passato. In nessun posto più che nella campagna mediatica sull'Olocausto e sul destino degli ebrei in Europa durante la seconda guerra mondiale la visione giudeo - centrica della storia è più radicata.

Lo storico israeliano Yehuda Bauer professore all'università ebraica di Gerusalemme ed esperto dell'Olocausto ha notato:

"Sia se presentato realisticamente o in modo inautentico, sia se compatibile con i fatti storici o in contraddizione con questi, sia se rappresentato con empatia e comprensione o come un monumento al kitsch, l'olocausto è diventato un simbolo dominante della nostra cultura. Difficilmente trascorre un mese senza una nuova produzione televisiva, un nuovo film, un nuovo spettacolo, dei nuovi libri di prosa o poesia commercializzino il tema, e il flusso è in crescita più che in diminuzione."

Le sofferenze dei non-ebrei non meritano le stesse attenzioni. Fuori dal focus della vittimizzazione ebraica sono, per esempio, i milioni di vittime del colonialismo, quelle della Russia stalinista, più di dieci milioni di vittime del regime maoista in Cina e dai 12 ai 14 milioni di tedeschi, vittime della fuga e delle espulsioni dal 1944 - 1949 in cui circa due milioni persero la vita.

La ben finanziata campagna mediatica ed 'educativa' sull'Olocausto è di cruciale importanza per gli interessi di Israele. Paula Hyman professore di storia ebraica moderna all'università di Yale ha osservato:

"Con i ringraziamenti d'Israele, l'Olocausto può essere usato per prevenire le critiche politiche e sopprimere il dibattito; esso rinforza il senso degli ebrei di essere un popolo assediato che può difendersi solo facendo affidamento solo su se stesso. L'invocazione delle sofferenze patite dagli ebrei sotto i nazisti,spesso, occupa il posto delle argomentazioni razionali ed è usato per convincere i dubbiosi della legittimità dell'attuale politica del governo d'Israele."

Norman Finkelstein, autore ebreo che insegna scienze politiche all'università di New York (Hunter College), scrive nel suo libro, The Holocaust Industry [ed. italiana "'industria dell'Olocausto" Rizzoli 2002] "invocare l'Olocausto" è "un espediente per delegittimizzare ogni critica rivolta agli ebrei". "Attraverso il conferimento delle totale impunità degli ebrei, il dogma dell'Olocausto immunizza Israele e l'ebraismo americano da ogni legittima censura... L'ebraismo organizzato ha sfruttato l'olocausto nazista per deviare le critiche rivolte ad Israele e la sua moralmente indifendibile politica." Egli scrive della vergognosa "estorsione di denaro" fatta alla Germania, alla Svizzera e ad altri paesi da Israele e dalle organizzazioni ebraiche "per estorcere miliardi di dollari." "L'Olocausto" - predice Finkelstein - "può trasformarsi nella più grande rapina della storia del genere umano."

"Gli ebrei in Israele si sentono liberi di effettuare ogni atto di brutalità contro gli arabi"- scrive il giornalista israeliano Ari Shavit - "credendo con certezza assoluta, che ora, con la Casa Bianca, il Senato e molti dei media americani nelle loro mani, la vita degli altri non conta come quella ebraica."

L'Ammiraglio Thomas Moorer, ultimo presidente del US Joint Chiefs of Staff, ha parlato con schiettezza esasperata della supremazia ebraico-israeliana negli Stati uniti:

"Non ho mai visto un presidente - non importa chi egli sia - che  li abbia contrastati. E' difficile anche solo immaginarlo. Essi hanno sempre ottenuto quello che vogliono. Gli israeliani sanno sempre quello che succede. Arrivai al punto che mi era impossibile scrivere qualcosa sull'argomento. Se il popolo americano capisse che tipo di dominio questa gente ha sul nostro governo, insorgerebbe in armi. I nostri cittadini certamente non hanno nessun idea di quello che succede."

Oggi il pericolo è più grande che mai. Israele e le organizzazioni ebraiche, in collaborazione con le lobby filo-sioniste di questo paese stanno incitando gli Stati Uniti - la maggior potenza mondiale militare ed economica - ad una nuova guerra contro i nemici d'Israele. Come ha recentemente riconosciuto l'ambasciatore francese a Londra, "Israele" - che egli ha definito "that shitty little country" - è una minaccia per la pace mondiale. "Perché il mondo dovrebbe rischiare a causa di questa gente la terza guerra mondiale?" 
 
