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L’asse segreto Usa-Arabia Saudita


Nome in codice «Timber Sycamore»: così si chiama l’operazione di armamento e addestramento dei «ribelli» in Siria, «autorizzata segretamente dal presidente Obama nel 2013»: lo documenta una inchiesta pubblicata dal New York Times.
Quando è stata incaricata dal presidente di effettuare questa operazione coperta, «la Cia sapeva già di avere un partner disposto a finanziarla: l’Arabia Saudita». Insieme al Qatar, «essa ha fornito, armi e diversi miliardi di dollari, mentre la Cia ha diretto l’addestramento dei ribelli». La fornitura di armi ai «ribelli», compresi «gruppi radicali come Al Qaeda», era iniziata nell’estate 2012 quando, attra-verso una rete predisposta dalla Cia, agenti segreti sauditi avevano comprato in Croazia e nell’Europa orientale migliaia di fucili da assalto Ak-47 con milioni di proiettili e i qatariani avevano infiltrato in Siria, attraverso la Turchia, missili portatili cinesi Fn-6 acquistati sul mercato internazionale. Poiché la fornitura di armi avveniva a ruota libera, alla fine del 2012 il direttore della Cia David Petraeus convocava gli alleati in Giordania, imponendo un più stretto controllo dell’Agenzia sull’intera operazione. Pochi mesi dopo, nella primavera 2013, Obama autorizzava la Cia ad addestrare i «ribelli» in una base in Giordania, affiancata da una in Qatar, e a fornire loro armi tra cui missili anticarro Tow. Sempre con i miliardi del «maggiore contribuente», l’Arabia Saudita. Non nuova a tali operazioni.

Negli anni Settanta e Ottanta, essa aiutò la Cia in una serie di operazioni coperte. In Africa, in particolare in Angola dove, con i finanziamenti sauditi, la Cia sosteneva i ribelli contro il governo alleato dell’Urss. In Afghanistan, dove «per armare i mujahiddin contro i sovietici, gli Stati uniti lanciarono una operazione del costo annuo di milioni di dollari, che i sauditi pagarono dollaro su dollaro attraverso un conto della Cia in una banca svizzera». In Nicaragua, quando l’amministrazione Reagan varò il piano segreto per aiutare i contras, i sauditi finanziarono l’operazione della Cia con 32 milioni di dollari attraverso una banca delle Isole Cayman. Attraverso queste e altre operazioni segrete, fino all’attuale in Siria, si è cementata «la lunga relazione tra i servizi segreti degli Stati uniti e dell’Arabia Saudita». Nonostante il «riavvicinamento diplomatico» di Washington all’Iran, non gradito a Riyad, «l’alleanza persiste, tenuta a galla su un mare di denaro saudita e sul riconoscimento del mutuo interesse». Ciò spiega perché «gli Stati uniti sono riluttanti a criticare l’Arabia Saudita per la violazione dei diritti umani, il trattamento delle donne e il sostegno all’ala estremista dell’Islam, il wahabismo, che ispira molti gruppi terroristi», e perché «Obama non ha condannato l’Arabia Saudita per la decapitazione di Sheikh Nimr al-Nimr, il dissidente religioso sciita che aveva sfidato la famiglia reale».

Si aggiunge il fatto, di cui il New York Times non parla, che il segretario di stato John Kerry, in visita a Riyad il 23 gennaio, ha ribadito che «nello Yemen, dove l’insurrezione Houthi minaccia l’Arabia Saudita, gli Usa sono a fianco degli amici sauditi». Gli amici che da quasi un anno fanno strage di civili nello Yemen, bombardando anche gli ospedali, aiutati dagli Usa che forniscono loro intelligence (ossia indicazione degli obiettivi da colpire), armi (tra cui bombe a grappolo) e sostegno logistico (tra cui il rifornimento in volo dei cacciabombardieri sauditi). Gli stessi amici che il premier Renzi ha ufficialmente incontrato lo scorso novembre a Riyad, garantendo loro il sostegno e le bombe dell’Italia nella «comune lotta al terrorismo».

Quando è stata incaricata dal presidente di effettuare questa operazione coperta, «la Cia sapeva già di avere un partner disposto a finanziarla: l’Arabia Saudita». Insieme al Qatar, «essa ha fornito, armi e diversi miliardi di dollari, mentre la Cia ha diretto l’addestramento dei ribelli». La fornitura di armi ai «ribelli», compresi «gruppi radicali come Al Qaeda», era iniziata nell’estate 2012 quando, attra-verso una rete predisposta dalla Cia, agenti segreti sauditi avevano comprato in Croazia e nell’Europa orientale migliaia di fucili da assalto Ak-47 con milioni di proiettili e i qatariani avevano infiltrato in Siria, attraverso la Turchia, missili portatili cinesi Fn-6 acquistati sul mercato internazionale. Poiché la fornitura di armi avveniva a ruota libera, alla fine del 2012 il direttore della Cia David Petraeus convocava gli alleati in Giordania, imponendo un più stretto controllo dell’Agenzia sull’intera operazione. Pochi mesi dopo, nella primavera 2013, Obama autorizzava la Cia ad addestrare i «ribelli» in una base in Giordania, affiancata da una in Qatar, e a fornire loro armi tra cui missili anticarro Tow. Sempre con i miliardi del «maggiore contribuente», l’Arabia Saudita. Non nuova a tali operazioni.

Negli anni Settanta e Ottanta, essa aiutò la Cia in una serie di operazioni coperte. In Africa, in particolare in Angola dove, con i finanziamenti sauditi, la Cia sosteneva i ribelli contro il governo alleato dell’Urss. In Afghanistan, dove «per armare i mujahiddin contro i sovietici, gli Stati uniti lanciarono una operazione del costo annuo di milioni di dollari, che i sauditi pagarono dollaro su dollaro attraverso un conto della Cia in una banca svizzera». In Nicaragua, quando l’amministrazione Reagan varò il piano segreto per aiutare i contras, i sauditi finanziarono l’operazione della Cia con 32 milioni di dollari attraverso una banca delle Isole Cayman. Attraverso queste e altre operazioni segrete, fino all’attuale in Siria, si è cementata «la lunga relazione tra i servizi segreti degli Stati uniti e dell’Arabia Saudita». Nonostante il «riavvicinamento diplomatico» di Washington all’Iran, non gradito a Riyad, «l’alleanza persiste, tenuta a galla su un mare di denaro saudita e sul riconoscimento del mutuo interesse». Ciò spiega perché «gli Stati uniti sono riluttanti a criticare l’Arabia Saudita per la violazione dei diritti umani, il trattamento delle donne e il sostegno all’ala estremista dell’Islam, il wahabismo, che ispira molti gruppi terroristi», e perché «Obama non ha condannato l’Arabia Saudita per la decapitazione di Sheikh Nimr al-Nimr, il dissidente religioso sciita che aveva sfidato la famiglia reale».

Si aggiunge il fatto, di cui il New York Times non parla, che il segretario di stato John Kerry, in visita a Riyad il 23 gennaio, ha ribadito che «nello Yemen, dove l’insurrezione Houthi minaccia l’Arabia Saudita, gli Usa sono a fianco degli amici sauditi». Gli amici che da quasi un anno fanno strage di civili nello Yemen, bombardando anche gli ospedali, aiutati dagli Usa che forniscono loro intelligence (ossia indicazione degli obiettivi da colpire), armi (tra cui bombe a grappolo) e sostegno logistico (tra cui il rifornimento in volo dei cacciabombardieri sauditi). Gli stessi amici che il premier Renzi ha ufficialmente incontrato lo scorso novembre a Riyad, garantendo loro il sostegno e le bombe dell’Italia nella «comune lotta al terrorismo».

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Dietro la maschera «anti-Isis»

Quest’anno il Carnevale romano si apre il 2 febbraio, quando si esibisce alla Farnesina lo «small group», il piccolo gruppo ministeriale (23 paesi più la UE) della «Coalizione globale anti-Daesh/Isis», co-presieduto dal segretario di Stato Usa John Kerry e dal ministro degli esteri Paolo Gentiloni. Ne fanno parte, mascherati da antiterroristi, i maggiori sponsor del terrorismo di «marca islamica», da decenni usato per minare e demolire gli Stati che ostacolano la strategia dell’impero.

Alla testa della sfilata in maschera gli Stati uniti e l’Arabia Saudita. Quelli che - documenta una inchiesta del New York Times - armano e addestrano i «ribelli» da infiltrare in Siria per l’operazione «Timber Syca-more», autorizzata segretamente dal presidente Obama nel 2013, condotta dalla Cia e finanziata da Riyad con milioni di dollari. Confermata dalle immagini video del senatore Usa John McCain che, in missione in Siria per conto della Casa Bianca, incontra nel maggio 2013 Al Baghdadi, il «califfo» a capo dell’Isis.

È l’ultima delle operazioni coperte Usa-Saudite, iniziate negli anni Settanta e Ottanta: per destabilizzare l’Angola e altri paesi africani, per armare e addestrare i mujahiddin in Afghanistan, per sostenere i contras in Nicaragua. Ciò spiega perché gli Stati uniti non criticano l’Arabia Saudita per la violazione dei diritti umani e la sostengono attivamente nella guerra che fa strage di civili nello Yemen.

Fanno parte del gruppo mascherato anche la Giordania e il Qatar dove, documenta il New York Times, la Cia ha costituito le basi di addestramento dei «ribelli», compresi «gruppi radicali come Al Qaeda», da infiltrare in Siria e altri paesi.

Il Qatar fornisce per tali operazioni anche commandos, come fece quando nel 2011 inviò in Libia almeno 5mila uomini delle forze speciali. «Noi qatariani eravamo tra i ribelli libici sul terreno, a centinaia in ogni regione», dichiarò poi il capo di stato maggiore Hamad al-Atiya.

