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Hillary Clinton e la Fratellanza


L’indagine dell’FBI sulle e-mail private di Hillary Clinton non verte su una negligenza in merito alle norme di sicurezza, ma su un complotto mirante a distrarre ogni traccia delle sue corrispondenze che avrebbero dovuto essere memorizzate sui server dello Stato federale. Potrebbe includere scambi su finanziamenti illeciti o su casi di corruzione, e altro sui collegamenti dei coniugi Clinton con i Fratelli Musulmani e i jihadisti.

l rilancio dell’inchiesta dell’FBI sulle e-mail private di Hillary Clinton non verte tanto su questioni di sicurezza, quanto su intrighi che potrebbero andare fino all’alto tradimento. Tecnicamente, anziché utilizzare un server sicuro del governo federale, il Segretario di Stato aveva installato nel suo domicilio un server privato, in modo da poter utilizzare Internet senza lasciare tracce su una macchina dello Stato federale. Il tecnico privato della signora Clinton aveva ripulito il suo server prima dell’arrivo del FBI, così che non era possibile sapere il motivo per cui lei avesse messo in opera questo dispositivo. Inizialmente, l’FBI ha osservato che il server privato non aveva subito la procedura di sicurezza del server del Dipartimento di Stato. La Clinton aveva quindi commesso solo un errore di sicurezza. In un secondo tempo, l’FBI ha sequestrato il computer dell’ex parlamentare Anthony Weiner. Costui è l’ex marito di Huma Abedin, capo dello staff di Hillary. Lì sono stati trovati messaggi di posta elettronica provenienti dalla Segretaria di Stato. Anthony Weiner è un politico ebreo, molto vicino ai Clinton, che aspirava a diventare sindaco di New York. Fu costretto a dimettersi dopo uno scandalo assai puritano: aveva inviato SMS erotici a una giovane donna diversa da sua moglie. Huma Abedin si separò ufficialmente da lui nel corso di questa bufera, ma in realtà non lo lasciò.

Huma Abedin è una statunitense allevata in Arabia Saudita. Suo padre gestisce una rivista accademica – di cui è stata per anni la segretaria editoriale - che riproduce regolarmente il parere dei Fratelli Musulmani. Sua madre presiede l’associazione saudita delle donne che fanno parte della Fratellanza e ha lavorato con la moglie dell’ex presidente egiziano Mohamed Morsi. Suo fratello Hassan lavora per conto dello sceicco Yusuf al-Qaradawi, predicatore dei Fratelli Musulmani e consigliere spirituale di Al-Jazeera.

In occasione di una visita ufficiale in Arabia Saudita, la segretaria di Stato visita il collegio Dar al-Hekma accompagnata da Saleha Abedin (madre del suo capo di gabinetto), presidente dell’Associazione delle Sorelle che fanno parte della Fratellanza.

Huma Abedin è oggi una figura centrale nella campagna elettorale clintoniana, accanto al responsabile della campagna, John Podesta, ex segretario generale della Casa Bianca sotto la presidenza di Bill Clinton. Podesta è inoltre il lobbista ufficiale del Regno dell’Arabia Saudita al Congresso, per la modica cifra di 200 mila dollari mensili. Il 12 giugno 2016, Petra, l’agenzia di stampa ufficiale della Giordania, ha pubblicato un’intervista con il principe ereditario saudita, Mohamed bin Salman, nella quale affermava la modernità della sua famiglia che aveva illegalmente finanziato circa il 20% della campagna presidenziale di Hillary Clinton, anche se si tratta di una donna. Il giorno dopo questa pubblicazione, l’agenzia ha annullato questo servizio e ha assicurato che il suo sito web era stato violato. 

Secondo l’agenzia di stampa giordana Petra (12 giugno 2016), la famiglia reale saudita
ha illegalmente finanziato il 20% della campagna presidenziale di Hillary Clinton.