Riassumendo: gli ebrei controllano un immenso potere ed esercitano una pesante influenza negli Stati Uniti. "La lobby ebraica" è un fattore decisivo per il sostegno statunitense ad Israele. Gli interessi ebraico-sionisti non sono identici agli interessi americani. Nei fatti, spesso, sono in conflitto. Fino a che la potentissima lobby ebraica rimarrà al suo posto non ci sarà fine alla sistematica distorsione degli avvenimenti presenti e della storia, alla dominazione ebraico-sionista del sistema politico degli Stati Uniti, all'oppressione sionista in Palestina, al sanguinoso conflitto tra ebrei e non-ebrei nel Medio Oriente e alla minaccia israeliana alla pace.

Mark Weber.

Mark Weber è il direttore del Institute for Historical Review.
Ha studiato storia all'università dell'Illinois (Chicago), all'Università di Monaco di Baviera, alla Università statale di Portland e all'Indiana University (M.A.,1977). Per nove anni è stato editore della prestigiosa rivista dell' IHR il Journal of Historical Review.



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Dall’espropriazione all’appropriazione

Le risorse sociali sembrano a portata di mano ma sono separate dai loro produttori da una parete di vetro. E questo perché la società che si fonda sul lavoro e sulla produzione di merce non è altro che una gigantesca macchina dell’espropriazione. Non nell’interpretazione asfittica, da marxismo del movimento operaio, secondo cui i mezzi di produzione non “appartengono” giuridicamente ai lavoratori i quali quindi vengono privati dei frutti del loro lavoro (nella forma feticistica del plusvalore) dal capitale. L’espropriazione ha un carattere molto più esteso e perciò non la si può superare attraverso un semplice cambiamento esterno, giuridico nel cosiddetto “potere di disporre” su fabbriche, terreni, officine, case ecc.

Questo vale anche se lo Stato si presenta come imprenditore generale e proclama in pompa magna che “il popolo” o la “classe operaia” sono divenuti “ipso facto” gli orgogliosi proprietari dell’intero aggregato dell’economia nazionale al servizio della quale devono sottomettersi in modo zelante, o se le imprese in “autogestione” sono condotte come comunità che producono merce e con essa un contesto sociale orientato dell’economia di mercato (anche se il mercato dove è possibile viene provvisto dell’aggettivo “socialista”)- entrambi questi due casi hanno rappresentato solo due tentativi storici fallimentari, di introdurre una consapevolezza riguardo ai bisogni all’interno della società della merce e del lavoro, che è per sua natura un sistema cieco e indifferente ai bisogni.

In questa società le potenze produttive e le condizioni socio-culturali si contrappongono agli uomini nella forma impazzita di una forza esterna dominante. Quando gli individui moderni pensano e agiscono lo fanno sempre sotto le condizioni presupposte dall’impianto costitutivo della società del lavoro e della merce, le cui costrizioni non solo funzionano esternamente ma sono presenti anche all’interno della loro struttura socio-psichica. Ogni “libertà” nella società della merce e ogni “politica” si riduce a decisioni prese all’interno di una dimensione intrinseca a questa “seconda natura”, che in quanto tale non è mai a disposizione e si sottrae ad ogni intervento cosciente. Il concetto di espropriazione denota perciò l’incapacità fondamentale e strutturale dei membri della società di disporre coscientemente di sé stessi e del proprio contesto.

L’uomo della società della merce non può neppure mangiare una carota senza porsi inconsapevolmente in relazione, al di là del suo acquisto, con un gigantesco apparato agro-industriale, logistico e burocratico, fatto di fabbriche di concime, spedizionisti, distributori di sovvenzioni ecc., i quali non sono certo interessati alla carota in quanto tale ma solo e unicamente al guadagno monetario astratto ed aziendale, che in qualche punto di questa processo a catena totalmente assurdo ha casualmente assunto le sembianze di una carota. Il risultato sociale e materiale è inoltre che essi stessi così come fondamenti naturali avvelenati della vita, uomini impoveriti e prodotti agrari eccedenti finiscono nelle discariche. Non solo i processi di lavoro quotidiani in ufficio, in fabbrica e al supermercato vengono diretti dall’astratta razionalità della valorizzazione ma anche i sogni degli uomini sono il frutto della volontà meccanica della società della merce.