Tra gli «antiterroristi» che si esibiscono alla Farnesina ci sono anche gli Emirati Arabi Uniti, che hanno formato dal 2011 tramite la Blackwater un esercito segreto mercenario di circa 2mila contractor, di cui circa 450 (colombiani e altri latinoamericani) sono ora impegnati nell’aggressione allo Yemen. C’è il Bahrain che, dopo aver schiacciato nel sangue l’opposizione democratica interna con l’aiuto delle truppe saudite, ora restituisce il favore affiancando l’Arabia Saudita nel massacro degli yemeniti, impresa a cui partecipa il Kuwait, anch’esso membro del gruppo «antiterrorista». Di cui fa parte la Turchia, avamposto Nato della guerra contro la Siria e l’Iraq, che ha sostenuto l’Isis inviandogli ogni giorno centinaia di tir carichi di armi e altri materiali. Per aver pubblicato le prove, anche video, della fornitura di armi all’Isis da parte dei servizi segreti di Ankara, i giornalisti turchi Can Dündar e Erdem Gül sono stati arrestati e rischiano l’ergastolo.

Tra le presenze occidentali nel gruppo mascherato spiccano la Francia e la Gran Bretagna, che usano forze speciali e servizi segreti per operazioni coperte in Libia, Siria e altri paesi. Fa gli onori di casa l’Italia, che ha contribuito a incendiare il Nordafrica e Medioriente partecipando alla demolizione della Libia. Dove ora si prepara a ritornare, addirittura col ruolo «guida», per un’altra guerra sotto comando Usa/Nato, che, mascherata da «peacekeeping», mira al controllo delle zone strategiche e delle risorse energetiche libiche.

Nei saloni della Farnesina riecheggiano le note di «Tripoli, bel suol d’amore», la canzone che nel 1911 inneggiava alla guerra coloniale in Libia.

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L'unico vero obiettivo è il caos


I dirigenti dell’Unione Europea si trovano improvvisamente a confrontarsi con situazioni impreviste. Da una parte, attentati o tentativi di attentati commessi o preparati da individui che non appartengono a gruppi politici identificati; dall’altra, attraverso il Mediterraneo, un afflusso di migranti, molte migliaia dei quali muoiono alle loro porte.

In assenza di analisi strategica, questi due ordini di avvenimenti sono considerati a priori senza relazione tra loro e sono trattati da amministrazioni differenti. I primi afferiscono ai servizi segreti e alla polizia, i secondi alle dogane e al Ministero della difesa. Essi hanno tuttavia un’origine comune: l’instabilità politica nel Levante e in Africa.

Contrariamente a quel che ha detto il presidente François Hollande, la migrazione dei libici non è la conseguenza di una “mancanza di seguito” dell’operazione “Protettore unificato”, bensì il risultato ricercato attraverso questa operazione nella quale il suo Paese giocava un ruolo guida. Il caos non si è creato perché i “rivoluzionari libici” non hanno saputo accordarsi tra loro dopo la “caduta” di Muammar Gheddafi: esso era l’obiettivo strategico degli Stati Uniti. Ed è stato raggiunto. Non c’è mai stata una “rivoluzione democratica” in Libia, ma una secessione della Cirenaica. Non c’è mai stata applicazione del mandato dell’ONU che mirava a ’proteggere la popolazione’, ma c’è stato il massacro di 160.000 Libici, tre quarti dei quali civili, sotto i bombardamenti dell’Alleanza (cifre della Croce Rossa internazionale).

Le guerre in Afghanistan e in Iraq sono già costate la vita a 4 milioni di persone. Sono state presentate al Consiglio di sicurezza come risposte necessarie “per legittima difesa”, ma oggi si ammette che erano state pianificate ben prima dell’11 settembre in un contesto molto più ampio di “rimodellamento del Medio Oriente allargato”, e che le ragioni invocate per scatenarle non erano che invenzioni di propaganda.

Si usa riconoscere i genocidi commessi dal colonialismo europeo, ma sono rari coloro che oggi ammettono questi 4 milioni di morti malgrado gli studi scientifici che li attestano. Il fatto è che i nostri genitori erano “cattivi”, ma noi siamo “buoni” e non possiamo essere complici di questi orrori.

È cosa comune prendersi gioco di questo povero popolo tedesco che conservò fino alla fine la fiducia nei suoi dirigenti nazisti e soltanto dopo la sconfitta prese coscienza dei crimini commessi a suo nome. Ma noi agiamo esattamente allo stesso modo. Conserviamo la nostra fiducia nel nostro “grande fratello” e non vogliamo vedere i crimini nei quali ci coinvolge. Sicuramente, i nostri figli si faranno beffe di noi...

Nessun dirigente europeo occidentale, assolutamente nessuno, ha osato considerare pubblicamente che i rifugiati provenienti da Iraq, Siria, Libia, corno d’Africa, Nigeria, Mali, non fuggono da dittature, ma dal caos in cui noi abbiamo volontariamente, ma incoscientemente, affondato i loro paesi.

Nessun dirigente europeo occidentale, assolutamente nessuno, ha osato considerare pubblicamente che gli attentati ’islamisti’ che toccano l’Europa non sono l’estensione delle guerre del Medio Oriente allargato, ma sono commissionati dagli stessi che hanno commissionato il caos in quella regione. Noi preferiamo continuare a pensare che gli ’islamisti’ ce l’abbiano con gli ebrei e con i cristiani, mentre l’immensa maggioranza delle loro vittime non sono né ebree né cristiane, ma musulmane. Imperturbabili, noi li accusiamo di promuovere la “guerra di civiltà”, quando questo concetto è stato forgiato in seno al Consiglio di sicurezza nazionale degli USA e resta estraneo alla loro cultura.

Nessun dirigente europeo occidentale, assolutamente nessuno, ha osato considerare pubblicamente che la prossima tappa sarà l’«islamizzazione» delle reti di diffusione delle droghe sul modello dei Contras del Nicaragua che vendevano droga nella comunità nera della California con l’aiuto e sotto gli ordini della CIA. Noi abbiamo deciso di ignorare che la famiglia Karzai ha ritirato la distribuzione dell’eroina afghana alla mafia kosovara e l’ha trasmessa a Daesh.

 Gli Stati Uniti non hanno mai voluto che l’Ucraina si unisse alla UE.

La vice segretaria di Stato, Victoria Nuland, e l’ambasciatore statunitense a Kiev, Geoffrey R. Pvatt. 
In una intercettazione telefonica rivelata dai partigiani della legalità, lei gli dice di voler ’fottere’ [!] l’Unione Europea.

Le accademie militari dell’Unione Europea non hanno studiato la “teoria del caos” perché è stato loro vietato. Quei pochi insegnanti e ricercatori che si sono avventurati su quel terreno sono stati pesantemente sanzionati, mentre la stampa ha etichettato come ’cospirazionisti’ gli autori civili che se ne interessavano.

I politici dell’Unione Europea pensavano che gli avvenimenti di piazza Maidan fossero spontanei e che i manifestanti si augurassero di abbandonare l’orbita autoritaria russa e di entrare nel paradiso della UE. Sono rimasti stupiti dalla pubblicazione della conversazione della sottosegretaria di stato, Victoria Nuland, che alludeva al proprio segreto controllo degli avvenimenti e affermava che il suo obiettivo era di "fottere la UE". Da quel momento, non hanno più capito niente di quel che stava succedendo.

Se avessero lasciato libera la ricerca nei loro paesi, avrebbero capito che intervenendo in Ucraina e organizzandovi il “cambio di regime”, gli Stati Uniti si assicuravano che l’Unione Europea restasse al loro servizio. La grande angoscia di Washington, dal discorso di Vladimir Putin alla conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007, è che la Germania si renda conto di dove stia il proprio interesse: non con Washington, ma con Mosca. Distruggendo progressivamente lo Stato ucraino, gli USA tagliano la principale via di comunicazione tra l’Unione Europea e la Russia. Potreste girare e rigirare in tutti i modi la successione degli avvenimenti, ma non potreste trovare un altro senso. Washington non si augura che l’Ucraina si unisca alla UE, come attestano i propositi della signora Nuland. Il suo unico scopo è di trasformare questo territorio in una zona pericolosa da attraversare.

Eccoci dunque di fronte a due problemi che si sviluppano molto rapidamente: gli attentati ’islamisti’ non sono che all’inizio. Le migrazioni sono triplicate nel Mediterraneo nell’arco di un solo anno.

Se la mia analisi è esatta, nel corso del prossimo decennio vedremo raddoppiare gli attentati ’islamisti’ legati al Medio Oriente allargato e all’Africa e gli attentati ’nazisti’ legati all’Ucraina. Si scoprirà allora che al-Qa’ida e i nazisti ucraini sono collegati fin dal loro congresso comune a Termopol (Ucraina) nel 2007. In realtà, i nonni degli uni e degli altri si conoscono dalla Seconda Guerra mondiale. I nazisti avevano allora reclutato dei musulmani sovietici per lottare contro Mosca (era il programma di Gerhard von Mende all’Ostministerium). Alla fine della guerra, gli uni e gli altri erano stati recuperati dalla CIA (il programma di Frank Wisner con l’AmComLib) per condurre delle operazioni di sabotaggio in URSS.
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La fabbrica delle confessioni

Gli estratti, resi pubblici, del rapporto della Commissione del Senato statunitense sul programma segreto di tortura della CIA mettono in evidenza una vasta organizzazione criminale. Thierry Meyssan ha letto per voi le 525 pagine di questo documento. E ha trovato la prova di quello che sostiene da anni.

Dianne Feinstein, presidente della Commissione senatoriale sull’intelligence, ha reso pubblico, il 9 dicembre 2014, un estratto del suo rapporto classificato sul programma segreto di tortura da parte della CIA. 

Presentazione del Rapporto
La parte declassificata corrisponde soltanto a un dodicesimo del rapporto iniziale. Il rapporto stesso non riguarda il vasto sistema di arresti e detenzione che la US Navy ha messo in atto durante i mandati del presidente George W. Bush; un programma che ha portato al fermo e alla detenzione in tutto il mondo di più di 80.000 persone, su 17 barche a fondo piatto di stanza in acque internazionali (queste le navi: USS Bataan, USS Peleliu, USS Ashland, USNS Stockham,USNS Watson, USNS Watkins, USNS Sorella, USNS Charlton, USNS Pomeroy, USNS Red Cloud, USNS Soderman, USNS Dahl, MV PFC William B Baugh, Alex Bonnyman MV, MV Franklin J Phillips, MV huage Louis J Jr, James Anderson Jr. MV). Il rapporto si limita a studiare 119 casi di "cavie umane" sottoposte a esperimenti psicologici a Guantánamo e in una cinquantina di prigioni segrete, dal 2002 alla fine del 2009, vale a dire un anno dopo l’elezione di Barack Obama.

Gli estratti del rapporto non motivano i criteri di scelta di queste cavie umane. Si limitano ad affermare che ogni prigioniero ne ha denunciato un altro, sottolineando che le confessioni non sono state estorte, bensì "apprese". In altre parole, la CIA ha cercato di giustificare le proprie scelte costruendo delle denunce a posteriori.

Nel rapporto iniziale, i nomi degli agenti e dei collaboratori della CIA coinvolti sono stati sostituiti con degli pseudonimi. Inoltre, gli estratti declassificati sono stati ampiamente censurati, soprattutto per cancellare i nomi dei complici stranieri della CIA.

Il contenuto del rapporto
Ho letto per intero le 525 pagine (clicca qui' per leggere il documento) degli estratti pubblici del rapporto. Tuttavia, non sono in possesso di tutte le informazioni necessarie per poter interpretare i passaggi censurati. A tal fine servirebbero numerose ricerche.

Le sedute di condizionamento sono state condotte in una cinquantina di prigioni segrete sotto la responsabilità di "Stazione Alec", l’unità della CIA incaricata di seguire Osama bin Laden. Le infrastrutture, il personale e i trasporti erano sotto la responsabilità del "Gruppo di resa e detenzione" della CIA. Le sessioni erano ideate e condotte sotto la sorveglianza di due psicologi a contratto che successivamente, nel 2005, si sono costituiti in società. Le tecniche di condizionamento utilizzate sono state autorizzate dai più alti livelli gerarchici, senza specificare che queste torture erano finalizzate a condizionare e non a estorcere informazioni.

Il vice Presidente Dick Cheney, il Consigliere della Sicurezza nazionale Condoleezza Rice, il Segretario di Giustizia John Ashcroft, il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld, il Segretario di Stato Colin Powell e il direttore della CIA George Tenet hanno partecipato a incontri su questo tema alla Casa Bianca. Essi hanno assistito ad alcune simulazioni presso la Casa Bianca e preso visione delle registrazioni di alcune sedute: registrazioni che in seguito sono state distrutte illegalmente. È evidente che tali riunioni avevano per obiettivo quello di "compromettere" queste personalità, ma non è possibile stabilire chi di loro conoscesse effettivamente a cosa sarebbe servito l’uso di quelle tecniche.

Tuttavia, nel giugno 2007, Condoleezza Rice era stata informata personalmente dall’impiegato a contratto della CIA che supervisionava gli esperimenti. Il Consigliere della Sicurezza nazionale autorizzò la prosecuzione degli esperimenti, pur diminuendo il numero di torture autorizzate.

Gli estratti pubblici del rapporto forniscono un’analisi dettagliata di come la CIA abbia mentito agli altri rami dell’amministrazione Bush, ai media e al Congresso.

Gli esperimenti del professor Martin Seligman
Gli estratti pubblici del rapporto confermano che la CIA ha condotto esperimenti sulla base del lavoro del professor Martin Seligman (teoria della "impotenza appresa »), che non mirava a ottenere confessioni o informazioni, ma a inculcare ai soggetti un discorso o un comportamento.

Molte delle citazioni degli estratti che la stampa ha diffuso, suscitano confusione. Infatti, la CIA si riferisce ai "metodi di condizionamento" utilizzando l’appellativo di "metodi di interrogatorio non-standard" (non-standard means of interrogation). Fuori dal contesto, potremmo supporre che con il termine "interrogatorio" si intenda la ricerca di informazioni, quando invece venivano organizzate sedute di condizionamento dei soggetti.

Tutti i nomi dei torturatori sono stati censurati negli estratti declassificati del rapporto. Tuttavia, riconosciamo Bruce Jessen sotto lo pseudonimo di "Grayson Swigert" e James Mitchell sotto quello di "Hammond Dunbar". Dal 12 aprile 2002 i due uomini supervisionarono il programma. Erano fisicamente presenti nelle prigioni segrete. Nel 2005, si sono costituiti in azienda commerciale, Mitchell Jessen & Associates (indicata come "Società Y" nel rapporto). Dal 2005 al 2010, la loro attività fu pagata 81 milioni dollari. Successivamente, sono stati utilizzati dall’esercito per condurre un programma comportamentale su 1,1 milioni di soldati americani.

Nel maggio 2003, un alto ufficiale della CIA avvertì l’Ispettore generale dell’Agenzia che il lavoro del professor Seligman si basava sulle torture perpetrate dal Vietnam del Nord per ottenere "confessioni a fini di propaganda". L’ufficiale metteva in causa il programma di condizionamento. Ma la notifica non ebbe alcun effetto. Inoltre, egli fece un piccolo errore nel citare il Vietnam del Nord: le ricerche di Seligman si basavano, come del resto le pratiche dei nord-vietnamiti, su lavori coreani.

La maniera in cui i torturatori si sono protetti
Secondo la Commissione del Senato, il programma di tortura della CIA è stato ordinato dal presidente George W. Bush il 17 settembre 2001, sei giorni dopo gli attentati. Il suo unico obiettivo era quello di dotare di mezzi straordinari le indagini sugli attentati dell’11 settembre 2001. Tuttavia, questo programma è stato immediatamente sviluppato in violazione delle istruzioni del Presidente. Pertanto, dal momento degli attentati, la CIA, all’insaputa della Casa Bianca, ha cercato di fabbricare false testimonianze per avvalorare la responsabilità di al-Qa’ida.

Il presidente George Bush e i parlamentari sono stati ingannati dalla CIA che: 
- ha ottenuto l’autorizzazione a praticare la tortura mascherandone le vere finalità; 
- ha presentato confessioni false, come se fossero state estorte sotto tortura;

Quando il presidente Bush ha ammesso, il 6 settembre 2006, l’esistenza di un programma segreto di tortura della CIA, ne ha difeso la pratica, sostenendo che ciò aveva fornito informazioni che avevano salvato delle vite. Bush si basava su falsi rapporti della CIA e non era a conoscenza del fatto che il servizio fabbricasse prove anziché cercarle. Da quel momento, la stampa atlantista è sprofondata nella barbarie, iniziando a dibattere sui meriti della tortura e presentandola come un male necessario a fin di bene.

I torturatori hanno provveduto a munirsi di una copertura giuridica. Pertanto, hanno chiesto al Dipartimento della Giustizia l’autorizzazione a operare. Il Dipartimento si è espresso soltanto sulla legalità dei metodi utilizzati (isolamento, confinamento in una piccola scatola, messa in scena del funerale, uso di insetti, etc.) e non sul programma nel suo complesso. La maggior parte dei giuristi hanno consentito solo particolari condizionamenti del corpo, ignorando le conseguenze psicologiche di una loro azione combinata. Tutte le autorizzazioni sono state riunite nell’agosto 2002.

I funzionari della CIA che hanno autorizzato questi esperimenti hanno indicato per iscritto che le cavie umane dovevano essere incenerite, qualora fossero decedute durante le sedute di condizionamento, o rimanere recluse a vita, qualora fossero sopravvissute.

La «fabbrica» delle confessioni
Che sia chiara una cosa: la Commissione del Senato non dice che le confessioni dei detenuti sono giuridicamente errate in quanto ottenute sotto tortura, essa afferma che la CIA non ha interrogato questi detenuti, ma li ha condizionati affinché confessassero azioni e situazioni a cui erano estranei. La Commissione precisa che gli agenti della CIA non hanno nemmeno cercato di sapere cosa avessero confessato i detenuti, in occasione di precedenti interrogatori, alle autorità che li avevano arrestati. In altre parole, non solo la CIA non ha cercato di stabilire se al-Qa’ida fosse coinvolta o meno negli attentati, ma la sua azione aveva come unico scopo quello di fabbricare false testimonianze a prova del coinvolgimento di al-Qa’ida negli attentati dell’11 settembre.

La Commissione del Senato non si sofferma sul fatto che le confessioni delle cavie umane siano state estorte o inculcate, ma dopo aver spiegato che le autorità di vigilanza erano esperte di condizionamento e non di interrogatori, si dilunga nell’affermare che nessuna di queste "confessioni" ha permesso di prevedere l’accaduto. Dimostra che la CIA ha mentito affermando di aver contribuito a prevenire ulteriori attacchi. La Commissione non scrive che le informazioni su al-Qa’ida in queste confessioni sono invenzioni, ma fa notare che tutto ciò che si è potuto verificare, si è rivelato falso. In tal modo, la Commissione nega esplicitamente gli argomenti che sono stati utilizzati per giustificare la tortura e annulla implicitamente le testimonianze utilizzate per collegare al-Qa’ida agli attentati dell’11 settembre.

Il rapporto conferma, ufficialmente, molte informazioni che abbiamo presentato ai nostri lettori e che contraddicono e invalidano il lavoro dei thinks tanks atlantisti, delle università e della stampaa dopo l’11 settembre, sia per quanto riguarda gli attacchi del 2001 sia per quanto riguarda al-Qa’ida.