La signora Abedin non è l’unica componente dell’amministrazione Obama ad aver legami con la Fratellanza. Il fratellastro del presidente, Abon’go Malik Obama, è il tesoriere dell’Opera missionaria dei Fratelli in Sudan e presidente della Fondazione Barack H. Obama. Lavora direttamente sotto il comando del presidente sudanese Omar al-Bashir. Un Fratello musulmano è membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale, la più elevata istanza esecutiva negli Stati Uniti. Dal 2009 al 2012, è stato il caso di Mehdi K. Alhassani. Non si sa chi gli sia succeduto, ma la Casa Bianca aveva negato che un Fratello fosse membro del Consiglio fino a quando non emerse una prova. È inoltre un Fratello l’ambasciatore degli Stati Uniti alla Conferenza islamica, Rashad Hussain. Gli altri Fratelli identificati occupano funzioni meno importanti. Occorre tuttavia ricordare Louay M. Safi, attuale membro della Coalizione Nazionale siriana ed ex consigliere del Pentagono.

Il presidente Obama e il suo fratellastro Malik Obama Abon’go nello Studio Ovale. 
Abon’go Malik è il tesoriere del lavoro missionario dei Fratelli Musulmani in Sudan.

Nell’aprile 2009, due mesi prima del suo discorso al Cairo, il presidente Obama aveva segretamente ricevuto una delegazione della Confraternita allo Studio Ovale. Aveva già invitato, in occasione del suo insediamento, Ingrid Mattson, la presidente dell’Associazione dei Fratelli e delle Sorelle Musulmani negli Stati Uniti. Da parte sua, la Fondazione Clinton ha impiegato come responsabile del suo progetto "Clima" Gehad el-Haddad, uno dei dirigenti mondiali della Fratellanza che era stato fino ad allora responsabile di una trasmissione televisiva coranica. Suo padre era stato uno dei co-fondatori della Fratellanza nel 1951 in occasione della sua rifondazione da parte della CIA e dell’MI6. Gehad ha lasciato la fondazione nel 2012, quando al Cairo divenne il portavoce del candidato Mohamed Morsi, e in seguito quello ufficiale della Fratellanza Musulmana su scala mondiale.

Sapendo che la totalità dei leader jihadisti nel mondo sono emersi sia dalla Fratellanza sia dall’Ordine sufi Naqshbandi - le due componenti della Lega islamica mondiale, l’organizzazione saudita anti-nazionalista araba - vorremmo saperne di più sulle relazioni della signora Clinton con l’Arabia Saudita e i Fratelli. Si scopre che nella squadra del suo sfidante Donald Trump, ci trova il generale Michael T. Flynn, che ha cercato di opporsi alla creazione del Califfato da parte della Casa Bianca e si è dimesso dalla direzione della Defense Intelligence Agency (Agenzia d’intelligence militare) per rimarcare la sua disapprovazione. Gli si affianca Frank Gaffney, un "reduce della guerra fredda", ormai qualificato come "cospirazionista" per aver denunciato la presenza dei Fratelli nello Stato federale.

Va da sé che, dal punto di vista dell’FBI, tutto il sostegno alle organizzazioni jihadiste sia un reato, indipendentemente dalla politica della CIA. Nel 1991, la polizia – nonché il senatore John Kerry - avevano causato il fallimento della banca pakistana (benché registrata nelle Isole Cayman) BCCI, che la CIA utilizzava in ogni sorta di operazioni segrete con i Fratelli Musulmani e anche con i cartelli latini della droga.

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Imperialismo conquistatore

Il CNAS, versione democratica dell’imperialismo conquistatore.

Mentre Washington non ha più una politica estera, ma diverse politiche contraddittorie e simultanee, i «falchi liberali» si sono radunati attorno al generale David Petraeus e al Center for a New American Security. Thierry Meyssan presenta questo think tank, che ora gioca il ruolo precedentemente assegnato al Project for a New American Century nell’era Bush: promuovere l’imperialismo espansionista e dominare il mondo.

La crisi siriana, che ha già trovato una soluzione con la prima conferenza di Ginevra nel giugno 2012, continua nonostante tutti gli accordi negoziati con gli Stati Uniti. Chiaramente, l’amministrazione Obama non obbedisce al suo capo, ma è divisa tra due linee politiche: una favorevole alla spartizione imperialista del mondo con la Cina e, eventualmente, con la Russia (è la posizione del presidente Obama), l’altra, gli espansionisti imperialisti (riuniti intorno a Hillary Clinton e al generale David Petraeus).

Con sorpresa di tutti, la cacciata del direttore della CIA e della Segretaria di Stato in occasione della rielezione di Barack Obama non ha messo fine alle divisioni dell’amministrazione, ma le ha invece rafforzate.