Viene da sé che una simile espropriazione totale non potrà mai essere superata attraverso un cambiamento esterno nel potere politico o attraverso il mutamento giuridico del “potere di disporre” (come sembra suggerire la celebre formula della “espropriazione degli espropriatori”) ma solo attraverso un movimento sociale di emancipazione che si appropri in modo totale e cosciente dell’intera sfera sociale. La dissociazione strutturale di politica ed economia come è stata generata dallo scopo a sé stesso scatenato deve essere revocata sin dall’inizio all’interno del movimento sociale stesso; questo non può più essere “politico” nel senso tradizionale (quindi riferito allo Stato). Le risorse materiali non possono essere strappate al sistema tautologico della valorizzazione semplicemente con una cerimonia solenne, ma solo nel corso di una trasformazione fondamentale di tutte le relazioni sociali, economiche e culturali, in cui cambia aspetto anche la faccia materiale del mondo (dall’architettura ai mezzi di trasporto). Una tale determinazione emancipatoria di obbiettivi si deve sviluppare in una situazione sociale che la fa apparire completamente illusoria perché il processo di crisi ha scatenato ancora una volta un nuovo rigurgito del fanatismo del lavoro ed ha rivolto verso l’esterno i lati più oscuri dell’anima della merce.

Il processo di espropriazione permanente non si estingue affatto di per sé nel corso della crisi ma al contrario assume una forma ancora più truce. Che il soggetto del lavoro e della merce viva da sempre isolato nella più totale dipendenza socio-economica, lo sperimenta nel modo più brutale quando la sua forza-lavoro non è più necessaria e nello stesso tempo si esauriscono i trasferimenti sociali. Senza denaro (“lavoro coagulato”) esso è letteralmente una nullità nella società capitalistica; è come se i suoi bisogni non esistessero, perché essi non possono essere espressi come domanda con potere di acquisto. Simultaneamente gli resta precluso l’accesso a risorse materiali inutilizzare (come ad esempio case disabitate), che sono gelosamente custodite dai “servizi di sicurezza” statali e privati, poiché per essi non è previsto alcun utilizzo diverso da quello capitalistico.

Ogni tentativo di arrestare questo processo autoreferenziale di espropriazione assoluta (che si spinge fino allo sterminio di massa per fame nelle più disastrate regioni del globo) attraverso una “politica diversa” immanente per ricadere in uno stato servile del tutto insostenibile all’interno della società del lavoro è fin dal principio destinata al fallimento. Tutto questo non ha più alcun fondamento perché la politica è solo l’astratta forma universale in cui la società produttrice di merci governa le sue inconciliabili contraddizioni, e ora questo strumento perde sempre più la sua limitata capacità di intervento e di regolazione quanto più avanza la crisi della società del lavoro. La sfrenata brutalizzazione della logica capitalistica ed il crollo di tutti gli standard civilizzatori (dalla forma dei rapporti civili all’assistenza medica) può essere arrestata solo grazie da un movimento sociale che non accetti più che la produzione di ricchezza si resa possibile solo nella forma del lavoro produttore di merce. Un’appropriazione emancipatoria in questo senso non si svolge più attraverso il metodo politico-giuridico ma attraverso la rottura categoriale con gli imperativi della “seconda natura” della società della merce.

Elementi per un movimento di appropriazione.

Una prospettiva di emancipazione può consistere solo nell’appropriazione da parte della società, della riproduzione dell’intera esistenza che non è più “mediabile” nel contesto della società del lavoro e la praxis di questa appropriazione avrà la forma di un processo che si protrarrà presumibilmente per molti anni nel corso del quale verrà coinvolto l’insieme dei rapporti sociali, economici e culturali. Non sono solo i rapporti di forza esterni a determinare in modo forzoso un processo di trasformazione così complesso. Gli elementi di una socialità emancipata, estranea alla forma-merce, non si trovano certamente belli che pronti, né possono per così dire venire creati dalla situazione, ma devono essere individuati e sviluppati. Non si tratta semplicemente di una questione tecnico-organizzativa; essa riguarda essenzialmente gli individui che agiscono nella società e la loro struttura psico-sociale. In definitiva i membri di un movimento di superamento ed appropriazione non dovranno essere degli “esseri trascendenti”, ma solo uomini con una soggettività del lavoro e della merce più o meno marcata, cui non sono però deterministicamente consegnati ma che, tuttavia, non possono sfilarsi di dosso come fosse una camicia. Perciò tale processo di appropriazione dovrà essere anche e necessariamente un processo di discussione estesa, di confronto reciproco e di autoriflessione.

