Debito statale, inflazione e accumulazione

La capacità di sopravvivenza della produzione capitalista dipende dalla riuscita del tentativo di integrare a sufficienza lavoro vivo nel ciclo di utilizzo per la produzione di valore. Già in occasione della crisi economica mondiale degli anni ’20 e ’30 questa dipendenza diventò un evidente problema strutturale per un periodo di tempo che fino ad allora non era mai stato così lungo. La rottura con il passato fu così profonda che da sola la valorizzazione dei capitali esistenti, anche collegata con le corrispondenti spinte innovative, non era più sufficiente a originare un nuovo slancio economico autosufficiente. Soltanto l`improvvisa estensione dell’attività dello stato, che si realizzò in primo luogo nel segno del riarmo e della guerra mondiale, potè mettere fine a quello stato di paralisi e dare una spinta che riportò nuovamente l’economia capitalista sulla strada della crescita.

Il conseguente addio allo Stato concepito come passivo tutore dell`ordine pubblico, fu dunque inevitabile par innestare il boom fordistico, perché l’estensione delle nuove industrie di punta rendeva necessaria un’infrastruttura sociale complessiva di ampio respiro, che non può, o può solo in misura molto limitata, prendere la forma di merci in grado di generare profitto. Come si sarebbe potuta sviluppare una fiorente industria automobilistica, se lo Stato non avesse investito fondi immensi nella costruzione di strade? Come si sarebbero potuti imporre vittoriosamente gli apparecchi elettrici per la casa e i mezzi di intrattenimento elettronici senza enormi investimenti per una fornitura d’energia su larga scala, investimenti che di per sè non avrebbero generato profitto, e che quindi furono affidati allo Stato? In questo contesto va inserita anche la costruzione dello Stato sociale con le sue garanzie, e con le necessarie prestazioni statali, a monte o parallele.

Lo Stato fu chiamato ad assolvere a doveri economici in una misura fino a quel momento impensabile, non soltanto perchè, di fronte al crescente effetto socializzante dello sviluppo delle forze produttive, doveva prendere sulle sue spalle una nuova responsabilità in termini di messa a disposizione delle condizioni-quadro della produzione di merci. Lo Stato era sollecitato almeno nella stessa misura anche dallo sviluppo dalla parte del valore. Già a livello d’impresa, alle soglie dell’età fordista i costi preventivi dell’utilizzazione del lavoro erano troppo alti per poter essere coperti soltanto dalle entrate regolari della valorizzazione del capitale. Già allora si rendeva necessario fare ricorso alla domanda aggiuntiva dello Stato, andando oltre le abituali entrate fiscali, e all’allargamento in generale dello spazio d’azione creditizia. Ma ambedue questi obiettivi erano realizzabili soltanto grazie a una radicale ristrutturazione del sistema monetario, e in generale della politica finanziaria statale.

Il processo di riproduzione del capitale comprende necessariamente la metamorfosi delle numerose merci particolari nella merce generale, il denaro. Finchè, per quanto riguarda il denaro, si trattò di una merce monetaria reale (metallo prezioso), o dei suoi rappresentanti diretti (copertura aurea), e la realizzazione del valore rimase strettamente legata a un’utilizzazione produttiva di lavoro già portata a termine in altro luogo, fu inevitabile che ogni volta questa realizzazione si rivelasse come una cruna dell’ago. Le crisi - come fece già notare a suo tempo Marx - presero allora sempre anche la forma di un’acuta, o, nel caso della crisi economica mondiale, cronica penuria di mezzi di pagamento, il cui punto di partenza era lo spezzarsi di catene creditizie nell’ambito dell’economia privata. Era possibile allora descrivere il decorso della crisi come una spirale deflazionistica. L’addio al “metallo barbarico” (Keynes), il passaggio a una moneta regolata politicamente, che non rappresentava alcuna ricchezza realmente disponibile, e faticosamente accumulata, ma era coperta in fin dei conti soltanto dalla prospettiva di una futura creazione di valore, offrì la possibilità di sfuggire alla strettoia con il “deficit spending” e di superare la stasi. L’accesso anticipato, mediato dallo Stato, e il denaro creato da quest’ultimo, mise i diversi capitali in condizione di trasformarsi in un equivalente generale su scala più ampia, e quindi di far partire un nuovo ciclo di produzione e valorizzazione. Ciò rese possibile il superamento della depressione.

Ma ogni nuovo meccanismo di superamento delle crisi genera nuovi potenziali di crisi. Proprio in questo caso un tale meccanismo è evidente. L’anticipazione monetaria di utilizzazione di lavoro tale da produrre valore può essere confermata a posteriori, ma non è detto che ciò accada necessariamente. Laddove la cambiale sul futuro, mediata dalla creazione statale di denaro, si riveli poi non realmente coperta, in tutto o in parte, vengono alla luce due fenomeni che erano completamente sconosciuti nello stadio di sviluppo capitalista dell`800. Da una parte, questo continuo accesso anticipato a una ricchezza che deve ancora essere creata, ha come rovescio della medaglia il crescente indebitamento statale. Ma il processo di indebitamento non può essere portato avanti all`infinito senza che il processo di valorizzazione capitalista alla fine sia schiacciato da questo peso regresso. Del resto, questo processo è difficilmente arrestabile, poiché si pagherebbe con il passaggio immediato dalla cronica debolezza della crescita a una depressione acuta, e con il ritorno dei vecchi meccanismi deflazionistici, ma in forma accentuata.

Dall’altra, la crisi provoca, oltre alla svalorizzazione del capitale reale e di quello monetario, anche la svalorizzazione del mezzo monetario stesso. Laddove l’utilizzazione anticipata di lavoro si realizzi soltanto in parte, il risultato è un’inflazione strisciante. Se il lavoro di un’intera economia nazionale viene dichiarato senza valore a posteriori dal mercato mondiale, questa economia nazionale può addirittura precipitare in un processo iperinflazionistico.

Negli anni ’50 e ’60, l’età d’oro del capitalismo con i suoi vertiginosi tassi di crescita, il sistema di copertura a posteriori ha essenzialmente funzionato: l’indebitamento statale, così come l’inflazione, rimasero perciò a un livello accettabile. Ma questa situazione era destinata a cambiare, nella misura in cui la fase di prosperita` fordista si esaurì nel corso degli anni ’70. Non soltanto il problema di base, cioe` la sempre minore capacità del capitale di assorbire nella misura necessaria lavoro che crei valore, cominciò a tornare in primo piano: in questa situazione anche la soluzione della crisi escogitata in passato diventò nello stesso tempo anche un problema in più, che minacciava di aggravare la crisi. La prospettiva poco incoraggiante che si presentava all’economia mondiale all’inizio degli anni ’80 può essere letta a partire da alcuni importanti indicatori statistici.

Nonostante un ricorso accentuato al deficit spending, i dati di crescita medi negli Stati dell’Ocse erano scesi all’1,4% (fra il 1967 e il 1976 erano ancora all’altezza del 4,9%), il tasso di inflazione medio raggiunse il 12,6% (contro il 6,1% del periodo di confronto preso in esame). Sempre nuovi massimi storici dell’indebitamento statale (in media il 43,6% del prodotto interno lordo annuale per gli Stati dell’Ocse) erano ugualmente la prova che in generale la situazione stava diventando pericolosa.

Share: