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L’asse segreto Usa-Arabia Saudita


Nome in codice «Timber Sycamore»: così si chiama l’operazione di armamento e addestramento dei «ribelli» in Siria, «autorizzata segretamente dal presidente Obama nel 2013»: lo documenta una inchiesta pubblicata dal New York Times.
Quando è stata incaricata dal presidente di effettuare questa operazione coperta, «la Cia sapeva già di avere un partner disposto a finanziarla: l’Arabia Saudita». Insieme al Qatar, «essa ha fornito, armi e diversi miliardi di dollari, mentre la Cia ha diretto l’addestramento dei ribelli». La fornitura di armi ai «ribelli», compresi «gruppi radicali come Al Qaeda», era iniziata nell’estate 2012 quando, attra-verso una rete predisposta dalla Cia, agenti segreti sauditi avevano comprato in Croazia e nell’Europa orientale migliaia di fucili da assalto Ak-47 con milioni di proiettili e i qatariani avevano infiltrato in Siria, attraverso la Turchia, missili portatili cinesi Fn-6 acquistati sul mercato internazionale. Poiché la fornitura di armi avveniva a ruota libera, alla fine del 2012 il direttore della Cia David Petraeus convocava gli alleati in Giordania, imponendo un più stretto controllo dell’Agenzia sull’intera operazione. Pochi mesi dopo, nella primavera 2013, Obama autorizzava la Cia ad addestrare i «ribelli» in una base in Giordania, affiancata da una in Qatar, e a fornire loro armi tra cui missili anticarro Tow. Sempre con i miliardi del «maggiore contribuente», l’Arabia Saudita. Non nuova a tali operazioni.

Negli anni Settanta e Ottanta, essa aiutò la Cia in una serie di operazioni coperte. In Africa, in particolare in Angola dove, con i finanziamenti sauditi, la Cia sosteneva i ribelli contro il governo alleato dell’Urss. In Afghanistan, dove «per armare i mujahiddin contro i sovietici, gli Stati uniti lanciarono una operazione del costo annuo di milioni di dollari, che i sauditi pagarono dollaro su dollaro attraverso un conto della Cia in una banca svizzera». In Nicaragua, quando l’amministrazione Reagan varò il piano segreto per aiutare i contras, i sauditi finanziarono l’operazione della Cia con 32 milioni di dollari attraverso una banca delle Isole Cayman. Attraverso queste e altre operazioni segrete, fino all’attuale in Siria, si è cementata «la lunga relazione tra i servizi segreti degli Stati uniti e dell’Arabia Saudita». Nonostante il «riavvicinamento diplomatico» di Washington all’Iran, non gradito a Riyad, «l’alleanza persiste, tenuta a galla su un mare di denaro saudita e sul riconoscimento del mutuo interesse». Ciò spiega perché «gli Stati uniti sono riluttanti a criticare l’Arabia Saudita per la violazione dei diritti umani, il trattamento delle donne e il sostegno all’ala estremista dell’Islam, il wahabismo, che ispira molti gruppi terroristi», e perché «Obama non ha condannato l’Arabia Saudita per la decapitazione di Sheikh Nimr al-Nimr, il dissidente religioso sciita che aveva sfidato la famiglia reale».

Si aggiunge il fatto, di cui il New York Times non parla, che il segretario di stato John Kerry, in visita a Riyad il 23 gennaio, ha ribadito che «nello Yemen, dove l’insurrezione Houthi minaccia l’Arabia Saudita, gli Usa sono a fianco degli amici sauditi». Gli amici che da quasi un anno fanno strage di civili nello Yemen, bombardando anche gli ospedali, aiutati dagli Usa che forniscono loro intelligence (ossia indicazione degli obiettivi da colpire), armi (tra cui bombe a grappolo) e sostegno logistico (tra cui il rifornimento in volo dei cacciabombardieri sauditi). Gli stessi amici che il premier Renzi ha ufficialmente incontrato lo scorso novembre a Riyad, garantendo loro il sostegno e le bombe dell’Italia nella «comune lotta al terrorismo».

Quando è stata incaricata dal presidente di effettuare questa operazione coperta, «la Cia sapeva già di avere un partner disposto a finanziarla: l’Arabia Saudita». Insieme al Qatar, «essa ha fornito, armi e diversi miliardi di dollari, mentre la Cia ha diretto l’addestramento dei ribelli». La fornitura di armi ai «ribelli», compresi «gruppi radicali come Al Qaeda», era iniziata nell’estate 2012 quando, attra-verso una rete predisposta dalla Cia, agenti segreti sauditi avevano comprato in Croazia e nell’Europa orientale migliaia di fucili da assalto Ak-47 con milioni di proiettili e i qatariani avevano infiltrato in Siria, attraverso la Turchia, missili portatili cinesi Fn-6 acquistati sul mercato internazionale. Poiché la fornitura di armi avveniva a ruota libera, alla fine del 2012 il direttore della Cia David Petraeus convocava gli alleati in Giordania, imponendo un più stretto controllo dell’Agenzia sull’intera operazione. Pochi mesi dopo, nella primavera 2013, Obama autorizzava la Cia ad addestrare i «ribelli» in una base in Giordania, affiancata da una in Qatar, e a fornire loro armi tra cui missili anticarro Tow. Sempre con i miliardi del «maggiore contribuente», l’Arabia Saudita. Non nuova a tali operazioni.

Negli anni Settanta e Ottanta, essa aiutò la Cia in una serie di operazioni coperte. In Africa, in particolare in Angola dove, con i finanziamenti sauditi, la Cia sosteneva i ribelli contro il governo alleato dell’Urss. In Afghanistan, dove «per armare i mujahiddin contro i sovietici, gli Stati uniti lanciarono una operazione del costo annuo di milioni di dollari, che i sauditi pagarono dollaro su dollaro attraverso un conto della Cia in una banca svizzera». In Nicaragua, quando l’amministrazione Reagan varò il piano segreto per aiutare i contras, i sauditi finanziarono l’operazione della Cia con 32 milioni di dollari attraverso una banca delle Isole Cayman. Attraverso queste e altre operazioni segrete, fino all’attuale in Siria, si è cementata «la lunga relazione tra i servizi segreti degli Stati uniti e dell’Arabia Saudita». Nonostante il «riavvicinamento diplomatico» di Washington all’Iran, non gradito a Riyad, «l’alleanza persiste, tenuta a galla su un mare di denaro saudita e sul riconoscimento del mutuo interesse». Ciò spiega perché «gli Stati uniti sono riluttanti a criticare l’Arabia Saudita per la violazione dei diritti umani, il trattamento delle donne e il sostegno all’ala estremista dell’Islam, il wahabismo, che ispira molti gruppi terroristi», e perché «Obama non ha condannato l’Arabia Saudita per la decapitazione di Sheikh Nimr al-Nimr, il dissidente religioso sciita che aveva sfidato la famiglia reale».

Si aggiunge il fatto, di cui il New York Times non parla, che il segretario di stato John Kerry, in visita a Riyad il 23 gennaio, ha ribadito che «nello Yemen, dove l’insurrezione Houthi minaccia l’Arabia Saudita, gli Usa sono a fianco degli amici sauditi». Gli amici che da quasi un anno fanno strage di civili nello Yemen, bombardando anche gli ospedali, aiutati dagli Usa che forniscono loro intelligence (ossia indicazione degli obiettivi da colpire), armi (tra cui bombe a grappolo) e sostegno logistico (tra cui il rifornimento in volo dei cacciabombardieri sauditi). Gli stessi amici che il premier Renzi ha ufficialmente incontrato lo scorso novembre a Riyad, garantendo loro il sostegno e le bombe dell’Italia nella «comune lotta al terrorismo».

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Ecco come la Turchia sostiene i jihadisti


La Russia ha sollevato la questione del futuro della Turchia, rimettendo al Consiglio di sicurezza una relazione d’intelligence sulle attività di sostegno di quel paese a favore dei jihadisti. Il documento include una decina di rivelazioni che mettono in questione il comportamento del MIT. Il problema è che ciascuna delle operazioni citate si riferisce ad altre operazioni in cui gli stessi attori hanno lavorato con gli Stati Uniti o i loro alleati contro la Russia. Queste indicazioni d’intelligence si aggiungono a quelle già disponibili sui legami personali del presidente Erdoğan con il banchiere di Al-Qa’ida e sulla ricettazione da parte di suo figlio del petrolio rubato da Daesh.

La Russia ha fatto circolare presso i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU un rapporto di intelligence sulle attività della Turchia in favore dei jihadisti che operano in Siria. Questo documento consegna una decina di fatti che - presi uno per uno - violano una o più risoluzioni del Consiglio.


Così facendo, la Russia mette il Consiglio davanti alle sue responsabilità e, per estensione, diverse altre organizzazioni intergovernative. In base al diritto, il Consiglio dovrebbe chiedere le relative prove di queste affermazioni e convocare la Turchia per ottenere spiegazioni. Nel caso in cui fosse stabilita la colpevolezza della Turchia, dovrebbe decidere in merito a delle sanzioni da adottare ai sensi del capitolo VII della Carta, vale a dire ricorrendo all’uso della forza. Da parte loro, l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e l’Organizzazione della cooperazione islamica dovrebbero escludere dai loro ranghi questo Stato canaglia, mentre l’Unione europea dovrebbe far cessare i negoziati di adesione.

Tuttavia, una lettura attenta del rapporto di intelligence russo dimostra che i capi d’accusa potrebbero far aprire ben altri fascicoli e mettere in causa altre potenze. Quindi è più probabile che non si discuterà pubblicamente questa relazione, ma che si negozierà a porte chiuse il futuro della Turchia.

Il caso Mahdi Al-Harati
Nato in Libia nel 1973, Mahdi al-Harati è emigrato in Irlanda e lì si è fatto una famiglia.
Nel maggio 2010, si trova a bordo della Mavi Marmara, la nave ammiraglia della "Freedom Flotilla", organizzata dall’ONG turca IHH per consegnare aiuti umanitari a Gaza. Le imbarcazioni sono piratate in alto mare da parte dell’esercito israeliano, provocando uno scandalo internazionale. I passeggeri sono prelevati da Tsahal, sequestrati in Israele e infine rilasciati. L’allora primo ministro, Recep Tayyip Erdoğan, si reca in un ospedale per confortare gli attivisti feriti. Il suo ufficio di gabinetto diffonde una fotografia che mostra uno di loro mentre lo abbraccia come fosse suo padre. Si tratterebbe di un turco-irlandese, El Mehdi El Hamid El Hamdi, in realtà il libico-irlandese Mahdi al-Harati.


Nel luglio 2011, la sua casa a Rathkeale (Irlanda) viene svaligiata. La sua compagna, Eftaima al-Najar, chiama la polizia e dice che i ladri si sono impadroniti di preziosi gioielli egiziani e libici, oltre a 200.000 euro in banconote da 500. Contattato al telefono, Mahdi al-Harati ha confermato alla polizia di aver incontrato le autorità del Qatar, della Francia e degli Stati Uniti e di aver ricevuto questa somma dalla CIA per aiutare a rovesciare Muammar al-Gheddafi. Ritornerà ancora sulle sue prime dichiarazioni, nel momento in cui la Resistenza libica si prenderà cura del caso.

Nel periodo luglio-agosto 2011, comanda la Brigata di Tripoli - di cui il fratello, Hosam al-Najjair, è ugualmente membro -, un’unità di Al-Qa’ida inquadrata da legionari francesi, incaricata dalla NATO di prendere l’hotel Rixos. Ufficialmente, l’hotel è il centro della stampa internazionale, ma l’Alleanza è stata informata dal costruttore turco dell’edificio che ricomprende un piano interrato, accessibile dall’esterno, dove si rifugiano vari membri della famiglia Gheddafi e dirigenti della Jamahiriya. Per diversi giorni, combatte assieme ai francesi contro i soldati di Khamis Gheddafi.

Nel settembre 2011, la NATO lo nomina come vice di Abdelhakim Belhaj, leader storico di Al-Qa’ida diventato «governatore militare di Tripoli». Si dimette l’11 ottobre presumibilmente dopo una lite con Belhaj.

Tuttavia, nel novembre 2011, a fianco di Abdelhakim Belhaj, comanda un gruppo composto da 600-1500 jihadisti di Al-Qa’ida in Libia - ex membri del Gruppo combattente islamico in Libia (LIFG) - che vengono registrati come rifugiati e trasportati via mare in Turchia sotto la supervisione di Ian Martin, ex segretario generale della Fabian Society e di Amnesty International, diventato rappresentante speciale di Ban Ki-moon.

Arrivati in Turchia, i jihadisti sono trasferiti in autobus, scortati dal MIT (servizi segreti turchi), verso la Siria. Si stabiliscono a Jabal al-Zouia dove creano per conto della Francia l’Esercito siriano libero (ESL). Per quasi due mesi, Abdelhakim Belhaj e Mahdi al-Harati ricevono tutti i giornalisti occidentali che cercano di coprire l’evento passando dalla Turchia presso quel che trasformano in un "villaggio Potemkin". Il gabinetto del primo ministro Erdoğan li mette in contatto con dei contrabbandieri che li trasportano in moto a Jabal al-Zouia. Là, vedono con i propri occhi migliaia di persone manifestare «contro la dittatura di Bashar al-Assad e per la democrazia». Una vota conquistata, la stampa occidentale deduce che ci sia una rivoluzione, fino a quando un giornalista del quotidiano spagnolo ABC, Daniel Iriarte, constata che i manifestanti non sono in maggioranza siriani, mentre riconosce i loro capi libici Abdelhakim Belhaj e Mahdi al-Harati. Poco importa, lo spettacolo della Brigata dei falchi del Levante (Suqour al-Sham Brigade) ha avuto il suo effetto. Il mito di un ESL composto da «disertori dell’Esercito arabo siriano» è ormai nato e i giornalisti che lo hanno alimentato non riconosceranno mai di essere stati ingannati.

Nel settembre 2012, Mahdi al-Harati raggiunge la Libia per ragioni mediche, non senza aver prima formato con suo cognato un nuovo gruppo di jihadisti, Liwa al-Umma (la Brigata della Umma).

Nel marzo 2014, Mahdi al-Harati scorta un nuovo gruppo di jihadisti libici che arrivano in Turchia via mare. Secondo il rapporto dell’intelligence russa, è preso in consegna dal numero 2 del regime, Hakan Fidan, il capo del MIT (servizi segreti), che è stato appena reintegrato nelle sue funzioni. Si uniscono a Daesh dal punto di frontiera di Barsai. Questa decisione fa seguito a un incontro organizzato a Washington dalla consigliera nazionale di sicurezza Susan Rice, con i capi dei servizi segreti del Golfo e della Turchia al fine di affidare loro la continuazione della guerra contro la Siria, possibilmente senza dover utilizzare Al-Qa’ida e Daesh.

Nell’agosto 2014, Mahdi al-Harati è "eletto" sindaco di Tripoli con l’appoggio del Qatar, del Sudan e della Turchia. Dipende dal governo di Tripoli, dominato dai Fratelli Musulmani e ripudia quello di Tobruk, sostenutao dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti.

Il percorso di Mahdi al-Harati attesta i legami tra Al-Qa’ida in Libia, Esercito siriano libero, Daesh e la Fratellanza Musulmana, riducendo a nulla la teoria di una rivoluzione democratica in Siria. Dimostra anche il sostegno che questa rete ha beneficiato da parte degli Stati Uniti, della Francia e della Turchia. 

Il trasferimento di combattenti di Daesh dalla Siria allo Yemen
Il rapporto dell’intelligence rivela che i servizi segreti turchi hanno organizzato il trasferimento di combattenti di Daesh dalla Siria allo Yemen. A seconda dei casi potrebbero essere stati trasportati in aereo o in nave verso Aden.

Questa imputazione era già stata formulata, il 27 ottobre 2015, dal portavoce dell’Esercito arabo siriano, il generale Ali Mayhub. A suo dire, almeno 500 jihadisti di Daesh erano stati aiutati dal MIT turco a recarsi in Yemen. Erano stati caricati su due aerei della Turkish Airlines, uno della Qatar Airways e uno degli Emirates. Arrivati ad Aden, i jihadisti sono stati divisi in tre gruppi. il primo è andato allo stretto di Bab el-Mandeb, il secondo a Marib, e il terzo è stato inviato in Arabia Saudita.

Queste informazioni, che erano state largamente sviluppate dai media arabi filo-siriani, sono state ignorate dalla stampa occidentale. Dal lato yemenita, il generale Sharaf Luqman, portavoce di soldati fedeli all’ex presidente Saleh, ha confermato l’accusa siriana e ha aggiunto che i jihadisti in Yemen sono stati accolti dai mercenari della Blackwater Academi. 



Il trasferimento dei combattenti di Daesh da un teatro operativo all’altro attestano il coordinamento delle operazioni in Siria e in Yemen. Mette in causa Turchia, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Blackwater Academi.

Il "villaggio tartaro"
Il rapporto di intelligence russo evoca anche il caso del "villaggio tartaro", un gruppo etnico tartaro, inizialmente basato ad Antalya, poi trasferito dal MIT più a nord, a Eskişehir. Anche se specifica che include i combattenti di Al-Qa’ida e che aiuta i combattenti islamisti in Siria, non spiega né il motivo per cui questo gruppo sia stato spostato più lontano dalla Siria, né quali siano le sue specifiche attività.