Un “movimento” inteso nel senso di tale processo di appropriazione (al contrario di un’azione politica esterna) non ha nulla a che vedere con un “accontentarsi” su piccola scala o di una “economia della miseria” su di una Terra arsa dalle fiamme dell’economia di mercato. Inoltre si differenzia fondamentalmente da una “prospettiva di sussistenza” da civiltà agricola e artigianale o dai progetti di “economia locale” che vengono divulgati in molte forme sotto la pressione della crisi. Certo la produzione locale e l’iniziativa personale con mezzi semplici offre spesso ai molti uomini resi “superflui” dalla crisi l’unica possibilità di garantirsi la sopravvivenza. In parte questo fenomeno va di pari passo con la rinascita e il recente sviluppo di nuove forme di cooperazione ed auto-organizzazione; e perciò si delineano anche qui elementi che sono diretti contro la logica della concorrenza capitalistica. Nonostante ciò queste impostazioni rappresentano solo strategie di ripiegamento e di difesa che restano socialmente isolate e non offrono nessuna prospettiva emancipatoria cui approdare. Perciò non possono sviluppare di per sé nessuna dinamica che trascenda il livello estremamente basso di socializzazione, divisione del lavoro e produttività su cui si muovono. Al contrario sono facilmente strumentalizzabili per strategie di amministrazione della crisi e della miseria ed inoltre disponibili alla costituzione di identità etnicistiche e localistiche.

Le frazioni più spregiudicate nella politica della crisi, nei governi e nelle istituzioni internazionali come la Banca Mondiale o l’ONU non hanno nulla da dire, se i “superflui” dal punto di vista capitalistico si avvicinano in un modo o nell’altro ai margini del capitalismo stesso, per garantire la loro sopravvivenza. In questo modo non solo la rivolta sociale si inasprisce ma si crea la legittimazione a proseguire con una politica di esclusione sociale. Inoltre le eventuali risorse disponibili sono calcolate in quantità così scarsa che le iniziative e i gruppi che se ne occupano sono impegnati per la battaglia per i mezzi di sussistenza quotidiani e non possono essere più mobilizzate energie per attività ulteriori. Per esempio nei loro programmi per “combattere la povertà” già da anni la Banca Mondiale promuove a fine di cosmesi con due noccioline i cosiddetti “aiuti per l’iniziativa personale” e in Messico il governo neoliberale del presidente Salinas ha investito le organizzazioni di base nelle città di un potere decisionale particolarmente ampio in materia di infrastrutture (strade, canalizzazione ecc.) per coinvolgerle in questo modo nell’amministrazione politica della crisi.

E’ completamente falso sostenere che l’unica possibilità sia la partecipazione a questo stato di cose. In questo modo si realizza sia sul piano ideale che su quello teorico la capitolazione di fronte ai compiti indubitabilmente gravosi di un’appropriazione trascendente che abbracci l’intera società mondiale, ancor prima che venga compiuto il primo passo effettivo verso questa meta. Invece un progetto di appropriazione emancipatoria ha il dovere di sviluppare il quadro di riferimento per una prassi di appropriazione, che è sempre stata concepita solo come temporanea e di emergenza, affinché possa consolidarsi e crescere oltre sé stessa. La tensione tra l’obbiettivo di un superamento del lavoro per la società nel suo complesso e le difficoltà di un movimento di appropriazione che vuole cambiare le cose rappresenta comunque un elemento progressivo e non può essere sacrificato in cambio della vuota evocazione di un “totalmente altro” né per l’autonomizzazione di forme di prassi limitate.

La prassi di un movimento di appropriazione non va concepita in modo riduttivo alla stregua di un mero progetto di nicchia ma in termini essenziali come confronto incessante con la prassi capitalistica sui livelli più diversificati. Questo vale prima di tutto per la critica radicale della razionalità economico-aziendale non solo in generale, ma come completo smascheramento del suo carattere irrazionale e distruttivo nei processi materiali concreti come in quelli sociali di “messa in rete” del capitale (come quando galletti surgelati vengono scarrozzati attraverso l’Europa per migliaia di chilometri da camionisti sovraffaticati e sottopagati). La scoperta sistematica delle colossali assurdità nella prassi economico-aziendale capitalistica potrebbe costituire allo stesso tempo una base per indagare le possibilità di un’appropriazione e di una trasformazione del contesto della riproduzione materiale sul piano dei settori produttivi e precisamente dei loro flussi di risorse. Proprio perché non è più possibile assumere semplicemente il complesso produttivo capitalistico nella sua forma attuale, ma grandi parti di esso dovranno essere smantellate o modificate in termini fondamentali, l’appropriazione e la diffusione di questa conoscenza (di per sé una netta rottura con le regole del sistema) è di enorme significato.