A seguito della pubblicazione degli estratti del rapporto, sembra che tutte le prove citate nella relazione della Commissione presidenziale d’inchiesta sugli attacchi dell’11 settembre e che collegano i suddetti attacchi ad al-Qa’ida, siano false. Ad oggi non esiste più un solo indizio per attribuire gli attacchi dell’11 settembre ad al-Qa’ida: non esiste alcuna prova che le 19 persone accusate di essere i pirati dell’aria si trovassero quel giorno su uno dei quattro aerei e che le testimonianze degli ex appartenenti ad al-Qa’ida, che rivendicavano gli attacchi, siano autentiche.

Il rapporto conferma quello che avevamo rivelato nel 2009
Nell’ottobre 2009, pubblicai uno studio su questo argomento nella rivista russa Odnako. Sostenevo che Guantanamo non era un centro di interrogatori, ma di condizionamento. Inoltre tiravo in ballo personalmente il professor Seligman. Un anno dopo, l’articolo essendo stato tradotto in inglese, alcuni psicologi statunitensi fecero una campagna per ottenere spiegazioni da Martin Seligman. In risposta, egli negò il suo ruolo di carnefice e avviò una procedura legale contro di me e contro la Rete Voltaire, sia in Francia che in Libano, dove risiedevo. Alla fine, il professor Seligman incaricò i suoi avvocati di fermare le procedure legali dopo che pubblicammo una delle sue lettere seguite da una spiegazione del testo. Martin Seligman ha agito nello stesso modo con tutti coloro che hanno trattato questo argomento, come ad esempio Bryant Weich di Huffington Post.

E ora?
La senatrice Diane Feinstein è riuscita, coraggiosamente, a pubblicare parte del suo rapporto, nonostante l’opposizione dell’attuale direttore della CIA, John Brennan, ex responsabile del controllo del programma di tortura.

Il presidente Barack Obama ha annunciato che non perseguirà nessuno degli autori di questi crimini, fintanto che i difensori dei diritti umani si batteranno affinché i torturatori siano assicurati alla giustizia: è il minimo che si possa fare.

Tuttavia, le questioni cruciali sono altre: perché la CIA ha commesso questi crimini? Perché ha fabbricato delle confessioni per collegare artificialmente al-Qa’ida agli attentati dell’11 settembre? E di conseguenza, se al-Qa’ida non è implicata negli attacchi dell’11 settembre, chi sta cercando di proteggere la CIA?

Infine, il programma della CIA coinvolgeva solo 119 cavie umane, cosa sappiamo dei circa 80.000 prigionieri segreti della US Navy?

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L'alibi anti-terrorismo

Se si segue passo passo il discorso anti-terrorismo di Washington e dei suoi alleati del Golfo, chiunque capisce che si tratta soltanto di una giustificazione retorica per una guerra che persegue altri fini. Gli Stati Uniti affermano di voler distruggere l’Emirato Islamico che essi stessi hanno creato, e che esegue per loro la pulizia etnica necessaria al piano di rimodellamento del "Medio Oriente allargato". Ancora più strano, essi affermano di volerlo combattere in Siria con l’opposizione moderata, che è composta dagli stessi jihadisti dell’Emirato. Infine, gli USA hanno distrutto a Rakka degli edifici che erano stati evacuati due giorni prima proprio dall’Emirato Islamico. Per Thierry Meyssan, dietro a queste apparenti contraddizioni prosegue la guerra del gas.

La campagna aerea degli Stati Uniti in Iraq e in Siria lascia perplessi: è impossibile distruggere un gruppo terroristico esclusivamente con degli attacchi aerei. In Iraq, gli Stati Uniti e il CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo) hanno abbinato le proprie azioni con quelle a terra delle truppe irachene o curde. In Siria, non dispongono di alcuna forza in grado di lottare seriamente contro l’Emirato Islamico. E anche in questo caso, «questi bombardamenti non sono in grado di intaccare la capacità dell’Emirato Islamico o le sue operazioni in altre regioni dell’Iraq o della Siria», secondo il generale William Mayville, capo delle operazioni dello stato maggiore statunitense.

Tutto sommato, e nonostante le dichiarazioni ufficiali, l’Emirato Islamico è una creazione degli Stati Uniti e del CCG, che serve i loro interessi e non si è certo mostrato inaffidabile:

• Nel maggio 2013, il senatore John McCain è entrato illegalmente in Siria per incontrare lo stato maggiore dell’Esercito Siriano Libero (moderato), tra cui Abu Youssef, alias Abu Du’a, alias Ibrahim al-Baghdadi, l’attuale califfo Ibrahim (capo degli estremisti).

• Nel gennaio 2014, la Reuters ha rivelato che il presidente Obama aveva convocato una seduta segreta del Congresso durante la quale è stato votato il finanziamento e l’armamento dei "ribelli" in Siria, compresi quelli dell’Emirato Islamico, fino al settembre 2014. Si trattava davvero di una riunione segreta e non semplicemente di una seduta a porte chiuse. Tutta la stampa americana ha rispettato la censura di queste informazioni.

• Orgogliosa di questo riconoscimento, la televisione pubblica saudita ha rivendicato il fatto che l’Emirato Islamico era guidato dal principe Abdul Rahman al-Faisal.

• Da parte sua, il capo dell’intelligence militare israeliana, il generale Aviv Kochavi, ha messo in guardia contro una proliferazione di combattenti anti-siriani e ha rivelato che i membri di al-Qa’ida, tra cui quelli dell’Emirato Islamico (che non avevano ancora divorziato) erano addestrati [sotto il controllo della NATO] in tre campi in Turchia, situati a Şanlıurfa, Osmaniye e Karaman.

• Nel maggio 2014, l’Arabia Saudita ha consegnato all’Emirato Islamico armi pesanti nuove, acquistate in Ucraina, e una quantità di Toyota nuove per invadere l’Iraq. Il trasferimento è stato assicurato da un treno speciale noleggiato dai servizi segreti turchi.

• Il 27 maggio, Massoud Barzani, presidente del governo regionale curdo in Iraq, si è recato ad Amman per coordinare l’invasione dell’Iraq tra i curdi iracheni e l’Emirato Islamico. Un ulteriore incontro si è tenuto il primo di giugno, sempre ad Amman, con molti partner sunniti.

• All’inizio di giugno, l’Emirato Islamico e il Governo locale del Kurdistan sono passati all’attacco. L’Emirato Islamico, in conformità alla sua missione, ha seminato il terrore in modo da realizzare la pulizia etnica che l’esercito degli Stati Uniti non era riuscito a fare nel 2003. Così si concretizza il piano dello stato maggiore statunitense di rimodellamento del “Medio Oriente allargato”, adottato nel 2001.

Non c’è dunque alcuna ragione, per gli Stati Uniti, di distruggere l’Emirato Islamico se non il pretesto della morte di tre propri cittadini residenti all’estero, pubblicizzata mediaticamente e quantomeno sospetta, la quale in ogni caso non può giustificare questo diluvio di fuoco.

Se da una parte è chiaro che il bersaglio principale della campagna aerea non è quello dichiarato, dall’altra nessuno è in grado di dire esattamente che cosa in realtà essa miri a distruggere. Al massimo si può dire che gli Stati Uniti e i loro alleati GCC hanno bombardato a Rakka degli edifici vuoti che erano stati evacuati due giorni prima dall’Emirato Islamico, e una dozzina di raffinerie nella Siria orientale.

Ma che cosa c’entrano le raffinerie in una guerra che dovrebbe essere condotta contro il terrorismo? Secondo il Pentagono, quelle bombardate erano controllate dall’Emirato islamico e gli procuravano ingenti redditi.

Questa spiegazione è palesemente falsa. Quando uno Stati sotto embargo tenta di vendere gas o petrolio sul mercato internazionale, non ci riesce. Eppure l’Emirato Islamico lo fa, nonostante le risoluzioni 1373 (2001) e 2170 (2014) del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. È di dominio pubblico il fatto che l’Emirato ruba idrocarburi in Iraq e in Siria, li inoltra via oleodotto fino al porto turco di Ceyhan, da dove vengono trasportati in Israele dalle petroliere di Palmali Shipping & Agency JSC, la società del miliardario turco-azero Mubariz Gurbanoğlu. Al porto di Ashkelon le autorità israeliane forniscono certificati falsi che ne attestano la provenienza dal giacimento di Eilat, quindi vengono esportati verso l’Unione Europea, che finge di crederli israeliani.

Soprattutto, siccome la stessa procedura viene utilizzata anche per esportare gas e petrolio rubati dal governo locale del Kurdistan iracheno, se gli Stati Uniti e il CCG agissero in ottemperanza alle risoluzioni 1373 (2001) e 2170 (2014) dovrebbero attaccare anche il Kurdistan iracheno. Invece, essi lo sostengono (non contro l’Emirato Islamico, ma contro il governo centrale di Baghdad).

Il bombardamento di queste strutture, quindi, non si spiega se non con la volontà di privare la Siria della sua capacità di raffinazione per quando la pace sarà tornata.

A nessuno sfugge che in questa faccenda gli Stati Uniti si appoggiano a membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, e in particolare all’Arabia Saudita. A questo proposito, se è chiaro che gli aerei sauditi non decollano dal loro Paese, l’informazione pubblicata dai media iraniani secondo cui essi hanno base in Israele non è mai stata confermata, ma è verosimile.

Abbiamo spesso notato che uno dei principali obiettivi della guerra contro la Siria è il controllo delle sue enormi riserve di gas naturale e del suo territorio, attraverso il quale potrebbe passare un oleodotto proveniente sia dall’Iran sia dai suoi rivali, Arabia Saudita e Qatar.

Ora, in seguito alla resistenza della Novorussia e il supporto fornitole dalla Federazione Russa, l’Unione Europea tenta di affrancarsi dalla propria dipendenza dal gas russo. Da qui l’idea del governo iraniano di offrire sul mercato il proprio gas, come ha annunciato il vice ministro del Petrolio Ali Majedi il 9 agosto scorso. Per l’Iran questa sarebbe un’alternativa al blocco da parte dell’Emirato Islamico della via irachena verso la Siria.



Bombardamento di una raffineria siriana da parte dell’Aeronautica militare statunitense, 24 settembre 2014. Le raffinerie sono tra gli investimenti industriali più costosi.

Questa opzione, che difende gli interessi di Stato dell’Iran ma abbandona la lotta anti-imperialista del presidente Ahmadinejad, potrebbe essere approvata da Washington nel quadro di un accordo più ampio, durante i negoziati 5 + 1. L’Iran potrebbe accettare di abbandonare le proprie ricerche innovative su un metodo di produzione dell’energia nucleare in grado di liberare il terzo mondo dalla sua dipendenza energetica dal petrolio, mentre gli "Occidentali" potrebbero togliere le loro sanzioni.

Ciò nonostante, se questo ribaltamento avesse luogo, modificherebbe profondamente l’equilibrio della regione. Sarebbe difficile da far accettare alla Russia, che ha appena accolto l’Iran nell’Organizzazione di Shangai per la Cooperazione. Inoltre ciò presupporrebbe un investimento di 8,5 miliardi di dollari per costruire 1.800 chilometri di gasdotti e collegare i campi di produzione al sistema Nabucco. Il gas iraniano passerebbe attraverso l’Azerbaigian e la Turchia, poi la Bulgaria, la Romania e l’Ungheria, per essere distribuito nell’Unione europea dall’Austria. E’ ciò che ha confermato lo sceicco Hassan Rohani al presidente Hans Fischer, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Il rilancio del sistema Nabucco sarebbe una pacchia per l’Azerbaigian, che potrebbe così esportare più facilmente la produzione del suo giacimento di gas di Shah Deniz. Di conseguenza, anche Baku si allontanerebbe da Mosca per avvicinarsi a Washington, cosa che spiegherebbe i suoi improvvisi acquisti di armi da Israele.

Dal punto di vista siriano, un cambiamento nella politica energetica iraniana non sarebbe necessariamente un male: la maggior parte dei nemici della Siria - tranne Israele – non avrebbero più alcuna ragione per continuare la guerra. Inoltre, l’allontanamento dell’Iran rafforzerebbe l’utilità della Siria per la Russia. Se questo accordo venisse firmato, Washington continuerebbe a perseguire l’instabilità nelle aree sunnite dell’Iraq, per mantenere una separazione fisica tra Teheran e Damasco, e certamente sosterrebbe Daesh a Deir ez-Zor, ma lascerebbe tranquillo il resto della Siria.

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Avviso di tempesta in Iran


Le iniziative del nuovo presidente iraniano, lo sceicco Hassan Rohani, si sono in gran parte allontanate dalla linea anti-imperialista dell’Imam Khomeini. Pare che la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, che aveva favorito l’elezione di Rohani, abbia deciso oggi di sabotare l’accordo da lui segretamente negoziato con gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Washington non ci sente da quest’orecchio e prepara il suo "Piano B".

Il progetto dello sceicco Hassan Rohani

Dopo la rivoluzione khomeinista, l’Iran sostiene tutti i movimenti anti-imperialisti del Vicino Oriente, a prescindere dalla religione dei loro membri. Tuttavia, questa politica è stata fortemente contestata dalla "rivoluzione verde" del 2009. All’epoca, il candidato "modernista" Mirhossein Moussaoui, dichiarò durante la sua campagna elettorale che, pur accogliendo con favore la resistenza di Hamas e Hezbollah, non spettava agli iraniani pagare per i loro armamenti né per la ricostruzione della Palestina e del Libano. Una volta eletto, nel 2013, il nuovo presidente sceicco Hassan Rohani ha incuriosito i commentatori brandendo una chiave e lasciando intendere che avrebbe messo il Tesoro iraniano a servizio del suo popolo, piuttosto che dedicarlo a finanziare rischiosi movimenti di Resistenza dei quali alcuni non sono nemmeno sciiti. Tuttavia, il popolo iraniano prestava poca attenzione a questa controversia, che ha erroneamente considerato come roba da politicanti.

Dopo la sua elezione, lo sceicco Rohani ha sollevato una vasta speranza nel suo paese, poiché i suoi elettori erano convinti che avrebbe raggiunto un accordo con gli Stati Uniti e l’Unione Europea che avrebbe messo fine alle "sanzioni" e avrebbe così migliorato il loro potere d’acquisto. Oggi, l’Iran ha riacquistato la capacità di vendere il suo petrolio sul mercato internazionale e dispone quindi di valuta estera. La valuta nazionale, il rial, si è ormai stabilizzata.

Veniamo ora alla conclusione: lo sheikh Rohani ha segretamente negoziato un accordo con Washington e Bruxelles che dovrebbe rendere presto di pubblico dominio. E questo accordo va ben oltre i propositi di Hossein Moussaoui di cinque anni fa. Si tratta, né più né meno, di far ribaltare la posizione dell’Iran verso il campo occidentale, nonostante il suo recente ingresso nella Organizzazione di Cooperazione di Shanghai.

Secondo l’accordo, l’Iran consegnerebbe il suo gas all’Unione europea. In questo modo, essa potrebbe liberarsi dalla sua dipendenza nei confronti della Russia e lanciare una nuova Guerra fredda. Inoltre, questo gas verrebbe a mancare alla Cina e al suo sviluppo.

Il 24 settembre, lo sceicco Rohani era in trattative con il suo omologo austriaco, Hans Fischer, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu con l’Austria che assicurava la gestione del gasdotto Nabucco. I due uomini hanno discusso del finanziamento del collegameneto con i giacimenti di gas e di petrolio iraniani, il cui costo dovrebbe raggiungere gli 8,5 miliardi dollari. Un mega-progetto che dovrebbe generare parecchia corruzione.

L’accordo dovrebbe concludere la controversia sulla presunta bomba atomica che, dal momento dell’elezione di Mahmoud Ahmadinejad nel 2005, l’Iran avrebbe disposto nel giro di "qualche settimana". Il conflitto tra filo-USA e anti-imperialisti

Contrariamente a un’idea semplicistica diffusa dalla propaganda atlantista, la Rivoluzione Islamica non è stata fatta con il clero sciita, ma sia contro lo Scià che contro di esso. Il clero qualificava perfino l’Ayatollah Khomeini come "scismatico" prima di seguire il movimento popolare e, infine, unirsi all’imam. I rapporti tra i rivoluzionari e il clero si inasprirono ancora durante la guerra imposta da parte dell’Iraq: all’epoca, i Guardiani della Rivoluzione, tra cui Mahmoud Ahmadinejad- constatarono che i figli degli esponenti del clero erano assenti dal fronte.

Per secoli, il clero sciita ha fatto uso e abuso del suo potere in Iran. La rivoluzione dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini era tanto una riforma dello sciismo quanto una lotta di liberazione nazionale. Prima di lui, gli sciiti iraniani piangevano molto la morte dell’Imam Ali; con lui, hanno cercato invece di imitarlo per combattere l’ingiustizia.

In termini di costumi, se tutti difendono gli stessi principi, non lo fanno nello stesso modo: sia il clero (di cui lo sceicco Hassan Rohani è ora il rappresentante) sia le "Forze della Rivoluzione" (rappresentate in particolare dai fratelli Larijani) sono a favore della coercizione, mentre gli anti-imperialisti (di cui Mahmoud Ahmadinejad è il leader) sostengono il valore dell’esempio. Così, il presidente Ahmadinejad entrò in conflitto con la polizia del buocostume durante i suoi mandati presidenziali, e prese pubblicamente posizione contro l’uso obbligatorio del velo per le donne e la forte raccomandazione di avere la barba per gli uomini. Il conflitto divenne così acuto che i dipendenti dell’ufficio del presidente furono arrestati e imprigionati per diversi mesi per "stregoneria" (sic).

La Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, che è un discepolo prediletto dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini, dispone di poteri superiori a quelli del presidente della Repubblica, ma può intervenire solo di rado. Negli ultimi anni, ha cercato di limitare le iniziative del turbolento Mahmoud Ahmadinejad e di costringerlo a mantenere la sua alleanza con i fratelli Larijani. Il presidente Ahmadinejad si è poi scontrato con lui, in particolare a proposito della scelta del suo vicepresidente Esfandiar Rahim Mashaei, finalmente assurto al rango di capo di gabinetto del presidente. In definitiva, l’alleanza tra i Larijani e Ahmadinejad si è rotta in un clima deleterio di accuse pubbliche di corruzione

Reazioni al progetto dello sceicco Hassan Rohani

Più di un anno dopo la sua elezione, la popolarità dello sceicco Rohani sta precipitando, essendo l’opinione pubblica divisa tra chi lo accusa di non aver cambiato granché e chi lo accusa di promuovere una classe sociale a spese della maggioranza. Ovviamente, se Mahmoud Ahmadinejad fosse autorizzato a presentarsi alle prossime elezioni presidenziali, verrebbe eletto al primo turno. Tuttavia, è dubbio che l’occasione si presenti. Nel 2013, al suo candidato, Esfandiar Rahim Mashaei, è stato vietato di competere, mentre i sondaggi lo davano vincitore al secondo turno. Tutto sarà fatto dunque per impedire ad Ahmadinejad di partecipare alle elezioni del 2017.

In ogni caso, l’ex presidente non è mai stato così attivo come oggi. Mobilita il suo campo e sembra certo di poter prevenire il ribaltamento dell’Iran verso il campo atlantista. Segno della sua probabile vittoria, la Guida Suprema ha consentito ai suoi sostenitori di organizzare una conferenza internazionale anti-imperialista alla quale si era opposto lo scorso anno. L’Ayatollah Ali Khamenei si è anche fatto rappresentare. Dovrebbe dunque porre il suo veto al progetto Rohani.