I tartari costituiscono la seconda minoranza russa e sono molto rari quelli che aderiscono all’ideologia jihadista dei Fratelli Musulmani o dello Hizb-ut-Tahrir.

- Tuttavia, nel marzo 2012, islamisti arabi del Tatarstan hanno devastato una mostra sulla Siria «culla della civiltà» al Museo di Kazan. Poco tempo dopo, il 5 agosto 2012, dei jihadisti, sia arabi sia tartari, si incontrano segretamente a Kazan, compresi i rappresentanti di Al-Qa’ida.

- Nel dicembre 2013, gli jihadisti tatari pan-turchisti del movimento Azatlyk (Libertà), lasciano il teatro siriano per raggiungere l’Ucraina e assicurare il servizio d’ordine in piazza, nella EuroMaidan di Kiev, in attesa del colpo di Stato; intanto altri militanti della stessa organizzazione manifestavano a Kazan.

- Il 1 ° agosto 2015, un Congresso Mondiale di Tatari è organizzato ad Ankara con il sostegno e la partecipazione dei governi ucraino e turco. È presieduto da un famoso agente della CIA durante la guerra fredda, Mustafa Abdülcemil Qırımoğlu (Cemilev), e decide di creare una " Brigata musulmana internazionale" per "liberare" la Crimea. Cemilev viene senza indugio ricevuto ufficialmente dal presidente Erdoğan. La Brigata dispone di un’installazione a Kherson (Ucraina). Organizza vari atti di sabotaggio in Crimea, tra cui un gigantesco black-out (che interrompe la corrente dall’Ucraina), dopo di che, non riuscendo a entrare massicciamente in Russia, va a rafforzare le truppe ucraine nel Donbass.

Se il Consiglio di sicurezza si mettesse a scavare sulla questione del "villaggio tartaro", non mancherebbe di osservare che gli Stati Uniti, la Turchia e l’Ucraina sponsorizzano i jihadisti tatari in Siria, in Crimea e nel Tatarstan, compresi membri di Al-Qa’ida e di Daesh.

I turcomanni della Brigata Sultan Abdulhamid
Anche se la Turchia non ha mosso un dito per soccorrere i turcomanni iracheni massacrati da Daesh, si è appoggiata sui turcomanni siriani contro la Repubblica araba siriana. Sono organizzati dai "Lupi grigi", un partito politico paramilitare turco, storicamente legato ai servizi segreti della NATO nella loro lotta contro il comunismo (la rete "Gladio"). Sono loro, per esempio, ad aver organizzato il tentato assassinio di Papa Giovanni Paolo II nel 1981. I Lupi grigi sono presenti in Europa, soprattutto in seno ai socialdemocratici belgi e ai socialisti olandesi. Hanno installato un coordinamento europeo a Francoforte. In realtà non sono un partito in sé, ma formano l’ala paramilitare del Partito d’azione nazionalista (MHP Milliyetçi Hareket Partisi).

Le Brigate turcomanne organizzano con il MIT il saccheggio delle fabbriche di Aleppo. Esperti turchi vanno a smantellare le macchine utensili che vengono spedite e riassemblate in Turchia. Contemporaneamente, occupano la zona di confine della Turchia, dove il MIT installa e controlla i campi di addestramento dei jihadisti.

Nel novembre 2015, è la star dei turcomanni siriani, il turco Alparslan Çelik -membro dei Lupi grigi e uno dei comandanti della Brigata Sultan Abdoulhamid-, a dare l’ordine di abbattere i due piloti del Sukhoi-24 distrutto poc’anzi dai caccia turchi assistiti da un AWACS saudita. Uno di loro sarà effettivamente fucilato.

Risulta che, nel 1995, i Lupi grigi avevano organizzato, con la società immobiliare turco-statunitense Celebiler isaat (che finanzia le campagne elettorali di Hillary Clinton), un vasto reclutamento di 10.000 jihadisti per andare a combattere in Cecenia. Una base di addestramento fu installata nella cittadella universitaria di Top Kopa a Istanbul. Uno dei figli del generale Dzhokhar Dudayev dirigeva il trasferimento dalla Turchia attraverso l’Azerbaigian a fianco del MIT.

Il rapporto di intelligence russo ha rivelato che il MIT ha costituito la Brigata Sultan Abdoulhamid -che comprende le principali milizie turcomanne - e che essa ha addestrato i propri membri presso la base di Bayır-Bucak sotto la direzione di istruttori delle forze d’intervento speciale dello stato maggiore dell’esercito turco e del MIT. Precisa che la Brigata turcomanna collabora con Al-Qa’ida.

Ogni ricerca un po’ più approfondita avrebbe portato il Consiglio di Sicurezza a riaprire vecchi fascicoli criminali e a constatare collegamenti tra la Brigata Sultan Abdoulhamid, i Lupi grigi, la Turchia, gli Stati Uniti e Al-Qa’ida. 

L’IHH e İmkander
Il rapporto di intelligence russo rivela il ruolo di tre ONG umanitarie turche nella fornitura di armi ai jihadisti, IHH, İmkander e Öncü Nesil. La Dichiarazione finale del Gruppo di sostegno internazionale alla Siria (ISSG), riunito a Monaco di Baviera l’11 e il 12 febbraio, sembra confermare questa accusa, poiché stabilisce che d’ora in poi gli Stati Uniti e la Russia vigileranno affinché i convogli umanitari in Siria trasportino solo materiali umanitari. Fino ad allora, il governo di Damasco e la stampa accusavano costantemente le ONG di sostenere i jihadisti, ma non venivano ascoltati. A settembre 2012, una nave da carico noleggiata dal IHH trasportatova armi alla Siria, a nome dei Fratelli Musulmani.

Conosco soltanto le prime due delle organizzazioni citate.
La IHH è un’associazione fondata e animata dal Partito della Prosperità turco (Refah) di Necmettin Erbakan, ma senza collegamento statutario o organico con esso. Fu dapprima registrata in Germania a Friburgo nel 1992 con il nome di Internationale Humanitäre Hilfe (HHI), poi in Turchia, a Istanbul, nel 1995, sotto il nome di İnsani Yardım Vakfı. Poiché il suo nuovo acronimo era İYV e non IHH, ha fatto precedere il suo nome da İnsan Hak ve Hürriyetleri, vale a dire, in turco, "Diritti umani e libertà". Sotto l’apparenza di aiuti umanitari ai musulmani della Bosnia e dell’Afghanistan, li ha riforniti di armi, cosa che s’inscriveva nella strategia della NATO. Successivamente, ha sostenuto militarmente l’Emirato islamico di Ichkeria (Cecenia). Nel 2006, ha organizzato presso la moschea Fatih di Istanbul dei grandi funerali, senza il corpo ma con decine di migliaia di attivisti, alin onore del jihadista ceceno Shamil Basayev, che era stato appena ucciso dalle forze russe dopo il massacro di cui era stato il mandante nella scuola di Beslan.

L’IHH ha acquisito una fama mondiale organizzando con l’AKP (successore del Refah) la "Freedom Flotilla", che doveva portare aiuti umanitari a Gaza rompendo il blocco israeliano, ancora una volta con l’approvazione della Casa Bianca che cercava di umiliare il primo ministro Benjamin Netanyahu. Tra i passeggeri della flottiglia si trovava il sunnominato Mahdi al-Harati. Il rapporto della Commissione delle Nazioni Unite presieduta da Geoffrey Palmer conferma che, contrariamente a quanto dichiarato, la flottiglia non trasportava alcun carico umanitario. Il che porta a concludere che l’IHH sapeva che non sarebbe mai arrivata a Gaza e solleva la questione degli obiettivi reali di questa spedizione.

Il 2 gennaio 2014, la polizia turca -che arriva a interpellare i figli di tre ministri e il direttore di una grande banca per riciclaggio di denaro - intercetta un camion di armi dell’IHH destinato ai jihadisti siriani. Successivamente, perquisisce la sede dell’IHH. Convoca nei suoi uffici Halis B., sospettato di essere il leader di Al-Qa’ida in Turchia, e Ibrahim Ş., comandante in seconda dell’organizzazione per il Vicino Oriente. Il governo riesce a licenziare i poliziotti e fa liberare i sospetti.

İmkander (in turco Fratellanza, con riferimento ai Fratelli Musulmani) è un’altra associazione "umanitaria", fondata nel 2009 a Istanbul. Si è specializzata nell’assistenza ai ceceni e nella difesa dei jihadisti del Caucaso. Così ha organizzato una campagna mediatica in Turchia, quando il rappresentante di Doku Umarov (l’auto-proclamato "Emiro del Caucaso"), Berg-Khazh Musaev (detto Emir Khamzat) viene assassinato a Istanbul. All’epoca, il FSB si considerava in guerra contro gli Stati che sostenevano militarmente i jihadisti e non esitava a liquidarli in questi paesi (come Zelimkhan Yandarbiyev in Qatar, e Umar Israilov in Austria). İmkander organizzò un grande funerale alla moschea Fatih di Istanbul.