Bisognerebbe considerare con spirito critico anche i precedenti tentativi di critica e sovvertimento sul piano della riproduzione concreta, che hanno avuto luogo in un contesto del tutto diverso; per esempio, le analisi del movimento ecologista o il cosiddetto “dibattito sulla riconversione degli armamenti” negli anni’70 e ’80. Con esso viene almeno in parte analizzato in modo minuzioso e competente come l’industria degli armamenti con l’aiuto della competenza settoriale disponibile e attraverso un parziale intervento sul parco-macchinari possa essere riconvertita ad un altro tipo produzione, non militare. Naturalmente non si trattava di una critica radicale all’economia “scatenata”, ma solo, in ultima analisi, di conservare “posti di lavoro” nell’economia di mercato; per lo più in relazione con l’illusione di una “politica economica alternativa” orientata in senso ecologico e comunitario all’interno di un capitalismo in qualche modo riformato. Era del tutto ingenuo pensare che l’industria degli armamenti potesse essere smantellata se solo fossero state sviluppate idee produttive alternative. Perciò il dibattito sulla riconversione scomparve dalla scena pubblica senza lasciare traccia anche in seguito al declino del movimento degli alternativi e della pace e in concomitanza con il processo di adattamento dei verdi. Nonostante ciò queste analisi “ad acta” potrebbero essere utili come strumenti per potere discernere quali conoscenze e quali possibilità materiali potrebbero essere mobilizzate nel contesto di un “dibattito sulla riconversione” da un punto di vista totalmente diverso, contro l’economia aziendale e la produzione di merci.

Il punto di partenza e l’impostazione di un movimento radicale di appropriazione sarà certo molto diverso a seconda del paese o della regione e dei rapporti che vi si sono instaurati. E’ immaginabile e profondamente auspicabile che un movimento di protesta di massa rivolto contro l’amministrazione della crisi da parte dello Stato, a causa dell’insopportabile inasprimento delle condizioni della crisi, si impossessi, secondo una dinamica propria, di grandi settori del tessuto sociale compreso l’apparato di produzione industriale. Dipende dalle diverse condizioni di riferimento, siano esse politiche, sociali od economiche, in cui ha luogo la crisi del capitalismo, quali forme transitorie di appropriazione reale possano concretizzarsi; in primo luogo naturalmente occorre chiedersi se e in quale misura l’atomizzazione e la letargia sociali possano essere eliminate. Nella stessa misura in cui la riproduzione all’interno della società del lavoro va restringendosi sempre più e gli uomini devono ricorrere alle razioni di emergenza, la battaglia per la sussistenza elementare cioè per l’abitazione, il cibo, l’energia ecc. e per l’accesso ai servizi sociali e sanitari può acquistare una forza esplosiva. Chi ritiene tutto ciò un’illusione, deve ricordarsi che in vaste regioni del mondo i circuiti di sussistenza “regolari” legati allo Stato o all’economia di mercato sono in gran parte già crollati. Nei paesi centrali del capitalismo il treno viaggia da tempo verso la stessa destinazione; anche in questi paesi la pressione aumenta, tuttavia essi sono ancora nella condizione di scaricare in qualche modo i costi sulla loro forza-lavoro, perché i salari decrescono stabilmente e allo stesso tempo le prestazioni sociali vengono decurtate. In tali circostanze diventa cruciale un’alternativa: o le catastrofi legate alla sussistenza genereranno una violenta concorrenza tra gli esclusi, che potrà essere condotta da bande razzistiche e da ambigui politici-mediatici nazionalisti – oppure farà la sua comparsa nella società un centro focale di stampo emancipatorio che cominci per esempio con occupazioni di case o “scioperi dell’affitto” svincolando la sfera dell’abitare dalla sfera della produzione di merce e che nel contempo organizzi nei quartieri un’infrastruttura autonoma di servizi medici e sociali, punti di incontro, centri di comunicazione ecc. Ma tali misure sono durevoli solo se, agendo come fondamenta iniziali e teste di ponte, riescono in una certa misura ad originare un processo dinamico che agisca sulla riproduzione sociale nel suo complesso; e una tale dinamica è possibile solo se contemporaneamente sorge un centro focale teorico e sociale che diffonda nella forma di nuova controinformazione le idee della rottura categoriale con il lavoro e con la produzione di merci. Questo implica la necessità sin dal principio di una comunicazione, di una coordinazione e di un appoggio reciproco su scala transnazionale ed interregionale di un movimento di appropriazione che sia in grado di intervenire da una posizione “terza”, di superamento, nei conflitti sociali immanenti e nella contrapposizione tra gli interessi per ciò che riguarda il salario, i sussidi di disoccupazione, l’assistenza sociale ecc.

Non é neppure auspicabile una struttura “economica alternativa” di piccole comunità che producono merci o perfino di singole persone che scambiano “direttamente” il loro tempo di lavoro, come prescritto dalla regressiva ideologia dei “circoli di scambio”. In questo modo non si otterrebbe altro che la riproduzione (o la simulazione in parallelo alla società) delle costrizioni dell’economia di mercato con tutte le loro implicazioni. L’astratta forma di attività “lavoro” non viene superata per questa via ma la sua “autogestione” si limiterebbe solo a mettere in pratica in prima persona le demenziali leggi dell’economia aziendale. Appropriazione reale può sempre e solo significare che le risorse disponibili nei corrispondenti settori di intervento vengono impiegate conformemente all’accordo diretto degli interessati ed il risultato di questo processo viene “esaurito nell’uso” invece di rientrare sul mercato come offerta. Solo in questa prospettiva è possibile intraprendere l’abolizione della sfera autonomizzata dell’economia all’interno di un tessuto sociale consapevolmente organizzato anche in settori separati.

Quando si parla di “accordi diretti” naturalmente non si vuole dire che gigantesche masse umane debbano incontrarsi in continuazione, per discutere e deliberare su ogni faccenda. Bisognerebbe piuttosto escogitare un sistema istituzionale e organizzato per gradi, di intese su tutti i livelli, che divenga per ciascun membro della società parte integrante del suo vivere quotidiano (come lo sono oggi il lavoro astratto, il denaro e la concorrenza). Con l’espressione “diretto” intendo soltanto dire che nessuna forma feticistica autonomizzata può frapporsi tra i membri della società e le condizioni della loro esistenza e che anche i livelli più elevati di organizzazione all’interno della struttura sociale devono restare visibili per tutti (per esempio grazie ai moderni mezzi di comunicazione) facendo a meno dello Stato con i suoi apparati che, analogamente all’economia, è avulso dalla società e la tiene soggiogata nel nome di uno scopo presupposto in sé.

Il compito di sviluppare tali forme ed istituzioni della connessione sociale diretta ed anche la loro composizione si trova di fronte d’altra parte ad un ostacolo, ovvero il fatto che non esiste alcun modello storico e tanto meno attuale da cui trarre ispirazione. Per esempio l’idea seppur effimera dei “consigli” potrebbe offrire (per quanto analizzata criticamente) un punto da cui partire; ma essa è naufragata proprio per il fatto di essere rimasta ancorata alla società del lavoro e di non essere quindi riuscita ad oltrepassare la forma borghese della politica; piuttosto essa era pensata nei termini di un sistema rappresentativo politico di tipo plebiscitario con un controllo meramente esterno sul lavoro astratto e sull’economia della merce rimasti insuperati. Ne è prova il fatto che, per esempio, l’elaborazione teorica dei consigli, così come fu sviluppata da Karl Korsch negli anni ’20, prevedeva una diversificazione tra “consigli di produttori” e “consigli di consumatori”; si dovrebbe così riprodurre in pratica la schizofrenia strutturale del soggetto della merce che da un lato è il venditore della sua stessa forza-lavoro e dall’altro un consumatore di merce. Al contrario al fine di un superamento della forma feticistica resasi autonoma sarebbe da presupporre logicamente che si arrivi ad instaurare l’identità di produttore e di consumatore mediata all’interno delle relazioni sociali,.

In ogni caso sarebbe del tutto insensato fissarsi su di un “modello” determinato di connessione sociale che dovrebbe essere valido ovunque, analogamente alla forma-merce. Bisognerà discutere oltre che dell’assistenza ai bambini nei quartieri (e non necessariamente in tutti i quartieri e regioni allo stesso modo) anche della produzione di travi d’acciaio e dell’organizzazione di un programma radiofonico. Se il superamento del lavoro implica anche che tutte le attività riconosciute come sensate abbiano un valore nel senso della loro logica propria, allora anche i processi decisionali devono tenerne conto. Il futuro oltre il lavoro non è certo un nuovo principio funzionale ed organizzativo, che rimanga astrattamente universalistico, ma uno spazio sociale veramente “aperto” che si contrapponga alla forma-merce e che favorisca lo sviluppo di una molteplicità concreta in tutti i campi dell’esistenza – senza l’impulso costrittivo che deriva dalla costruzione di un’identità modellata sulla concorrenza e dalla paura dell’esclusione.