Per i discepoli di Khomeini, il progetto equivarrebbe ad annichilire la Rivoluzione e tornare all’epoca dello Scià. L’Iran rinuncerebbe alla sua influenza politica e si dedicherebbe al commercio internazionale. Sul piano interno, questo significherebbe ancora opulenza per i leader, ma non necessariamente per la popolazione. Per inciso, i popoli del Vicino Oriente che accumulano vittorie su Washington, Londra e Tel Aviv, soprattutto in Libano, Gaza, Siria e Yemen, saranno di nuovo progressivamente orfani e indigenti.
 
Il "Piano B" degli Stati Uniti

Nel probabile caso – salvo il caso di una morte prematura della Guida suprema - di una sconfitta del piano Rohani, Washington continua a preparare il suo "Piano B": una vasta destabilizzazione del paese, molto più potente di quella del 2009. All’epoca, si trattava di far credere a brogli delle elezioni presidenziali che sarebbero state vinte dai filo-USA.

Questa volta dovrebbe trattarsi di un remake della pseudo-rivoluzione siriana del 2011.

Da cinque anni in qua Washington ha creato e sta creando più di 70 canali televisivi satellitari in lingua farsi, sebbene questa lingua non abbia più di circa 100 milioni di parlanti in tutto il mondo, di cui 80 milioni in Iran. Ogni alleato degli Stati Uniti è stato sollecitato dall’Unione Europea alla Corea del Sud, affinché trasmettesse programmi destinati agli iraniani. Se tutti questi media arrivassero a trasmettere nello stesso tempo una falsa notizia, questa sembrerebbe certa agli iraniani, molti dei quali si sono allontanati dalle televisioni nazionali, che giudicano troppo militanti o troppo puritane.

Inoltre, nessuno sa chi sia il responsabile in Iran della censura di Internet. Per prevenire la diffusione della pornografia, tutti i video sono inaccessibili e così anche una gran quantità di siti. Tuttavia, ogni iraniano si è dotato di un proxy che gli permette di aggirare la censura. L’unico risultato di questa pratica è quello di screditare lo Stato; una situazione che non mancherà di essere utilizzata dagli Stati Uniti.

Pertanto, si può prevedere che in caso di sconfitta dello sceicco Hassan Rohani, Washington lancerà false notizie alle quali il pubblico crederà. Con le tecniche digitali, è possibile dare a vedere eventi di attualità fittizi, come è stato sperimentato in Libia (con la caduta della Jamahiriya diffusa con quattro giorni di anticipo per demoralizzare la popolazione) e in Siria (con le numerose manifestazioni che tutti hanno visto, ma che non sono mai esistite).

Il rifiuto del progetto Rohani non farà altro che dare il segnale di un nuovo confronto.

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Il maestro concertatore

Tutti hanno potuto notare la contraddizione di quelli che recentemente definivano l’Emirato Islamico «paladino della libertà» in Siria mentre oggi si indignano per i suoi abusi in Iraq. Ma se questo discorso è di per sé incoerente, ha invece perfettamente senso sul piano strategico: i medesimi individui dovevano essere presentati ieri come alleati e oggi come nemici, anche se continuano sempre ad obbedire agli ordini di Washington. Thierry Meyssan rivela i retroscena della politica degli Stati Uniti attraverso il caso particolare del senatore John McCain, maestro concertatore della "primavera araba" e interlocutore di vecchia data del Califfo Ibrahim.

Barack Obama e John McCain sono davvero avversari politici come vogliono far credere, 
o stanno lavorando insieme alla strategia imperialista del loro paese?

John McCain è conosciuto come il capofila dei repubblicani, sfortunato candidato alla presidenza statunitense nel 2008. Come vedremo, questa non è che una parte della sua biografia reale, quella che gli serve da copertura per condurre azioni segrete per conto del suo governo.

Quando ero in Libia durante l’attacco "occidentale", ho potuto consultare un rapporto dei servizi segreti specializzati sugli affari esteri. Vi si poteva leggere che il 4 febbraio 2011 la NATO organizzò al Cairo una riunione per lanciare la "primavera araba" in Libia e in Siria. Secondo il documento, la riunione era presieduta da John McCain. Il rapporto specificava la lista dei partecipanti libici, la cui delegazione era guidata dal numero due del governo dell’epoca, Mahmoud Jibril, il quale aveva bruscamente cambiato schieramento all’inizio della riunione per diventare il capo dell’opposizione in esilio.

Mi ricordo che il rapporto citava, tra i delegati francesi presenti in quell’occasione, Bernard-Henry Lévy, benché ufficialmente costui non abbia mai esercitato alcuna funzione all’interno del governo francese. All’incontro parteciparono molte altre personalità, tra cui una folta delegazione di siriani che vivevano all’estero.

In esito alla riunione, il misterioso account di Facebook Rivoluzione siriana 2011 lanciò l’appello a manifestare davanti al Consiglio del Popolo (Assemblea Nazionale) a Damasco l’11 febbraio. Nonostante questo account ostentasse all’epoca più di 40.000 followers, soltanto una dozzina di persone risposero all’appello davanti ai flash dei fotografi e a centinaia di poliziotti. La dimostrazione si disperse pacificamente e gli scontri non iniziarono che un mese più tardi, a Deraa.

Il 16 febbraio 2011, una manifestazione in corso a Bengasi - in memoria di membri del Gruppo islamico combattente in Libia massacrati nel 1996 nella prigione di Abu Selim - degenerò in sparatoria. Il giorno dopo, degenerò in sparatoria una seconda manifestazione, questa volta in memoria delle persone morte nel corso dell’attacco al consolato di Danimarca all’epoca delle vignette su Maometto. Nello stesso momento, membri del Gruppo islamico combattente in Libia, venuti dall’Egitto e coordinati da individui incappucciati e non identificati, attaccarono simultaneamente quattro basi militari in quattro diverse città. Dopo tre giorni di combattimenti e di atrocità, i ribelli lanciarono la rivolta della Cirenaica contro la Tripolitania; un attacco terroristico che la stampa occidentale presentò falsamente come una «rivoluzione democratica» contro il “regime” di Muammar el-Gheddafi.

Il 22 febbraio John McCain era in Libano. Là incontrò alcuni membri della Corrente del Futuro (il partito di Saad Hariri) e li incaricò di sorvegliare il trasferimento di armi in Siria all’entourage del deputato Okab Sakr. Poi, lasciando Beirut, McCain ispezionò il confine siriano e scelse i villaggi (specialmente Ersal) che dovevano servire come base d’appoggio ai mercenari durante la guerra che sarebbe iniziata.

Le riunioni presiedute da John McCain hanno costituito chiaramente il momento di innesco di un piano da tempo organizzato da Washington; piano che prevedeva di far attaccare la Libia e la Siria contemporaneamente dal Regno Unito e dalla Francia, secondo la dottrina della “leadership da dietro le quinte” e in conformità al Trattato di Lancaster House del novembre 2010.

Il viaggio illegale in Siria del maggio 2013

Nel maggio 2013 il senatore John McCain si recò illegalmente vicino a Idleb, in Siria, attraverso la Turchia, per incontrare alcuni leader della «opposizione armata». Il suo viaggio non fu reso pubblico che al suo ritorno a Washington.

Questo spostamento era stato organizzato dalla Syrian Emergency Task Force che, contrariamente a quanto suggerisce il nome, è un’organizzazione sionista diretta da un dipendente palestinese dell’AIPAC.

John McCain in Siria. In primo piano a destra si può riconoscere il direttore della Syrian Emergency Task Force. 
Nel vano della porta, al centro, Mohammad Nour.

Nelle fotografie diffuse all’epoca, si notava la presenza di Mohammad Nour, portavoce della Brigata Tempesta del Nord (del Fronte Al-Nusra, cioè Al-Qa’ida in Siria), che aveva rapito e teneva prigioneri ad Azaz undici pellegrini sciiti libanesi. Interrogato circa la sua vicinanza ai rapitori membri di Al-Qa’ida, il senatore McCain affermò di non conoscere Mohammad Nour, che si sarebbe quindi invitato di propria iniziativa in quella foto.

La vicenda fece scalpore e le famiglie dei pellegrini rapiti denunciarono alla magistratura libanese il senatore McCain per concorso in sequestro di persona. Alla fine fu raggiunto un accordo e i pellegrini furono liberati.

Supponiamo che il senatore McCain abbia detto la verità e che sia stato ingannato da Mohammad Nour. Lo scopo del suo viaggio illegale in Siria era quello di incontrare lo stato maggiore dell’Esercito siriano libero. Secondo lui, questa organizzazione era composta «esclusivamente da siriani» che combattevano per la «propria libertà» contro la «dittatura alauita» (sic). Gli organizzatori del viaggio hanno pubblicato quella fotografia per documentare l’incontro.




John McCain e lo stato maggiore dell’Esercito siriano libero. In primo piano a sinistra, Ibrahim al-Badri, con il quale il senatore sta parlando. Subito dopo, il brigadier generale Salim Idriss (con gli occhiali). 



Se nella foto si può vedere il brigadier generale Salem Idriss, capo dell’Esercito siriano libero, si può vedere anche Ibrahim al-Badri (in primo piano a sinistra) con il quale il senatore sta parlando. Di ritorno da questo viaggio a sorpresa, John McCain affermò che tutti i responsabili dell’Esercito siriano libero sono «moderati dei quali ci si può fidare» (sic).


Ebbene, Ibrahim al-Badri, noto anche come Abu Du’a, figura nella lista dei cinque terroristi più ricercati dagli Stati Uniti (Rewards for Justice) già dal 4 ottobre 2011. Una ricompensa fino a 10 milioni di dollari viene offerta a chi aiuterà la sua cattura.

Il giorno successivo, 5 ottobre 2011, Ibrahim al-Badri risultava già inserito nella lista del comitato per le sanzioni dell’Onu come membro di Al Qa’ida.

Inoltre, un mese prima di ricevere il senatore McCain, Ibrahim al-Badri - con il nome di battaglia di Abu Bakr al-Baghdadi - aveva creato lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante (EIIL) – continuando pur sempre a far parte dello stato maggiore dell’assai “moderato” Esercito siriano libero. Fu lui a rivendicare l’attacco alle prigioni di Taj e di Abu Ghraib in Iraq, dalle quali fece evadere tra i 500 ei 1.000 jihadisti che poi si unirono alla sua organizzazione. Questo attacco era coordinato con altre operazioni quasi simultanee in altri otto Paesi. Ogni volta, i jihadisti evasi entrarono a far parte di organizzazioni combattenti in Siria. Una faccenda così strana da spingere l’Interpol a emettere un comunicato e chiedere la collaborazione dei 190 paesi membri.

Da parte mia, ho sempre affermato che sul campo non vi era alcuna differenza tra Esercito siriano libero, Fronte Al-Nusra, Emirato Islamico, ecc ... Tutte queste organizzazioni sono composte dagli stessi individui che cambiano continuamente bandiera. Quando sostengono l’Esercito siriano libero, alzano la bandiera della colonizzazione francese e parlano solo di rovesciare il «cane Bashar». Quando dichiarano di appartenere al Fronte Al-Nusra, issano la bandiera di Al-Qa’ida e proclamano la diffusione dell’Islam nel mondo. Infine, quando si presentano come Emirato Islamico, sventolano la bandiera del Califfato e annunciano che ripuliranno la regione da tutti gli infedeli. Ma qualunque sia l’etichetta, perpetrano le medesime atrocità: stupri, torture, decapitazioni, crocifissioni.

Eppure, né il senatore McCain né i suoi compari della Syrian Emergency Task Force hanno fornito al Dipartimento di Stato le informazioni in loro possesso su Ibrahim al-Badri, né hanno provato a incassare la ricca taglia promessa per la sua cattura. Né tantomeno hanno informato il Comitato anti-terrorismo dell’Onu.

In nessun paese del mondo, indipendentemente dal regime politico, sarebbe considerato accettabile che il leader dell’opposizione sia in contatto diretto, amichevole e pubblico con un terrorista molto pericoloso e ricercato.

Chi è dunque il senatore McCain?

Ma John McCain non è semplicemente il leader dell’opposizione politica al presidente Obama, egli è anche uno dei suoi più alti funzionari!

In effetti è presidente dell’International Republican Institute (IRI), il ramo repubblicano della NED/CIA, dal gennaio 1993. Questa cosiddetta "ONG" è stata ufficialmente istituita dal presidente Ronald Reagan per estendere alcune attività della CIA in collegamento con i servizi segreti britannici, canadesi e australiani.

Contrariamente alle apparenze, si tratta a tutti gli effetti di un’agenzia inter-governativa. Il suo budget è approvato dal Congresso in un capitolo di bilancio che fa capo alla Segreteria di Stato.

D’altronde, è proprio perché si tratta di una agenzia congiunta di servizi segreti anglosassoni che molti Stati nel mondo proibiscono all’IRI qualsiasi attività sul proprio territorio.

Accusati di aver ordito il rovesciamento del presidente Hosni Mubarak per conto dei Fratelli Mussulmani, i due dipendenti dell’International Republican Institute (IRI) del Cairo, John Tomlaszewski (secondo a destra) e Sam LaHood (secondo a sinistra, figlio del Segretario ai Trasporti americano-libanese di un governo democratico, Ray LaHood) si sono rifugiati presso l’ambasciata degli Stati Uniti. Eccoli accanto ai senatori John McCain e Lindsey Graham in occasione della riunione preparatoria della "primavera araba" in Libia e in Siria. Saranno scagionati dal Fratello Mohamed Morsi non appena diventerà presidente. 

L’elenco degli interventi di John McCain per conto del Dipartimento di Stato è impressionante. Ha praticamente partecipato a tutte le rivoluzioni colorate degli ultimi vent’anni. Sempre in nome della "democrazia", ha preparato il rovesciamento di molti presidenti regolarmente eletti nei loro rispettivi paesi. Per citare solo qualche esempio: il fallito colpo di stato contro Hugo Chávez in Venezuela, il rovesciamento di Jean-Bertrand Aristide ad Haiti, il tentativo di rovesciamento di Mwai Kibaki in Kenya e, più recentemente, quello del presidente legittimato dalla costituzione, Viktor Yanukovich, in Ucraina.

In qualsiasi Stato del mondo, quando un cittadino prende l’iniziativa di rovesciare il regime di un altro Stato, costui potrà forse essere apprezzato se ci riesce e se il nuovo regime si rivela un alleato, ma sarà duramente condannato se la sua iniziativa ha conseguenze nefaste per la patria. Ebbene, il senatore McCain non ha mai patito alcun disagio in conseguenza del fallimento delle sue manovre anti-democratiche in vari Stati, manovre che pure si sono ritorte contro Washington. Come in Venezuela, per esempio.

Il fatto è che per gli Stati Uniti John McCain non è un traditore, ma un agente.

Di più, è un agente che dispone della migliore copertura che si possa immaginare: è l’oppositore ufficiale di Barack Obama. Come tale, egli può viaggiare in qualsiasi parte del mondo (è il senatore americano che viaggia di più) e incontrare chi vuole senza timore. Se i suoi interlocutori approvano la politica di Washington, promette di darle seguito, se essi la osteggiano, ne attribuisce la responsabilità al presidente Obama.

È noto che John McCain fu prigioniero di guerra in Vietnam per cinque anni, durante i quali venne torturato. Fu vittima di un programma ideato non per carpire informazioni, ma per inculcare un discorso. Si trattava di trasformare la sua personalità in modo che facesse dichiarazioni contro il proprio Paese. Questo programma, sviluppato dal professor Albert D. Biderman a partire dal modello coreano per la Rand Corporation, è servito come base delle ricerche condotte a Guantánamo e altrove dal Dr. Martin Seligman. Applicato sotto George W. Bush a più di 80.000 prigionieri, ha permesso di trasformare molti di loro in veri combattenti al servizio di Washington. John McCain, che in Vietnam ne era stato piegato, lo conosce quindi perfettamente. Egli sa come manipolare senza coinvolgimento emotivo i jihadisti.

Qual è la strategia statunitense con gli jihadisti nel Levante?

Nel 1990 gli Stati Uniti decisero di distruggere il loro vecchio alleato iracheno. Dopo aver lasciato intendere al presidente Saddam Hussein che avrebbero considerato l’attacco al Kuwait come un affare interno iracheno, usarono invece come pretesto proprio quell’invasione per mobilitare una vasta coalizione contro l’Iraq. Tuttavia, a causa dell’opposizione dell’URSS, all’epoca non rovesciarono il regime, ma si accontentarono di amministrare la Zona d’interdizione al volo.

In questo documento, pubblicato nel settembre 2013, l’ambasciatore del Qatar a Tripoli informa il suo ministero che un gruppo di 1.800 africani è stato addestrato alla jihad in Libia. Propone di inviarli in tre gruppi in Turchia perché raggiungano l’Emirato Islamico in Siria.

Nel 2003 l’opposizione della Francia non fu sufficiente a controbilanciare l’influenza del Comitato per la Liberazione dell’Iraq. Gli Stati Uniti attaccarono di nuovo il Paese e questa volta rovesciarono il presidente Saddam Hussein. Guarda caso, John McCain era uno dei principali responsabili del Comitato. Dopo aver affidato per un anno a una società privata l’incarico di saccheggiare il Paese, tentarono di dividerlo in tre stati distinti, ma dovettero rinunciare di fronte alla resistenza della popolazione. Tentarono di nuovo nel 2007, all’epoca della risoluzione Biden-Brownback, ma ancora una volta fallirono. Da qui l’attuale strategia che tenta di raggiungere questo obiettivo per mezzo di un attore non statale: l’Emirato Islamico.

L’operazione è stata pianificata con largo anticipo, prima ancora dell’incontro di John McCain con Ibrahim al-Badri. Così, alcune comunicazioni interne del Ministero degli Affari Esteri del Qatar, pubblicate dai miei amici James e Joanne Moriarty mostrano che 5.000 jihadisti sono stati addestrati a spese del Qatar, nella Libia della NATO nel 2012, e che 2,5 milioni di dollari sono stati versati nello stesso periodo al futuro Califfo.

Nel gennaio 2014 il Congresso degli Stati Uniti ha tenuto una seduta segreta nel corso della quale ha votato, in violazione del diritto internazionale, il finanziamento del Fronte Al-Nusra (Al-Qa’ida) e dell’Emirato Islamico in Iraq e nel Levante fino al settembre 2014. Anche se non si conosce con precisione ciò che è stato effettivamente deciso in occasione di questa seduta segreta - rivelata dall’agenzia di stampa britannica Reuters, e che nessun media statunitense ha osato strappare alla censura - è altamente probabile che la legge comprenda una parte sull’armamento e l’addestramento degli jihadisti.

Orgogliosa di questo finanziamento statunitense, l’Arabia Saudita ha rivendicato sul suo canale televisivo pubblico, Al-Arabiya, che l’Emirato Islamico era soggetto all’autorità del principe Abdul Rahman al-Faisal, fratello del principe Saud al Faisal (Ministro degli Esteri), e del principe Turki al-Faisal (ambasciatore saudita negli Stati Uniti e nel Regno Unito).

L’Emirato Islamico rappresenta una nuova tappa nel mercenariato. A differenza dei gruppi jihadisti che combatterono in Afghanistan, Bosnia-Erzegovina e in Cecenia al seguito di Osama Bin Laden, esso non costituisce una forza collaterale, ma piuttosto un esercito a sé. A differenza dei gruppi precedenti in Iraq, in Libia e in Siria, al seguito del principe Bandar bin Sultan, essi dispongono di sofisticati servizi di comunicazione integrata che esortano ad arruolarsi, nonché di funzionari civili, formati nelle grandi scuole occidentali, capaci di prendere in carico immediatamente l’amministrazione di un territorio.