Il 12 e il 13 maggio 2012, con l’appoggio del comune di Istanbul, İmkander organizzò un congresso internazionale - nella tradizione dei congressi della CIA durante la guerra fredda - per sostenere gli indipendentisti del Caucaso. Al termine della manifestazione, fu creato in modo permanente il Congresso dei Popoli del Caucaso che riconosceva l’unica autorità dell’Emirato del Caucaso di Doku Umarov. I delegati accusarono l’Impero russo, l’Unione Sovietica e la Federazione russa di aver praticato il genocidio dei caucasici. In un video, l’emiro Doku Umarov faceva appello a tutti i popoli del Caucaso affinché si unissero al jihad. La Russia ha reagito vivacemente.

Nel 2013, la Russia ha chiesto al Comitato delle sanzioni 1267/1989 del Consiglio di sicurezza di collocare İmkander sulla lista delle organizzazioni legate ad Al-Qa’ida. Il Regno Unito, la Francia e il Lussemburgo si sono opposti. In effetti, se İmkander rivendica di sostenere politicamente Al-Qa’ida nel Caucaso, la Russia non ha portato prove che fossero ritenute sufficienti da parte dell’Occidente in merito alla partecipazione alle operazioni militari.

Queste due ONG sono direttamente coinvolte nel traffico di armi nel caso dell’IHH e nel sostegno politico nel caso di İmkander. Dispongono del sostegno dell’AKP, il partito che il presidente Erdoğan ha creato per sostituire il Refah bandito dalla Corte costituzionale.  

Che fare del rapporto di intelligence russo?
È poco probabile che il Consiglio di sicurezza esamini il rapporto di intelligence russo. La questione del ruolo dei servizi segreti è di solito trattata in segreto. In ogni caso, gli Stati Uniti dovranno chiarire che cosa intendano fare del loro alleato turco che è stato preso in castagna nel violare le risoluzioni del Consiglio.

Questi dati d’intelligence si aggiungono a quelli già disponibili sui legami personali del presidente Erdoğan con Yasin al-Qadi, il banchiere di Al-Qa’ida, e sul ruolo del figlio Bilal nel commercio del petrolio rubato da Daesh.

Indubbiamente, le spacconate turche che annunciano una possibile invasione militare in Siria sono solo un diversivo. In ogni caso, se scoppiasse una guerra tra la Turchia e la Russia, questo rapporto di intelligence sarebbe sufficiente a privare Ankara del sostegno dell’Alleanza atlantica (articolo 5 della Carta della NATO).

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Dietro la maschera «anti-Isis»

Quest’anno il Carnevale romano si apre il 2 febbraio, quando si esibisce alla Farnesina lo «small group», il piccolo gruppo ministeriale (23 paesi più la UE) della «Coalizione globale anti-Daesh/Isis», co-presieduto dal segretario di Stato Usa John Kerry e dal ministro degli esteri Paolo Gentiloni. Ne fanno parte, mascherati da antiterroristi, i maggiori sponsor del terrorismo di «marca islamica», da decenni usato per minare e demolire gli Stati che ostacolano la strategia dell’impero.

Alla testa della sfilata in maschera gli Stati uniti e l’Arabia Saudita. Quelli che - documenta una inchiesta del New York Times - armano e addestrano i «ribelli» da infiltrare in Siria per l’operazione «Timber Syca-more», autorizzata segretamente dal presidente Obama nel 2013, condotta dalla Cia e finanziata da Riyad con milioni di dollari. Confermata dalle immagini video del senatore Usa John McCain che, in missione in Siria per conto della Casa Bianca, incontra nel maggio 2013 Al Baghdadi, il «califfo» a capo dell’Isis.

È l’ultima delle operazioni coperte Usa-Saudite, iniziate negli anni Settanta e Ottanta: per destabilizzare l’Angola e altri paesi africani, per armare e addestrare i mujahiddin in Afghanistan, per sostenere i contras in Nicaragua. Ciò spiega perché gli Stati uniti non criticano l’Arabia Saudita per la violazione dei diritti umani e la sostengono attivamente nella guerra che fa strage di civili nello Yemen.

Fanno parte del gruppo mascherato anche la Giordania e il Qatar dove, documenta il New York Times, la Cia ha costituito le basi di addestramento dei «ribelli», compresi «gruppi radicali come Al Qaeda», da infiltrare in Siria e altri paesi.

Il Qatar fornisce per tali operazioni anche commandos, come fece quando nel 2011 inviò in Libia almeno 5mila uomini delle forze speciali. «Noi qatariani eravamo tra i ribelli libici sul terreno, a centinaia in ogni regione», dichiarò poi il capo di stato maggiore Hamad al-Atiya.

Tra gli «antiterroristi» che si esibiscono alla Farnesina ci sono anche gli Emirati Arabi Uniti, che hanno formato dal 2011 tramite la Blackwater un esercito segreto mercenario di circa 2mila contractor, di cui circa 450 (colombiani e altri latinoamericani) sono ora impegnati nell’aggressione allo Yemen. C’è il Bahrain che, dopo aver schiacciato nel sangue l’opposizione democratica interna con l’aiuto delle truppe saudite, ora restituisce il favore affiancando l’Arabia Saudita nel massacro degli yemeniti, impresa a cui partecipa il Kuwait, anch’esso membro del gruppo «antiterrorista». Di cui fa parte la Turchia, avamposto Nato della guerra contro la Siria e l’Iraq, che ha sostenuto l’Isis inviandogli ogni giorno centinaia di tir carichi di armi e altri materiali. Per aver pubblicato le prove, anche video, della fornitura di armi all’Isis da parte dei servizi segreti di Ankara, i giornalisti turchi Can Dündar e Erdem Gül sono stati arrestati e rischiano l’ergastolo.

Tra le presenze occidentali nel gruppo mascherato spiccano la Francia e la Gran Bretagna, che usano forze speciali e servizi segreti per operazioni coperte in Libia, Siria e altri paesi. Fa gli onori di casa l’Italia, che ha contribuito a incendiare il Nordafrica e Medioriente partecipando alla demolizione della Libia. Dove ora si prepara a ritornare, addirittura col ruolo «guida», per un’altra guerra sotto comando Usa/Nato, che, mascherata da «peacekeeping», mira al controllo delle zone strategiche e delle risorse energetiche libiche.

Nei saloni della Farnesina riecheggiano le note di «Tripoli, bel suol d’amore», la canzone che nel 1911 inneggiava alla guerra coloniale in Libia.

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Il fine giustifica i mezzi

Attentati di Parigi: il ritorno.
Non sappiamo più se ridere o piangere: dopo l ’11 Settembre 2001, non non c’è più stato nemmeno un attacco terroristico senza che i colpevoli - che di solito dovrebbero nascondersi - non si facciano riconoscere perché hanno lasciato in giro un documento. Per il sociologo Jean-Claude Paye, l’ apparente e ripetuta stupidità dei terroristi deve essere interpretata come un artificio retorico del potere per confondere la gente. Questo perché diventa assurdo contestare tutta la commedia ufficiale, non si può e non si deve.
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Il maestro concertatore

Tutti hanno potuto notare la contraddizione di quelli che recentemente definivano l’Emirato Islamico «paladino della libertà» in Siria mentre oggi si indignano per i suoi abusi in Iraq. Ma se questo discorso è di per sé incoerente, ha invece perfettamente senso sul piano strategico: i medesimi individui dovevano essere presentati ieri come alleati e oggi come nemici, anche se continuano sempre ad obbedire agli ordini di Washington. Thierry Meyssan rivela i retroscena della politica degli Stati Uniti attraverso il caso particolare del senatore John McCain, maestro concertatore della "primavera araba" e interlocutore di vecchia data del Califfo Ibrahim.

Barack Obama e John McCain sono davvero avversari politici come vogliono far credere, 
o stanno lavorando insieme alla strategia imperialista del loro paese?

John McCain è conosciuto come il capofila dei repubblicani, sfortunato candidato alla presidenza statunitense nel 2008. Come vedremo, questa non è che una parte della sua biografia reale, quella che gli serve da copertura per condurre azioni segrete per conto del suo governo.

Quando ero in Libia durante l’attacco "occidentale", ho potuto consultare un rapporto dei servizi segreti specializzati sugli affari esteri. Vi si poteva leggere che il 4 febbraio 2011 la NATO organizzò al Cairo una riunione per lanciare la "primavera araba" in Libia e in Siria. Secondo il documento, la riunione era presieduta da John McCain. Il rapporto specificava la lista dei partecipanti libici, la cui delegazione era guidata dal numero due del governo dell’epoca, Mahmoud Jibril, il quale aveva bruscamente cambiato schieramento all’inizio della riunione per diventare il capo dell’opposizione in esilio.