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La guerra silenziosa

Si è sempre creduto che la Terza Guerra Mondiale sarebbe scoppiata a seguito di una crisi internazionale tra Russia e Stati Uniti e che sarebbe stata una catastrofe immane a causa del ricorso ad armi di distruzione di massa. In realtà, non si è mai considerato che per 'guerra mondiale' si possa intendere anche un conflitto a bassa intensità, condotto non con un impegno diretto di truppe ma a supporto indiretto di quelle di un altro paese, che coinvolga nazioni di tutto il mondo. E' quanto sta succedendo in Siria. La guerra 'civile' siriana è considerata da molti una prova generale della Terza Guerra Mondiale che scoppierà in Iran e coinvolgerà direttamente tutte le potenze occidentali, ma la conoscenza della regione in cui il conflitto siriano si sta svolgendo fa pensare che quest'ultimo e quello prossimo ad avere inizio in Iran, già da molto tempo in progetto, si risolveranno in un'unica grande guerra a due velocità.

Assad, considerato in Occidente un dittatore sanguinario, in realtà è tutt'altro rispetto all'immagine con cui è dipinto; egli, infatti, resta l'ultimo baluardo difensivo contro il pieno controllo dell'area da parte degli Stati Uniti e dell'UE, che aspirano al monopolio di un'area assolutamente vitale per le forniture di energie e per la strategia militare nell'area medio-orientale, dove già da molto tempo gli USA hanno intrapreso, con l'esplicito appoggio della UE e dell'ONU, operazioni militari volte a egemonizzare l'area: Afghanistan, Quwait, Iraq. Nel nord Africa, invece, si è fatto ricorso all'induzione di rivolte popolari guidate che prendono il nome di 'primavera araba'. Molti studiosi di geopolitica e di psicologia hanno accertato che il movimento di ribellione non fosse spontaneo ma indotto da una sapiente propaganda. A seguito di simili rovesciamenti, capi di stato come Geddhafi e Mubarak, da sempre ostili verso l'Occidente, sono stati fatti fuori senza l'impiego di un solo soldato occidentale. Il modello applicato fu quello di Saddam Hussein prima della sua 'ribellione' che ha portato il paese ad essere interessato da sue conflitti giustificati da fantomatiche ideologie di solidarietà verso un paese che non è nulla come il Quwait (1991, Prima Guerra del Golfo) e dalla presenza di armi di distruzione di massa mai esistite (2003, Seconda Guerra del Golfo). Il modello attuale vincente pare essere l'Arabia Saudita, guidata da una dinastia amica degli USA.

In mezzo a tutta questa trama resta in piedi solamente il regime iraniano e il governo di Assad che, per la sua ostilità verso l'Occidente e per il suo patriottismo, oggi si vede interessato da una guerra internazionale volta ad abbatterlo e ad instaurare in Siria una finta democrazia teleguidata dagli USA. Se si fa caso alle notizie che giungono riguardo alla Siria, si parla sempre di aviazione di Assad che bombarda ed uccide ma non si vedono mai le immagini di un aereo che attacca o di un carro armato che spara. Al contrario, le immagini che a noi giungono sono solamente quelle dei ribelli armati con armi americane intenti in operazioni di finta guerriglia. Ma cosa sta accadendo realmente in Siria? Non quello che viene raccontato, una congerie di bugie mal confezionale ma tuttavia digeribili. Moltissimi video che giungono dalla Siria dimostrano chiaramente due elementi fondamentali. Il primo è che a sparare sui civili e a trucidare senza ragioni intere comunità sono i ribelli, mentre l'esercito è intento nell'estremo e disperato tentativo di difendere i civili. In televisione è circolato per lungo tempo il video di una donna siriana che si disperava per la morte del figlioletto gridando 'Lo hanno ucciso, lo hanno ucciso' mentre altre persone la sorreggevano. In realtà, la seconda parte del video, non resa nota, mostrava la stessa donna che, dopo aver detto la frase di cui sopra, grida: 'Perché hanno lasciato che l'esercito andasse via?'. Allo stesso modo, un altro video ben poco noto ma che è perfettamente reperibile su youtube, la cui validità è indubbia, mostra gruppi di uomini armati intenti nello sparare in città su qualsiasi cosa si muova. La città non è però occupata da nessun esercito, pertanto questi uomini sparano sui civili al solo scopo di terrorizzare la popolazione. Da una indagine accurata svolta, risulta che gli uomini ritratti nel video non sono soldati regolari ma gruppi di contractors dotati di armi di fabbricazione tedesca, pertanto in nessun modo riconducibili ad Assad. Altri video reperibili su youtube ritraggono gruppi di guerriglieri intenti nel mitragliare un autobus di civili dall'alto di una palazzina bombardata. Essi non sono soldati regolari e nell'aprire il fuoco gridano frasi inneggianti alla rivolta contro Assad.

Il secondo elemento che dimostrano i molti video che giungono dall'area in questione è che da molto tempo in Siria vi è un impegno diretto di alcune potenze occidentali: in primo luogo la Germania, che non fa mistero del supporto 'tattico' che offre ai ribelli siriani. In realtà, questo supporto definito 'tattico' si risolve in grosse forniture di armi di second'ordine e nell'invio di piccoli contingenti armati per operazioni di precisione. La Germania è impiegata in simili operazioni da almeno un anno e mezzo. Francia e Gran Bretagna hanno recentemente chiesto all'UE di benedire il loro futuro intervento a supporto delle truppe di ribelli tramite forniture di mezzi. In realtà, anche questi due paesi sono rapidamente passati dall'impegno militare diretto in Libia ad un similare intervento in Siria. L'Italia ufficialmente non è interessata all'area ma, viste le operazioni militari condotte di recente in Libia, non si esclude che anch'essa sia attualmente impegnata anche in Siria.
A supporto di Assad vi è, com'è noto, la Russia che periodicamente fornisce materiale bellico all'esercito regolare. Tuttavia, l'area è di interesse anche per i cinesi dei quali alcune voci dicono essere attualmente intenti nell'invio di capitali al regime siriano. Ormai accertato è, invece, l'appoggio chiaro e tondo del governo iraniano, quanto mai interessato a non veder cadere Assad.

Fra i paesi che attualmente supportano i ribelli si apprende ieri essercene altri sette: Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Croazia, Turchia, Israele ma soprattutto gli Stati Uniti, mentre è in dubbio la presenza anche del Pakistan. Il governo americano sta cercando di spiegare ai cittadini, con una comica propaganda, che l'intervento a supporto dei ribelli sia giustificato dal timore che fra di essi si possano generare frange estreme vicine ad AlQaeda: infatti, il Wall Street Journal di ieri spiega agli americani che gli Stati Uniti stanno dando supporto logistico ai ribelli siriani solamente sotto forma di informazioni raccolte dalla CIA per mezzo di foto satellitari, tesi ampiamente smentite dal New York Times che rende nota la reale natura dell'aiuto offerto dagli USA ai ribelli siriani: quasi 160 aerei cargo di grosse dimensioni sono partiti alla volta dell'aeroporto di Eseboga vicino ad Ankara in Turchia e da lì fino alla Siria, per un totale sinora di circa 3.500 tonnellate di materiale bellico, stima per difetto. Altri voli, in genere degli C-17, enormi aerei cargo di fabbricazione americana, sono partiti a Udeid in Qatar, dove c'è una base militare qatar-americana, e sono atterrati finora per 14 volte in Siria. Altri aerei, degli C-130 dell'aviazione giordana sono giunti sino in Siria mentre   un cargo al giorno parte da Zagabria, in Croazia. L'attendibilità delle notizie di cui si da visione è accertata da una ricca documentazione edita dallo stesso quotidiano. Come se non bastasse, l'intelligence americana sta compilando liste nere di personalità siriane in vista di un utilizzo di droni per assassinii mirati. Consideriamo ora un elenco delle nazioni coinvolte nel supporto a vario titolo delle parti in lotta in Siria:

Germania, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Russia, Cina, Iran, Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Croazia, Turchia, Israele, Pakistan.

E questi sono solo i paesi di cui ci giunge notizia essere impegnati. Il sospetto è che l'elenco si debba allungare, e di molto. La Siria, per concludere, è divenuto un pretesto per sfogare antichi attriti fra le nazioni ed è attualmente oggetto di un braccio di ferro tra l'asse russo-cino-iraniano ed il resto dell'Occidente, una vera e propria guerra mondiale senza l'invio di eserciti.

Fonte

Se non saranno l’austerità o la guerra a causare le rivolte, ci penserà la fame. E’ quel che succede quando si eleggono politici succubi dei poteri finanziari globalisti e quando l’informazione non è più libera.

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