L’assurdità della dottrina della libera moneta

La dottrina della libera moneta fraintende il modo di funzionare del mercato e non può perciò comprendere perché in una economia di mercato tanto il lucro quanto l’interesse debbano necessariamente esistere. Nella sua rappresentazione il denaro deve “tornare ad essere un puro mezzo di scambio”. Ma il denaro in una economia di mercato non è solo un mezzo di scambio, è fra le altre cose anche capitale. Questo significa che il denaro viene investito nella produzione di merci solo quando genera profitto. Senza profitto in una economia di mercato non c’è alcuna spinta alla produzione. Ciò si mostra nel momento in cui l’apparente automatismo produttivo dei mercati vacilla e si dissolve in una crisi. Sebbene le possibilità materiali di produzione restino esattamente le stesse, i mezzi di produzione diventano inattivi e larghe quantità di forza lavoro vengono dismesse. Detto più semplicemente, sulla base della folle logica dei mercati può accadere che uomini che si trovano accanto a luoghi di produzione pienamente funzionanti muoiano di fame.

Poiché la produzione non viene controllata dalla società, la “capacità economica” di un’impresa viene misurata unicamente in base al livello di profitto che essa stessa raggiunge. Già solo sulla base della concorrenza il profitto dell’impresa viene massimizzato per quanto possibile. Chi fa più profitto può, grazie a maggiori investimenti, crescere più velocemente ed assicurare al meglio la propria sopravvivenza economica. D’altra parte il profitto è anche l’unico scopo della produzione capitalistica: dal denaro deve venire maggior denaro. Maggior profitto significa migliori traguardi economici, maggior crescita economica. Questa linea di condotta non si modifica neanche in assenza di interessi. Il profitto normalmente non viene consumato o speso, dal capitalista immaginario dei liber-monetisti, in yacht o champagne, ma viene reinvestito in ulteriore produzione di profitto. Questo è precisamente il folle meccanismo autoreferenziale del capitalismo, voler produrre per produrre, lavorare per lavorare, investire per poter investire di più. La libera moneta non cambia una virgola di questa folle mania, piuttosto la rinforza.

L’interesse gioca in questo circolo vizioso, una volta che ne se è accettata la folle logica, un ruolo completamente “razionale”. Il capitale monetario viene dislocato tendenzialmente, in modo corrispondente alla legge di mercato della domanda e dell’offerta, nei rami con le più grandi aspettative di profitto e quindi anche con il più alto fabbisogno di capitale, il quale non si indirizza certo verso i bisogni degli uomini, bensì verso le esigenze della valorizzazione. Questo meccanismo viene controllato in modo indiretto attraverso la concessione dei crediti e l’aumento degli interessi, dunque senza il consenso diretto delle imprese. Gli investimenti considerati a rischio o a basso rendimento ricevono più difficilmente credito di quelli da cui ci si aspetta un sicuro e alto profitto. Senza interesse non ci sarebbe né stimolo né orientamento per questo processo di distribuzione del capitale.

Nello spazio del sistema capitalistico l’alternativa al meccanismo del credito del libero mercato finanziario sembrerebbe consistere nell’investimento pianificato dallo stato. Ciò richiede il potere discrezionale da parte dello stato su tutte le risorse e una estesa burocrazia statale. Il socialismo reale ha mostrato verso quali problemi tutto questo conduca. Il liber-monetismo vuole quanto più possibile respingere lo stato, ovvero liquidarlo, e realizzare un mercato che premi il rendimento del lavoro. Solo che il “denaro senza interesse” può funzionare solo in una economia nazionale isolata dal mercato mondiale, nella quale la banca nazionale centrale eserciti pieno controllo. Già sin dall’inizio l’introduzione della libera moneta causerebbe una fuga di capitali senza precedenti e con ciò grossi problemi economici. Non venne realizzata nemmeno nel periodo nazista, contrassegnato dal protezionismo e dalla folle idea anti-semita di una “rottura della schiavitù dell’interesse”. Nell’epoca della globalizzazione un tale scenario isolato semplicemente non è immaginabile. Quelle che una volta erano “economie nazionali” sono adesso sempre più interconnesse, tanto da non poter più uscire dal mercato mondiale.