Mi ricordo che il rapporto citava, tra i delegati francesi presenti in quell’occasione, Bernard-Henry Lévy, benché ufficialmente costui non abbia mai esercitato alcuna funzione all’interno del governo francese. All’incontro parteciparono molte altre personalità, tra cui una folta delegazione di siriani che vivevano all’estero.

In esito alla riunione, il misterioso account di Facebook Rivoluzione siriana 2011 lanciò l’appello a manifestare davanti al Consiglio del Popolo (Assemblea Nazionale) a Damasco l’11 febbraio. Nonostante questo account ostentasse all’epoca più di 40.000 followers, soltanto una dozzina di persone risposero all’appello davanti ai flash dei fotografi e a centinaia di poliziotti. La dimostrazione si disperse pacificamente e gli scontri non iniziarono che un mese più tardi, a Deraa.

Il 16 febbraio 2011, una manifestazione in corso a Bengasi - in memoria di membri del Gruppo islamico combattente in Libia massacrati nel 1996 nella prigione di Abu Selim - degenerò in sparatoria. Il giorno dopo, degenerò in sparatoria una seconda manifestazione, questa volta in memoria delle persone morte nel corso dell’attacco al consolato di Danimarca all’epoca delle vignette su Maometto. Nello stesso momento, membri del Gruppo islamico combattente in Libia, venuti dall’Egitto e coordinati da individui incappucciati e non identificati, attaccarono simultaneamente quattro basi militari in quattro diverse città. Dopo tre giorni di combattimenti e di atrocità, i ribelli lanciarono la rivolta della Cirenaica contro la Tripolitania; un attacco terroristico che la stampa occidentale presentò falsamente come una «rivoluzione democratica» contro il “regime” di Muammar el-Gheddafi.

Il 22 febbraio John McCain era in Libano. Là incontrò alcuni membri della Corrente del Futuro (il partito di Saad Hariri) e li incaricò di sorvegliare il trasferimento di armi in Siria all’entourage del deputato Okab Sakr. Poi, lasciando Beirut, McCain ispezionò il confine siriano e scelse i villaggi (specialmente Ersal) che dovevano servire come base d’appoggio ai mercenari durante la guerra che sarebbe iniziata.

Le riunioni presiedute da John McCain hanno costituito chiaramente il momento di innesco di un piano da tempo organizzato da Washington; piano che prevedeva di far attaccare la Libia e la Siria contemporaneamente dal Regno Unito e dalla Francia, secondo la dottrina della “leadership da dietro le quinte” e in conformità al Trattato di Lancaster House del novembre 2010.

Il viaggio illegale in Siria del maggio 2013

Nel maggio 2013 il senatore John McCain si recò illegalmente vicino a Idleb, in Siria, attraverso la Turchia, per incontrare alcuni leader della «opposizione armata». Il suo viaggio non fu reso pubblico che al suo ritorno a Washington.

Questo spostamento era stato organizzato dalla Syrian Emergency Task Force che, contrariamente a quanto suggerisce il nome, è un’organizzazione sionista diretta da un dipendente palestinese dell’AIPAC.

John McCain in Siria. In primo piano a destra si può riconoscere il direttore della Syrian Emergency Task Force. 
Nel vano della porta, al centro, Mohammad Nour.

Nelle fotografie diffuse all’epoca, si notava la presenza di Mohammad Nour, portavoce della Brigata Tempesta del Nord (del Fronte Al-Nusra, cioè Al-Qa’ida in Siria), che aveva rapito e teneva prigioneri ad Azaz undici pellegrini sciiti libanesi. Interrogato circa la sua vicinanza ai rapitori membri di Al-Qa’ida, il senatore McCain affermò di non conoscere Mohammad Nour, che si sarebbe quindi invitato di propria iniziativa in quella foto.

La vicenda fece scalpore e le famiglie dei pellegrini rapiti denunciarono alla magistratura libanese il senatore McCain per concorso in sequestro di persona. Alla fine fu raggiunto un accordo e i pellegrini furono liberati.

Supponiamo che il senatore McCain abbia detto la verità e che sia stato ingannato da Mohammad Nour. Lo scopo del suo viaggio illegale in Siria era quello di incontrare lo stato maggiore dell’Esercito siriano libero. Secondo lui, questa organizzazione era composta «esclusivamente da siriani» che combattevano per la «propria libertà» contro la «dittatura alauita» (sic). Gli organizzatori del viaggio hanno pubblicato quella fotografia per documentare l’incontro.




John McCain e lo stato maggiore dell’Esercito siriano libero. In primo piano a sinistra, Ibrahim al-Badri, con il quale il senatore sta parlando. Subito dopo, il brigadier generale Salim Idriss (con gli occhiali). 



Se nella foto si può vedere il brigadier generale Salem Idriss, capo dell’Esercito siriano libero, si può vedere anche Ibrahim al-Badri (in primo piano a sinistra) con il quale il senatore sta parlando. Di ritorno da questo viaggio a sorpresa, John McCain affermò che tutti i responsabili dell’Esercito siriano libero sono «moderati dei quali ci si può fidare» (sic).


Ebbene, Ibrahim al-Badri, noto anche come Abu Du’a, figura nella lista dei cinque terroristi più ricercati dagli Stati Uniti (Rewards for Justice) già dal 4 ottobre 2011. Una ricompensa fino a 10 milioni di dollari viene offerta a chi aiuterà la sua cattura.

Il giorno successivo, 5 ottobre 2011, Ibrahim al-Badri risultava già inserito nella lista del comitato per le sanzioni dell’Onu come membro di Al Qa’ida.

Inoltre, un mese prima di ricevere il senatore McCain, Ibrahim al-Badri - con il nome di battaglia di Abu Bakr al-Baghdadi - aveva creato lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante (EIIL) – continuando pur sempre a far parte dello stato maggiore dell’assai “moderato” Esercito siriano libero. Fu lui a rivendicare l’attacco alle prigioni di Taj e di Abu Ghraib in Iraq, dalle quali fece evadere tra i 500 ei 1.000 jihadisti che poi si unirono alla sua organizzazione. Questo attacco era coordinato con altre operazioni quasi simultanee in altri otto Paesi. Ogni volta, i jihadisti evasi entrarono a far parte di organizzazioni combattenti in Siria. Una faccenda così strana da spingere l’Interpol a emettere un comunicato e chiedere la collaborazione dei 190 paesi membri.

Da parte mia, ho sempre affermato che sul campo non vi era alcuna differenza tra Esercito siriano libero, Fronte Al-Nusra, Emirato Islamico, ecc ... Tutte queste organizzazioni sono composte dagli stessi individui che cambiano continuamente bandiera. Quando sostengono l’Esercito siriano libero, alzano la bandiera della colonizzazione francese e parlano solo di rovesciare il «cane Bashar». Quando dichiarano di appartenere al Fronte Al-Nusra, issano la bandiera di Al-Qa’ida e proclamano la diffusione dell’Islam nel mondo. Infine, quando si presentano come Emirato Islamico, sventolano la bandiera del Califfato e annunciano che ripuliranno la regione da tutti gli infedeli. Ma qualunque sia l’etichetta, perpetrano le medesime atrocità: stupri, torture, decapitazioni, crocifissioni.

Eppure, né il senatore McCain né i suoi compari della Syrian Emergency Task Force hanno fornito al Dipartimento di Stato le informazioni in loro possesso su Ibrahim al-Badri, né hanno provato a incassare la ricca taglia promessa per la sua cattura. Né tantomeno hanno informato il Comitato anti-terrorismo dell’Onu.

In nessun paese del mondo, indipendentemente dal regime politico, sarebbe considerato accettabile che il leader dell’opposizione sia in contatto diretto, amichevole e pubblico con un terrorista molto pericoloso e ricercato.

Chi è dunque il senatore McCain?

Ma John McCain non è semplicemente il leader dell’opposizione politica al presidente Obama, egli è anche uno dei suoi più alti funzionari!

In effetti è presidente dell’International Republican Institute (IRI), il ramo repubblicano della NED/CIA, dal gennaio 1993. Questa cosiddetta "ONG" è stata ufficialmente istituita dal presidente Ronald Reagan per estendere alcune attività della CIA in collegamento con i servizi segreti britannici, canadesi e australiani.

Contrariamente alle apparenze, si tratta a tutti gli effetti di un’agenzia inter-governativa. Il suo budget è approvato dal Congresso in un capitolo di bilancio che fa capo alla Segreteria di Stato.

D’altronde, è proprio perché si tratta di una agenzia congiunta di servizi segreti anglosassoni che molti Stati nel mondo proibiscono all’IRI qualsiasi attività sul proprio territorio.

Accusati di aver ordito il rovesciamento del presidente Hosni Mubarak per conto dei Fratelli Mussulmani, i due dipendenti dell’International Republican Institute (IRI) del Cairo, John Tomlaszewski (secondo a destra) e Sam LaHood (secondo a sinistra, figlio del Segretario ai Trasporti americano-libanese di un governo democratico, Ray LaHood) si sono rifugiati presso l’ambasciata degli Stati Uniti. Eccoli accanto ai senatori John McCain e Lindsey Graham in occasione della riunione preparatoria della "primavera araba" in Libia e in Siria. Saranno scagionati dal Fratello Mohamed Morsi non appena diventerà presidente. 

L’elenco degli interventi di John McCain per conto del Dipartimento di Stato è impressionante. Ha praticamente partecipato a tutte le rivoluzioni colorate degli ultimi vent’anni. Sempre in nome della "democrazia", ha preparato il rovesciamento di molti presidenti regolarmente eletti nei loro rispettivi paesi. Per citare solo qualche esempio: il fallito colpo di stato contro Hugo Chávez in Venezuela, il rovesciamento di Jean-Bertrand Aristide ad Haiti, il tentativo di rovesciamento di Mwai Kibaki in Kenya e, più recentemente, quello del presidente legittimato dalla costituzione, Viktor Yanukovich, in Ucraina.

In qualsiasi Stato del mondo, quando un cittadino prende l’iniziativa di rovesciare il regime di un altro Stato, costui potrà forse essere apprezzato se ci riesce e se il nuovo regime si rivela un alleato, ma sarà duramente condannato se la sua iniziativa ha conseguenze nefaste per la patria. Ebbene, il senatore McCain non ha mai patito alcun disagio in conseguenza del fallimento delle sue manovre anti-democratiche in vari Stati, manovre che pure si sono ritorte contro Washington. Come in Venezuela, per esempio.

Il fatto è che per gli Stati Uniti John McCain non è un traditore, ma un agente.

Di più, è un agente che dispone della migliore copertura che si possa immaginare: è l’oppositore ufficiale di Barack Obama. Come tale, egli può viaggiare in qualsiasi parte del mondo (è il senatore americano che viaggia di più) e incontrare chi vuole senza timore. Se i suoi interlocutori approvano la politica di Washington, promette di darle seguito, se essi la osteggiano, ne attribuisce la responsabilità al presidente Obama.

È noto che John McCain fu prigioniero di guerra in Vietnam per cinque anni, durante i quali venne torturato. Fu vittima di un programma ideato non per carpire informazioni, ma per inculcare un discorso. Si trattava di trasformare la sua personalità in modo che facesse dichiarazioni contro il proprio Paese. Questo programma, sviluppato dal professor Albert D. Biderman a partire dal modello coreano per la Rand Corporation, è servito come base delle ricerche condotte a Guantánamo e altrove dal Dr. Martin Seligman. Applicato sotto George W. Bush a più di 80.000 prigionieri, ha permesso di trasformare molti di loro in veri combattenti al servizio di Washington. John McCain, che in Vietnam ne era stato piegato, lo conosce quindi perfettamente. Egli sa come manipolare senza coinvolgimento emotivo i jihadisti.

Qual è la strategia statunitense con gli jihadisti nel Levante?

Nel 1990 gli Stati Uniti decisero di distruggere il loro vecchio alleato iracheno. Dopo aver lasciato intendere al presidente Saddam Hussein che avrebbero considerato l’attacco al Kuwait come un affare interno iracheno, usarono invece come pretesto proprio quell’invasione per mobilitare una vasta coalizione contro l’Iraq. Tuttavia, a causa dell’opposizione dell’URSS, all’epoca non rovesciarono il regime, ma si accontentarono di amministrare la Zona d’interdizione al volo.

In questo documento, pubblicato nel settembre 2013, l’ambasciatore del Qatar a Tripoli informa il suo ministero che un gruppo di 1.800 africani è stato addestrato alla jihad in Libia. Propone di inviarli in tre gruppi in Turchia perché raggiungano l’Emirato Islamico in Siria.

Nel 2003 l’opposizione della Francia non fu sufficiente a controbilanciare l’influenza del Comitato per la Liberazione dell’Iraq. Gli Stati Uniti attaccarono di nuovo il Paese e questa volta rovesciarono il presidente Saddam Hussein. Guarda caso, John McCain era uno dei principali responsabili del Comitato. Dopo aver affidato per un anno a una società privata l’incarico di saccheggiare il Paese, tentarono di dividerlo in tre stati distinti, ma dovettero rinunciare di fronte alla resistenza della popolazione. Tentarono di nuovo nel 2007, all’epoca della risoluzione Biden-Brownback, ma ancora una volta fallirono. Da qui l’attuale strategia che tenta di raggiungere questo obiettivo per mezzo di un attore non statale: l’Emirato Islamico.

L’operazione è stata pianificata con largo anticipo, prima ancora dell’incontro di John McCain con Ibrahim al-Badri. Così, alcune comunicazioni interne del Ministero degli Affari Esteri del Qatar, pubblicate dai miei amici James e Joanne Moriarty mostrano che 5.000 jihadisti sono stati addestrati a spese del Qatar, nella Libia della NATO nel 2012, e che 2,5 milioni di dollari sono stati versati nello stesso periodo al futuro Califfo.

Nel gennaio 2014 il Congresso degli Stati Uniti ha tenuto una seduta segreta nel corso della quale ha votato, in violazione del diritto internazionale, il finanziamento del Fronte Al-Nusra (Al-Qa’ida) e dell’Emirato Islamico in Iraq e nel Levante fino al settembre 2014. Anche se non si conosce con precisione ciò che è stato effettivamente deciso in occasione di questa seduta segreta - rivelata dall’agenzia di stampa britannica Reuters, e che nessun media statunitense ha osato strappare alla censura - è altamente probabile che la legge comprenda una parte sull’armamento e l’addestramento degli jihadisti.

Orgogliosa di questo finanziamento statunitense, l’Arabia Saudita ha rivendicato sul suo canale televisivo pubblico, Al-Arabiya, che l’Emirato Islamico era soggetto all’autorità del principe Abdul Rahman al-Faisal, fratello del principe Saud al Faisal (Ministro degli Esteri), e del principe Turki al-Faisal (ambasciatore saudita negli Stati Uniti e nel Regno Unito).

L’Emirato Islamico rappresenta una nuova tappa nel mercenariato. A differenza dei gruppi jihadisti che combatterono in Afghanistan, Bosnia-Erzegovina e in Cecenia al seguito di Osama Bin Laden, esso non costituisce una forza collaterale, ma piuttosto un esercito a sé. A differenza dei gruppi precedenti in Iraq, in Libia e in Siria, al seguito del principe Bandar bin Sultan, essi dispongono di sofisticati servizi di comunicazione integrata che esortano ad arruolarsi, nonché di funzionari civili, formati nelle grandi scuole occidentali, capaci di prendere in carico immediatamente l’amministrazione di un territorio.

Armi ucraine nuove fiammanti sono state acquistate dall’Arabia Saudita e scortate dai servizi segreti turchi che le hanno consegnate all’Emirato Islamico. Gli ultimi dettagli sono stati definiti con la famiglia Barzani in una riunione dei gruppi jihadisti ad Amman, il 1° giugno 2014.

Quattro giorni dopo è iniziato l’attacco congiunto dell’Iraq da parte dell’Emirato Islamico e del Governo regionale del Kurdistan.

L’Emirato Islamico si è impadronito della parte sunnita del Paese, mentre il Governo regionale del Kurdistan ha ampliato il proprio territorio di oltre il 40%. Fuggendo le atrocità degli jihadisti, le minoranze religiose hanno lasciato la zona sunnita, aprendo così la strada alla spartizione del paese in tre.

Violando l’accordo difensivo iracheno-statunitense, il Pentagono non è intervenuto e ha permesso all’Emirato Islamico di continuare la sua conquista e i suoi massacri. Un mese dopo, quando i peshmerga [guerriglieri, NdT] del Governo regionale curdo si erano ritirati senza dare battaglia, e quando l’emozione dell’opinione pubblica mondiale era diventata ormai troppo forte, il presidente Obama ha dato l’ordine di bombardare alcune postazioni dell’Emirato Islamico. Tuttavia, secondo il generale William Mayville, direttore delle operazioni presso lo stato maggiore, «Queste incursioni hanno poca probabilità di intaccare le capacità globali dell’Emirato Islamico o le sue attività in altre zone dell’Iraq o della Siria». Con ogni evidenza, esse non mirano a distruggere l’esercito jihadista, ma unicamente a garantire che nessuno degli attori convolti fuoriesca dal territorio che gli è stato assegnato. Tutto sommato, per il momento, questi bombardamenti sono puramente dimostrativi e non hanno distrutto che una manciata di veicoli. In definitiva, ciò che ha fermato l’avanzata dell’Emirato Islamico e ha aperto un corridoio permettendo ai civili di sfuggire al massacro è stato l’intervento dei curdi del PKK turco e siriano.