Armi ucraine nuove fiammanti sono state acquistate dall’Arabia Saudita e scortate dai servizi segreti turchi che le hanno consegnate all’Emirato Islamico. Gli ultimi dettagli sono stati definiti con la famiglia Barzani in una riunione dei gruppi jihadisti ad Amman, il 1° giugno 2014.

Quattro giorni dopo è iniziato l’attacco congiunto dell’Iraq da parte dell’Emirato Islamico e del Governo regionale del Kurdistan.

L’Emirato Islamico si è impadronito della parte sunnita del Paese, mentre il Governo regionale del Kurdistan ha ampliato il proprio territorio di oltre il 40%. Fuggendo le atrocità degli jihadisti, le minoranze religiose hanno lasciato la zona sunnita, aprendo così la strada alla spartizione del paese in tre.

Violando l’accordo difensivo iracheno-statunitense, il Pentagono non è intervenuto e ha permesso all’Emirato Islamico di continuare la sua conquista e i suoi massacri. Un mese dopo, quando i peshmerga [guerriglieri, NdT] del Governo regionale curdo si erano ritirati senza dare battaglia, e quando l’emozione dell’opinione pubblica mondiale era diventata ormai troppo forte, il presidente Obama ha dato l’ordine di bombardare alcune postazioni dell’Emirato Islamico. Tuttavia, secondo il generale William Mayville, direttore delle operazioni presso lo stato maggiore, «Queste incursioni hanno poca probabilità di intaccare le capacità globali dell’Emirato Islamico o le sue attività in altre zone dell’Iraq o della Siria». Con ogni evidenza, esse non mirano a distruggere l’esercito jihadista, ma unicamente a garantire che nessuno degli attori convolti fuoriesca dal territorio che gli è stato assegnato. Tutto sommato, per il momento, questi bombardamenti sono puramente dimostrativi e non hanno distrutto che una manciata di veicoli. In definitiva, ciò che ha fermato l’avanzata dell’Emirato Islamico e ha aperto un corridoio permettendo ai civili di sfuggire al massacro è stato l’intervento dei curdi del PKK turco e siriano.

Molta disinformazione circola a proposito dell’Emirato Islamico e del suo Califfo. Il quotidiano Gulf Daily News ha affermato che Edward Snowden aveva fatto rivelazioni in proposito. Tuttavia, in base alle verifiche, l’ex spia statunitense non ha pubblicato nulla su questo argomento. Il Gulf Daily News è pubblicato nel Bahrein, Stato ocupato dalle truppe saudite. L’articolo mira unicamente a sollevare l’Arabia Saudita e il principe Abdul Rahman al-Faisal dalle loro responsabilità.

L’Emirato Islamico è paragonabile agli eserciti mercenari del Cinquecento europeo. Quelli conducevano guerre di religione per conto dei signori che li pagavano, a volte in un campo, a volte in un altro. Il Califfo Ibrahim è un condottiero moderno. Nonostante sia agli ordini del principe Abdul Rahman (membro del clan dei Sudairi), non ci sarebbe da stupirsi se egli proseguisse la sua epopea in Arabia Saudita (dopo una breve deviazione in Libano, o perfino in Kuwait), e se troncasse la successione reale favorendo il clan dei Sudairi contro il principe Mithab (figlio e non fratello di re Abdullah).

John McCain e il Califfo



Ibrahim al-Badri, alias Abu Du’a, alias Abu Bakr al-Baghdadi, alias Califfo Ibrahim, mercenario del principe Abdul Rahman al-Faisal, finanziato dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dagli Stati Uniti. Può commettere tutti gli orrori che le Convenzioni di Ginevra proibiscono agli Stati.

Nell’ultimo numero della sua rivista, l’Emirato Islamico ha dedicato due pagine alla denuncia del senatore John McCain, definito "nemico" e "crociato", ricordando il suo sostegno all’invasione statunitense dell’Iraq. Nel timore che questa accusa passasse inosservata negli Stati Uniti, il senatore ha immediatamente rilasciato una dichiarazione bollando l’Emirato come «il gruppo terrorista islamico più pericoloso al mondo».

Peccato che questa polemica serva soltanto a distrarre la platea. Sarebbe bello crederci... se soltanto non ci fosse quella fotografia del maggio 2013.

Thierry Meyssan  |  Traduzione: Luisa Martini
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Henry & the Gang

La prima volta che ho sentito parlare di Theranos è stato nell’autunno del 2013 quando il Wall Street Journal pubblicò un articolo intitolato "Elizabeth Holmes: la svolta per diagnosi istantanee" [The Breakthrough of Instant Diagnosis]. Anche gli americani furono portati a conoscenza di questa azienda che, nonostante fosse stata fondata dieci anni prima, fu classificata segreta così come lo sono alcune basi militari.

La Sig.ra Holmes, 29 anni, chimico e brillante donna d’affari, lasciò la Stanford University quando era ancora una studentessa per fondare una compagnia sulla scienza della vita chiamata Theranos: era il 2003. Le sue invenzioni - che ora esporremo dettagliatamente per la prima volta - potrebbero mandare a gambe all’aria tutta l’industria sui test di laboratorio e cambiare per sempre la metodologia per bloccare le malattie e il loro trattamento. Il segreto che centinaia di impiegati stanno perfezionando, implica dispositivi che automatizzano e miniaturizzano più di 1000 prove di analisi da laboratorio; da quelle del sangue alle analisi genetiche più avanzate. I processi di Theranos sono più rapidi, a basso costo e più precisi rispetto a quelli convenzionali e richiedono una sola goccia di sangue, per cui totalmente diversi dalle pratiche attuali che necessitano numerosi campioni di sangue prelevati con aghi tradizionali. E’ un tipo di servizio indolore, moderno, che raramente i pazienti ricevono nei centri medici. Le tecniche di Theranos richiedono solo una minuscola puntura su un dito: una capsula di vetro - chiamato nanotainer - raccoglie il campione di sangue che viene immediatamente analizzato in un laboratorio adiacente contenente macchinari scientifici all'avanguardia sviluppati dalla stessa Theranos. I risultati vengono elaborati quasi in tempo reale e trasmessi direttamente nel database del medico curante.

"Siamo a Silicon Valley, in un mondo di tecnologia di consumo… e per questo stiamo creando la prima compagnia di test istantanei. I pazienti saranno in gradi di accedere facilmente alle loro informazioni sulla salute e disporre dei loro dati".  L’obiettivo a breve termine della Sig.ra Holmes è creare centri di diagnosi istantanea in tutto il nord america. 

E' tutto semplicemente fantastico, non credete? Una giovane e prodigiosa donna di 29 anni, lungimirante e ingegnosa, capace di sviluppare e creare un sistema innovativo che può migliorare tutta l’industria sanitaria del pianeta non potrà mai trovare ostacoli, anzi. 

La Sig.ra Holmes però - come si legge sul WSJ - non vuole parlare dei piani futuri di Theranos, anche se possiamo arrischiare le seguenti considerazioni.

Potrebbero, per esempio, sviluppare delle applicazioni militari, soprattutto se consideriamo i numerosi membri dell'esercito che lavorano negli uffici della Theranos e la presenza nel consiglio di amministrazione dei generali in pensione Jim Mattis e Gary Roughead, dell’ex Segretario alla Difesa Bill Perry e dell’ex Segretario di Stato George Shultz.

Questo dettaglio è passato inosservato fino a che un recente articolo di Robert Wenzel intitolato "What is Henry Kissinger and Gang Up To Now?", ci rivela la presenza di molte "figure ombra" nella giunta direttiva; più di quelle riportate nell’articolo del Wall Street Journal.

Adesso possiamo aggiungere alla lista i seguenti personaggi:
  • Henry Kissinger.
  • Richard Kovacevich - ex direttore esecutivo di Wells Fargo dal 1998 al 2007 e Presidente della giunta dal 2001 al 2009.
  • William Perry - ex segretario della Difesa degli Stati Uniti.
  • Riley P. Bechtel - Presidente del CdA e Direttore di Bechtel Corporation
  • Bill Frist - ex leader della maggioranza del Senato degli Stati Uniti.
  • Samuel Nunn - ex senatore degli Stati Uniti della Georgia per ventiquattro anni. Ex presidente del Comitato delle Forze Armate.

Considerando i personaggi, il campo di applicazione e soprattutto la presenza nella giunta direttiva di un certo Henry Kissinger, la "cosa" non è stata creata certamente per scopi umanitari. 

Una persona normale è portata a pensare che dovrebbero esserci più professionisti nell’ambito della medicina e della salute o quantomeno potenti industriali nel Consiglio di Amministrazione di una normale compagnia, ma questa è composta da politici, ex politici e militari di alto rango. 

Le cose peggiorano se leggiamo un articolo pubblicato di recente da USA Today, intitolato "Agenti di Cambio: Elizabeth Holmes vuole il tuo sangue" [Change Agents: Elizabeth Holmes Wants Your Blood], dove Kissinger afferma che "La determinazione di ferro di Elizabeth Holmes e la sua grande capacità intellettuale mi hanno convertito da scettico sulla materia, in un entusiasta"... "noi non siamo il tipo di persone che perdono tempo" - afferma Kissinger con un sorriso - "siamo impressionati dal suo impegno sulla riduzione dei costi per la salute e dagli sforzi per portare questi progressi alle nazioni in via di sviluppo. Elizabeth può guadagnare un sacco di soldi, ma non è questa la sua motivazione". 

Non abbiamo la più pallida idea su quali siano le intenzioni di questo gruppo di militari e criminali di guerra, ma dove c’è fumo c’è fuoco. 

Christopher Hitchens dal suo libro "Processo a Henry Kissinger" ... "Kissinger merita di essere processato per crimini di guerra, per crimini contro l’umanità e per i delitti contro il diritto internazionale, il piano di depopolamento, assassini, sequestri e torture". "Un buon bugiardo deve avere una buona memoria e Kissinger è un magnifico bugiardo con una memoria straordinaria”.

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