L’esaurimento di possibilità di crescita più convenienti che necessitavano di una relativa maggior occupazione, così come la recessione nella crescita del mercato interno, crearono agli inizi degli anni ’70 importanti presupposti per l’attuale processo di globalizzazione del capitale. Da questo tipo di sviluppo non si può tornare indietro. L’ipotesi liber-monetista – che fra l’altro si nasconde dietro le comuni rappresentazioni della critica alla globalizzazione à la Attac – per la quale il rigonfiamento dei mercati finanziari e l’indebitamento pubblico e privato sono la ragione della crescita stagnante e della crisi economica è falsa. La connessione è esattamente rovesciata: il capitale fluisce sui mercati finanziari perché già dagli inizi degli anni ’70 il profitto nella produzione delle merci è receduto.

Il liber-monetismo rivela la sua fondamentalmente erronea comprensione del capitalismo, fra le altre cose, quando indica come esempio le monete del medioevo (i “bratteati”) come prova dei benefici effetti della libera moneta. Non vogliamo qui entrare sulla supposta connessione causale fra i bratteati, una valuta medievale con continua perdita di valore, e il benessere. Qui deve solo esser fatto rilevare che il denaro nella società feudale del medioevo giocava un ruolo marginale e non è comparabile con il denaro del capitale odierno. Sui mercati medievali non esisteva alcuna libera formazione dei prezzi, gli uomini della società feudale non erano costretti a vendere la loro forza lavoro, non c’era alcun capitale industriale, dominava la produzione per il proprio bisogno, la vita della comunità non era retta da anonime relazioni di diritto e di denaro ma da relazioni sociali personali. Poiché mancava una libera formazione di prezzi imposta dal capitale che produce profitto, non è possibile paragonare l’usura medievale con l’interesse capitalistico.

Sulla base di tutte le suddette debolezze, insulsaggini e indiscutibili aspetti politici i seguaci e le seguaci della “moneta senza interesse” si distinguono dalla dottrina della libera moneta. Ciò viene fatto sicuramente in modo sincero, e perciò è una cosa buona. Rispetto alla infondatezza dell’idea di un “denaro senza interessi” non cambia però di fatto proprio niente, sia che si accompagni ad altre idee riformatrici o ne richieda per sé sola la paternità. Le crudeltà della società della merce non si lasciano curare con una operazione superficiale, bensì sono da rigettare fuori dal mondo attraverso il superamento della forma merce e della valorizzazione.

La dottrina della libera moneta vuole affrancare l’economia di mercato dal capitalismo. Nel nostro modo di intendere la cosa, entrambi i concetti richiamano invece due facce di una stessa medaglia. Essi si co-appartengono inseparabilmente: l’economia di mercato contrassegna l’aspetto del commercio delle merci, il capitalismo quello della produzione delle merci. Le espressioni “dell’economia di mercato” e “del sistema capitalistico” significano perciò essenzialmente lo stesso. Anche il socialismo reale va posto nello stesso filone del sistema capitalistico dell’economia di mercato. Si tratta del tentativo, condannato al naufragio, di una economia di mercato pianificata. Come capitale la teoria della libera moneta intende solo il capitale monetario. Dal nostro punto di vista, il capitale non è una cosa, bensì un incessante processo fine a se stesso di accrescimento di valore economico. Questo processo comprende tanto il denaro quanto la merce (materia prima, mezzi di produzione, forza-lavoro). La critica del capitalismo, qui solo schizzata, si distingue perciò in modo fondamentale dalla “critica del capitalismo” della teoria della libera moneta.

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