Molta disinformazione circola a proposito dell’Emirato Islamico e del suo Califfo. Il quotidiano Gulf Daily News ha affermato che Edward Snowden aveva fatto rivelazioni in proposito. Tuttavia, in base alle verifiche, l’ex spia statunitense non ha pubblicato nulla su questo argomento. Il Gulf Daily News è pubblicato nel Bahrein, Stato ocupato dalle truppe saudite. L’articolo mira unicamente a sollevare l’Arabia Saudita e il principe Abdul Rahman al-Faisal dalle loro responsabilità.

L’Emirato Islamico è paragonabile agli eserciti mercenari del Cinquecento europeo. Quelli conducevano guerre di religione per conto dei signori che li pagavano, a volte in un campo, a volte in un altro. Il Califfo Ibrahim è un condottiero moderno. Nonostante sia agli ordini del principe Abdul Rahman (membro del clan dei Sudairi), non ci sarebbe da stupirsi se egli proseguisse la sua epopea in Arabia Saudita (dopo una breve deviazione in Libano, o perfino in Kuwait), e se troncasse la successione reale favorendo il clan dei Sudairi contro il principe Mithab (figlio e non fratello di re Abdullah).

John McCain e il Califfo



Ibrahim al-Badri, alias Abu Du’a, alias Abu Bakr al-Baghdadi, alias Califfo Ibrahim, mercenario del principe Abdul Rahman al-Faisal, finanziato dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dagli Stati Uniti. Può commettere tutti gli orrori che le Convenzioni di Ginevra proibiscono agli Stati.

Nell’ultimo numero della sua rivista, l’Emirato Islamico ha dedicato due pagine alla denuncia del senatore John McCain, definito "nemico" e "crociato", ricordando il suo sostegno all’invasione statunitense dell’Iraq. Nel timore che questa accusa passasse inosservata negli Stati Uniti, il senatore ha immediatamente rilasciato una dichiarazione bollando l’Emirato come «il gruppo terrorista islamico più pericoloso al mondo».

Peccato che questa polemica serva soltanto a distrarre la platea. Sarebbe bello crederci... se soltanto non ci fosse quella fotografia del maggio 2013.

Thierry Meyssan  |  Traduzione: Luisa Martini
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Il grande voltafaccia saudita

Sebbene da 35 anni sostenga tutti i movimenti jihadisti fino ai più estremisti, l’Arabia Saudita sembra improvvisamente cambiare politica. Minacciata nella sua stessa esistenza da un possibile attacco dell’Emirato Islamico, Riyad ha dato il segnale per la distruzione dell’organizzazione. Ma contrariamente alle apparenze, l’Emirato Islamico rimane sostenuto da Turchia e Israele, che mettono in commercio il petrolio da esso saccheggiato.


Su questa fotografia diffusa dall’Emirato islamico, si nota uno dei suoi combattenti armato di un Famas francese mentre Parigi nega qualsiasi contatto con questa organizzazione. In realtà, la Francia ha armato l’Esercito Siriano Libero con l’istruzione di riversare i due terzi del suo materiale al Fronte Al-Nusra (cioè ad Al-Qai’da in Siria), così come è attestato da un documento fornito dalla Siria al Consiglio di sicurezza dell’Onu. In seguito varie unità di Al-Nusra si sono radunate con le loro armi all’Emirato islamico. Inoltre, contrariamente alle dichiarazioni ufficiali, il comandante dell’Emirato islamico, l’attuale califfo Ibrahim, cumulava le sue funzioni con quelle di membro dello stato maggiore dell’esercito Siriano Libero.

Premessa: l’Emirato Islamico è una creazione occidentale

L'unanimità del Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro l’Emirato Islamico (EI) e l’approvazione della risoluzione 2170 sono soltanto un atteggiamento di facciata. Non possono far dimenticare il sostegno statuale di cui l’EI ha beneficiato e del quale beneficia ancora.

Si prendano ad esempio i recenti avvenimenti in Iraq: tutti hanno potuto osservare che i combattenti dell’EI sono entrati nel Paese a bordo di colonne di Humvee nuovi fiammanti, usciti direttamente dalle fabbriche statunitensi della American Motors, e armati di materiali ucraini, altrettanto nuovi. È con questo equipaggiamento che si sono impadroniti delle armi statunitensi dell’Esercito iracheno.

Allo stesso modo, tutti si sono meravigliati per la disponibilità, da parte dell’EI, di amministratori civili in grado di prendere subito in mano la gestione dei territori conquistati, nonché di specialisti della comunicazione abili nel promuovere la sua azione su internet e in televisione; ovvero di personale chiaramente formato a Fort Bragg.

Nonostante la censura statunitense ne abbia proibito qualsiasi citazione, sappiamo dall’agenzia di stampa britannica Reuters che una seduta segreta del Congresso ha votato, nel gennaio 2014, il finanziamento e l’armamento dell’Esercito Siriano Libero (ESL), del Fronte Islamico , del Fronte Al-Nusra e dell’Emirato Islamico fino al 30 Settembre 2014.

Qualche giorno dopo, Al-Arabiya si vantava del fatto che il principe Abdul Rahman fosse il vero leader dell’Emirato Islamico.

Poi, il 6 febbraio, il segretario alla Sicurezza della Patria degli Stati Uniti ha riunito i principali ministri dell’Interno europei in Polonia, per chiedere loro di tenere gli jihadisti europei nel Levante, vietando loro il rientro nei paesi di origine, in modo che l’EI fosse abbastanza numeroso da poter attaccare l’Iraq.

Infine, a metà febbraio, un seminario di due giorni ha riunito presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti i capi dei servizi segreti alleati coinvolti in Siria, sicuramente per preparare l’offensiva dell’EI in Iraq.

È davvero assai sconvolgente osservare i media internazionali denunciare improvvisamente i crimini degli jihadisti quando invece questi si susseguono senza interruzione da tre anni. Non c’è nulla di nuovo negli sgozzamenti pubblici e nelle crocifissioni: per esempio, l’Emirato Islamico di Baba Amr, nel febbraio 2012, si era dato un "tribunale religioso" che ha condannato a morte per decapitazione più di 150 persone senza che né in Occidente né alle Nazioni Unite ci sia stata alcuna reazione.

Nel maggio 2013, il comandante della Brigata Al-Farouk dell’Esercito Siriano Libero (i famosi "moderati") ha trasmesso un video in cui decapitava un soldato siriano e mangiava il suo cuore. All’epoca, gli occidentali insistevano a presentare questi jihadisti come "oppositori moderati", ma disperati, in lotta per la "democrazia". La BBC ha dato persino la parola al cannibale perché si giustificasse.


Non c’è alcun dubbio che la differenza stabilita da Laurent Fabius tra jihadisti "moderati" (Esercito Siriano Libero e il Fronte Al-Nusra, cioè Al-Qai’da, fino all’inizio del 2013) e jihadisti "estremisti "(Fronte Al-Nusra dal 2013 e EI) sia un mero artificio di comunicazione. Il caso del califfo Ibrahim è illuminante: nel maggio 2013, durante la visita di John McCain all’ESL, era definito sia membro dello stato maggiore "moderato", sia leader della fazione "estremista".

Allo stesso identico modo, una lettera del generale Salim Idriss, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Siriano Libero, datata 17 gennaio 2014, attesta che la Francia e la Turchia hanno consegnato munizioni per un terzo all’Esercito Siriano Libero e per due terzi ad Al-Qai’da tramite lo stesso ESL. L’autenticità di questo documento, presentato dall’ambasciatore siriano Bashar Jaafari al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non è stata contestata dalla delegazione francese.



John McCain e il quartier generale dell’Esercito Siriano Libero. In primo piano a sinistra, Ibrahim al-Badri, con il quale il senatore sta parlando. Subito dopo, il brigadier generale Salim Idris (con gli occhiali).




Detto questo, è chiaro che l’atteggiamento di alcune potenze della NATO e del Consiglio di Cooperazione del Golfo è cambiato nel mese di agosto 2014 per passare da un sostegno segreto, massiccio e costante, a un’aperta ostilità. Perché?

La dottrina dello jihadismo di Brzezinski

Qui dobbiamo tornare indietro di 35 anni per capire l’importanza del voltafaccia che l’Arabia Saudita - e forse gli Stati Uniti - stanno compiendo. Dal 1979, Washington, su iniziativa del Consigliere per la Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski, ha deciso di sostenere l’Islam politico contro l’influenza sovietica, rinnovando la politica adottata in Egitto a sostegno dei Fratelli Mussulmani contro Gamal Abdel Nasser.

Brzezinski decise all’epoca di lanciare una vasta "rivoluzione islamica" dall’Afghanistan (allora governato dal regime comunista di Muhammad Taraki) e dall’Iran (dove lui stesso organizzò il ritorno del’Imam Ruhollah Khomeini). Successivamente, questa rivoluzione islamica doveva propagarsi nel mondo arabo e portare con sé i movimenti nazionalisti associati con l’URSS.

L’operazione in Afghanistan fu un successo insperato: gli jihadisti della Lega anti-comunista mondiale (WACL), reclutati in seno ai Fratelli Mussulmani e guidati dal miliardario anticomunista Osama bin Laden, lanciarono una campagna terroristica che portò il governo a fare appello ai sovietici. L’Armata Rossa entrò in Afghanistan e lì si impantanò per cinque anni, accelerando la caduta dell’URSS.

L’operazione in Iran fu al contrario un disastro: Brzezinski constatò meravigliato che Khomeini non era l’uomo che gli avevano dipinto - un vecchio ayatollah intento a recuperare le sue proprietà fondiarie confiscate dallo Scià - bensì un vero e proprio anti-imperialista. Considerando un po’ troppo tardi che la parola "islamista" non aveva affatto lo stesso significato per gli uni e per gli altri, decise di distinguere i buoni sunniti (collaborativi) dai cattivi sciiti (anti-imperialisti) e affidare la gestione dei primi all’Arabia Saudita.

Infine, considerando il rinnovamento dell’alleanza tra Washington e i Sauditi, il presidente Carter annunciò, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 23 gennaio 1980, che ormai l’accesso al petrolio del Golfo era un obiettivo di sicurezza nazionale statunitense.

Da allora, gli jihadisti sono stati accusati di tutti i brutti tiri contro i sovietici (poi i russi) e contro i regimi arabi nazionalisti o recalcitranti. Il periodo compreso tra l’accusa lanciata contro gli jihadisti di aver fomentato e realizzato gli attentati dell’11 settembre fino all’annuncio della presunta morte di Osama bin Laden in Pakistan (ovvero il periodo dal 2001 al 2011) ha complicato ulteriormente le cose.

Si trattava allo stesso tempo di negare qualsiasi relazione con gli jihadisti e di utilizzarli come pretesto per degli interventi. Le cose sono diventate nuovamente chiare nel 2011, con la collaborazione ufficiale tra gli jihadisti e la NATO in Libia e in Siria.

La virata saudita dell’agosto 2014

Per 35 anni l’Arabia Saudita ha finanziato e armato tutte le correnti politiche mussulmane dal momento che (1) erano sunniti, (2) dichiaravano il modello economico degli Stati Uniti compatibile con l’Islam e (3 ), nel caso in cui il loro paese avesse sottoscritto un accordo con Israele, essi non lo avrebbero messo in discussione.

Per 35 anni, la stragrande maggioranza dei sunniti ha chiuso gli occhi sulla collusione tra jihadisti e imperialismo. Ha espresso solidarietà per tutto quello che gli jihadisti hanno fatto e per tutto quello che è stato loro attribuito. Infine, ha legittimato il wahabismo come una forma autentica dell’Islam, nonostante la distruzione di luoghi santi in Arabia Saudita.

Osservando con sorpresa la "primavera araba", alla preparazione della quale non era stata invitata, l’Arabia Saudita si preoccupò per il ruolo accordato da Washington al Qatar e ai Fratelli Mussulmani. Riyad entrò presto in competizione con Doha per sponsorizzare gli jihadisti in Libia e soprattutto in Siria.

Anche il re Abdullah salvò l’economia egiziana quando, divenuto presidente dell’Egitto il generale Abdel Fattah al-Sisi, gli trasmise esattamente come agli Emirati Arabi la copia completa dei dossiers di polizia sui Fratelli Mussulmani. Tuttavia, nel contesto della lotta contro la Fratellanza, il generale Al-Sisi scoprì e trasmise nel febbraio 2014 il piano dettagliato dei Fratelli per impadronirsi del potere a Riyad e Abu Dhabi. In pochi giorni i congiurati furono arrestati e confessarono, mentre l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti minacciavano il Qatar, sponsor dei Fratelli, di distruggerlo se non avesse lasciato immediatamente la Fratellanza.

Riyad non ha tardato a scoprire che anche l’Emirato Islamico era corrotto e si apprestava ad attaccarlo dopo aver occupato un terzo dell’Iraq.

Il catenaccio ideologico pazientemente costruito per 35 anni è stato polverizzato dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Egitto. L’11 agosto il grande imam dell’università di Al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, ha severamente condannato l’Emirato Islamico e Al-Qa’ida. Gli ha fatto eco il giorno dopo il Gran Mufti d’Egitto, Shawki Allam.

Il 18 agosto e poi di nuovo il 22, Abu Dhabi ha bombardato, con l’assistenza del Cairo, dei terroristi a Tripoli (Libia). Per la prima volta, due Stati sunniti si sono alleati per attaccare degli estremisti sunniti in uno Stato terzo sunnita. Il loro bersaglio non era altro che un’alleanza comprendente Abdelhakim Belhaj, l’ex numero tre di Al-Qa’ida nominato governatore militare di Tripoli dalla NATO.

Sembra che questa azione sia stata intrapresa senza informare preventivamente Washington.

Il 19 agosto, il Gran Muftì dell’Arabia Saudita, lo sceicco Abdul-Aziz Al al-Sheikh, si è deciso - finalmente - a qualificare gli jihadisti dell’Emirato Islamico e di Al-Qa’ida come "nemico numero uno dell’Islam".

Le conseguenze del voltafaccia saudita

Il voltafaccia dell’Arabia Saudita è stato così rapido che gli attori regionali non hanno avuto il tempo di adattarsi e si trovano quindi in posizioni contraddittorie a seconda dei dossier aperti. In linea di massima, gli alleati di Washington condannano l’Emirato Islamico in Iraq, ma non ancora in Siria.

Più sorprendente ancora è l’evidenza del fatto che, mentre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha condannato l’Emirato Islamico nella propria dichiarazione presidenziale del 28 luglio e nella propria risoluzione 2170 del 15 agosto, l’organizzazione jihadista continua a disporre di sostegni da parte di entità statuali: in violazione dei principi richiamati o emanati da quei testi, il petrolio iracheno saccheggiato dall’EI passa attraverso la Turchia. Esso viene caricato nel porto di Ceyhan su petroliere che fanno scalo in Israele e poi ripartono verso l’Europa. Per ora i nomi delle società finanziatrici non sono chiari, ma la responsabilità della Turchia e di Israele è evidente.

Da parte sua, il Qatar, che continua ad ospitare numerose personalità dei Fratelli Mussulmani, nega di sostenere ancora l’Emirato Islamico.






Riunione dei Ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Qatar a Gedda, il 24 agosto 2014, per affrontare l’Emirato Islamico. 
La Giordania era rappresentata in questo vertice.






In occasione delle conferenze stampa congiunte, i ministri degli esteri russo e siriano, Sergey Lavrov e Walid Moallem, hanno lanciato un appello per costituire una coalizione internazionale contro il terrorismo. Ciò nonostante gli Stati Uniti, mentre preparavano operazioni di terra in territorio siriano con i britannici (la "Forza di intervento nera"), hanno rifiutato di allearsi con la Repubblica Araba Siriana e insistono nell’esigere le dimissioni del presidente eletto Bashar al-Assad.

Lo scontro che ha appena messo fine a 35 anni di politica saudita si trasforma in confronto tra Riyad e Ankara. Già ora, il partito curdo turco e siriano, il PKK, che è ancora considerato da Washington e Bruxelles come un’organizzazione terroristica, è sostenuto dal Pentagono contro l’Emirato Islamico. In effetti, e contrariamente alle presentazioni fuorvianti della stampa atlantista, sono proprio i combattenti del PKK turchi e siriani, e non i peshmerga iracheni del Governo locale del Kurdistan, ad aver respinto l’Emirato Islamico nei giorni scorsi, con l’aiuto dell’aviazione statunitense.

Conclusione provvisoria

È difficile sapere se la situazione attuale sia una messa in scena oppure la realtà. Gli Stati Uniti hanno davvero intenzione di distruggere l’Emirato Islamico che essi stessi hanno formato e che sarebbe loro sfuggito di mano, oppure intendono semplicemente indebolirlo e tenerselo come strumento politico regionale? Ankara e Tel Aviv sostengono l’EI per conto di Washington o contro Washington? Oppure giocano su dissensi interni agli Stati Uniti? I Sauditi arriveranno, per salvare la monarchia, fino ad allearsi con l’Iran e la Siria abbattendo il dispositivo di protezione di Israele?

Thierry Meyssan

Traduzione: Luisa Martini
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