Sono di nuovo gli imperialisti espansionisti ad aver rilanciato la guerra contro la Repubblica popolare di Corea, con il pretesto di un attacco informatico a danno della Sony Pictures attribuito a Pyongyang contro ogni logica. Il presidente Obama ha infine sottoscritto il loro discorso e ha firmato un decreto di «sanzioni».

Sembra che i sostenitori dell’espansione imperiale si siano all’inizio raggruppati per creare il Center for a New American Security, che ha giocato in seno al Partito Democratico un ruolo equivalente a quello del Project for a New American Century (e oggi della Foreign Policy Initiative) in seno al Partito repubblicano. A questo titolo, hanno giocato un ruolo importante durante il primo mandato di Barack Obama e, per taluni di loro, hanno integrato lo Stato profondo da dove continuano a tirare le fila.


I falchi liberali


Il Center for a New American Security (CNAS) è stato creato nel 2007 da Kurt Campbell e Michele A. Flournoy.

Questi due intellettuali avevano già lavorato insieme nel Center for Strategic and International Studies (CSIS). Lì avevano curato la pubblicazione, due mesi dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, di To Prevail: An American Strategy for the Campaign Against Terrorism (Per prevalere: una strategia americana per la campagna contro il terrorismo) [1]. Il libro glossava la decisione del presidente Bush di attaccare non solo i gruppi terroristici, ma anche gli Stati che li sostengono, e addirittura gli Stati falliti che non riuscivano a combatterli sul proprio suolo. Ispirandosi ai lavori della Task Force sul terrorismo del CSIS, preconizzava un notevole sviluppo delle agenzie di intelligence al fine di sorvegliare il mondo intero. In breve, Campbell e Flournoy accettavano la versione ufficiale degli attentati e giustificavano la «guerra al terrorismo» che avrebbe gettato una cappa luttuosa sul mondo per oltre un decennio.

Nel 2003, Campbell e Flournoy firmavano con altri tredici intellettuali democratici un documento intitolato Progressive Internationalism: A Democratic National Security Strategy (Internazionalismo progressista: una strategia democratica di sicurezza nazionale) [2]. Questo manifesto sosteneva le guerre post-11 settembre pur criticando la debolezza diplomatica del presidente Bush. In vista della scelta del candidato democratico nel 2004, i firmatari intendevano promuovere il progetto imperiale statunitense (difeso da George W. Bush) pur criticando il modo in cui questi esercitava la leadership, in particolare i dubbi che aveva seminato tra gli alleati. I firmatari erano allora etichettati come "falchi liberali".

Il CNAS

Alla sua nascita (2007), il CNAS affermava di voler rinnovare il pensiero strategico statunitense dopo la Commissione Baker-Hamilton e le dimissioni del segretario della Difesa Donald Rumsfeld. L’inaugurazione ebbe luogo in presenza di numerose personalità, tra cui Madeleine Albright, Hillary Clinton e Chuck Hagel. All’epoca, Washington stava cercando una scappatoia dal suo pantano iracheno. Campbell e Flournoy intendevano preconizzare una soluzione militare che consentisse alle forze armate USA di continuare a occupare l’Iraq senza esaurirvi le proprie forze. Per continuare la sua espansione globale, l’imperialismo statunitense doveva prima elaborare una strategia contro-terrorista che gli permettesse di riportare i ranghi dei suoi soldati in Iraq a un formato ridotto.

Logicamente, Campbell e Flournoy lavorano quindi con il generale David Petraeus, fresco di nomina alla carica di comandante della Coalizione militare in Iraq in quanto autore del manuale di contro-insurrezione dell’esercito americano. Ingaggiano un esperto australiano, David Kilcullen, che si accinge a diventare il guru del generale Petraeus e concepirà la Surge (la spinta). A suo parere, il capovolgimento della situazione per gli insorti iracheni è possibile grazie alla combinazione di due fattori (la carota e il bastone): da un lato uno stipendio sarà versato ai resistenti che cambieranno campo e garantiranno di stabilire l’ordine nel loro territorio; dall’altro, una forte pressione sarà esercitata su di loro attraverso un aumento temporaneo della presenza militare. Questa strategia sarà attuata con il successo che sappiamo: il paese attraversa dapprima una fase d’intensa guerra civile, poi lentamente torna alla calma dopo essere stato profondamente distrutto. In realtà, il cambio di campo di una parte della resistenza irachena è stato possibile solo perché era organizzata su base tribale.

Di fatto, durante questo periodo, il CNAS e il generale Petraeus sono inseparabili. Kilcullen diventa consigliere di Petraeus, poi della Segretaria di Stato Condoleezza Rice. La fusione è tale che il colonnello John Nagl, un consigliere di Petraeus, è diventato presidente del CNAS quando Campbell e Flournoy entrano nell’amministrazione Obama.

L’originalità del CNAS è di essere un think tank democratico che collabora e si integra con falchi repubblicani. Moltiplica anche incontri e discussioni con i membri del Project for a New American Century. È finanziato dalle industrie degli armamenti o dai fornitori della Difesa (Accenture Federal Services, BAE Systems, Boeing, DRS Technologies, Northrop Grumman), da finanzieri (Bernard L. Schwartz Investments, Prudential Financial), da fondazioni (Carnegie Corporation of New York, William and Flora Hewlett Foundation, Ploughshares Fund, Smith Richardson Foundation, Zak Family Charitable Trust) e da governi stranieri (Israele, Giappone, Taiwan).

Durante la campagna elettorale, Campbell e Flournoy pubblicano le loro raccomandazioni per il prossimo presidente: The Inheritance and the Way Forward (L’eredità e la via da seguire) [3].

Nell’era Bush, rimettono in discussione il principio della «guerra preventiva» e la pratica della tortura. Inoltre, puntano a riorientare la guerra al terrorismo, in modo da evitare lo «scontro di civiltà», che priverebbe Washington dei suoi alleati musulmani.


Tre generazioni di donne al CNAS: Madeleine Albright, Hillary Clinton e Michèle Flournoy.

L’amministrazione Obama

Eletto presidente degli Stati Uniti, Barack Obama designa Michèle Flournoy per sorvegliare la transizione al Dipartimento della Difesa. Logicamente, è stata nominata alla carica di SottoSegretario alla Difesa con le funzioni relative alla politica, vale a dire che spettava a lei elaborare la nuova strategia di Difesa. È pertanto la ’Numero Due’ del Dipartimento e gestisce un budget di 200 milioni di dollari.

Da parte sua, Kurt Campbell è nominato al Dipartimento di Stato per dirigere l’ufficio dell’Estremo Oriente e del Pacifico.

Campbell e Flournoy saranno allora i promotori della strategia del «pivot». Secondo loro, gli Stati Uniti devono prepararsi a un futuro confronto con la Cina. In questa prospettiva, devono lentamente riposizionare le proprie forze armate dell’Europa e del Medio Oriente allargato verso l’Estremo Oriente.

Il CNAS è così in voga che parecchi dipendenti entreranno nell’amministrazione Obama: 
  • Rand Beers diventerà segretario alla Sicurezza della Patria, 
  • Ashton Carter, sottosegretario alla Difesa per gli acquisti, poi segretario alla Difesa, 
  • Susan Rice, ambasciatrice alle Nazioni Unite, e poi consigliera nazionale di sicurezza, 
  • Robert Work, vice segretario alla Difesa, 
e ancora:
  • Shawn Brimley, Consigliere Speciale del Segretario della Difesa per la Strategia, poi direttore della Pianificazione al Consiglio di Sicurezza Nazionale, 
  • Price Floyd, Vice Assistente Segretario alla Difesa per le Pubbliche Relazioni, 
  • Alice Hunt, assistente speciale del Dipartimento della Difesa, 
  • Colin Kahl, Vice Assistente Segretario alla Difesa per il Medio Oriente, poi consigliere di sicurezza nazionale al seguito del Vice Presidente, 
  • James Miller, Vice Assistente Segretario alla Difesa per la politica, 
  • Eric Pierce, vice capo del Dipartimento della Difesa responsabile delle relazioni con il Congresso, 
  • Sarah Sewall diventerà, nel 2014, Sottosegretario di Stato per la democrazia ei diritti umani, 
  • Wendy Sherman diventerà, nel 2011, Sottosegretario di Stato per gli Affari Politici, 
  • Vikram Singh, Consigliere Speciale del Segretario della Difesa per l’Afghanistan e il Pakistan, 
  • Gayle Smith, Direttrice per lo Sviluppo e la Democrazia al Consiglio nazionale di sicurezza, 
  • James Steinberg, vice segretario di Stato, 
  • Jim Thomas, Vice Assistente Segretario alla Difesa per le risorse,
  • Edward (Ted) Warner III, consigliere del Segretario alla Difesa per il controllo degli armamenti.

L’influenza del CNAS

Michèle Flournoy, che aspirava a diventare segretario alla Difesa, è stata scartata da questo incarico, nel 2012, perché considerata troppo vicina a Israele. Eppure è ormai onnipresente nelle istanze di riflessione della Difesa: fa parte del Defense Science Board (Consiglio scientifico della Difesa), del Defense Policy Board (Consiglio politico della Difesa), nonché del President’s Intelligence Advisory Board (Consiglio consultivo Presidenziale sull’intelligence).

In tutta evidenza, le sue raccomandazioni politiche vengono seguite sia per quanto riguarda il "Medio Oriente allargato", sia per l’Estremo Oriente.

Il CNAS ha sostenuto gli sforzi di Wendy Sherman per negoziare la ripresa dei negoziati diplomatici con Teheran. In modo assai trasparente, ha sottolineato che il problema con l’Iran non stava tanto nella questione nucleare quanto nell’esportazione della sua rivoluzione. Prevede una serie di azioni estremamente severe per tagliare le reti iraniane in Africa, in America Latina e in Medio Oriente. [4]

Per quanto riguarda la Siria, il CNAS ritiene che sarà impossibile rovesciare a breve termine la Repubblica. Consiglia pertanto la «strategia del tornello»: utilizzare il consenso che si è creato contro l’Emirato Islamico affinché tutti gli Stati coinvolti facciano pressione su Damasco e sui gruppi di opposizione al fine di ottenere una riduzione della scala del confronto militare -ma senza tuttavia collaborare con il presidente al-Assad contro il l’Emirato Islamico. Lo sforzo dovrà pertanto far ottemperare l’obbligo intimato alla Repubblica di includere nel suo governo membri dell’opposizione filo-atlantista sugli aiuti umanitari e volgersi al sostegno logistico fornito alle zone ribelli in modo che queste diventino attraenti. Una volta che ci saranno dei filo-atlantisti al governo, saranno incaricati di identificare i meccanismi dell’apparato statale segreto in modo che possa essere successivamente distrutto. L’originalità del progetto consiste nel rivendicare il deserto siriano per i ribelli che rifiutano di unirsi al governo. Ora, questo deserto rappresenta il 70% del territorio e ospita la maggior parte delle riserve di gas. [5]

Il CNAS presta particolare attenzione a Internet. Si tratta di limitare la censura del governo in modo che la sorveglianza della NSA possa continuare con la stessa facilità. [6] Contemporaneamente, si preoccupa di come la Repubblica popolare cinese si protegge dallo spionaggio della NSA [7].

Nel Pacifico, il CNAS sostiene un riavvicinamento con l’India, la Malaysia e l’Indonesia. Ha ideato un piano per modernizzare il dispositivo rivolto contro la Corea del Nord.

I responsabili attuali

A poco a poco, il CNAS – che era un’iniziativa democratica che collaborava con neoconservatori repubblicani – è diventato il principale centro di studi impegnato a promuovere l’imperialismo conquistatore.

Oltre a Kurt Campbell e Michèle Flournoy, ci sono tra i suoi consiglieri: 
  • il generale John Allen, comandante della coalizione anti-Daesh 
  • Richard Armitage, ex vice segretario di Stato, 
  • Richard Danzig, vice presidente della Rand Corporation, 
  • Joseph Lieberman, l’ex portavoce di Israele al Senato, 
  • il generale James Mattis, ex comandante del CentCom.
Il CNAS è destinato a svilupparsi ancora, visto che ormai è il principale think tank capace di opporsi alle riduzioni nel bilancio della difesa USA e di rilanciare l’industria della guerra.

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La fabbrica delle confessioni

Gli estratti, resi pubblici, del rapporto della Commissione del Senato statunitense sul programma segreto di tortura della CIA mettono in evidenza una vasta organizzazione criminale. Thierry Meyssan ha letto per voi le 525 pagine di questo documento. E ha trovato la prova di quello che sostiene da anni.

Dianne Feinstein, presidente della Commissione senatoriale sull’intelligence, ha reso pubblico, il 9 dicembre 2014, un estratto del suo rapporto classificato sul programma segreto di tortura da parte della CIA. 

Presentazione del Rapporto
La parte declassificata corrisponde soltanto a un dodicesimo del rapporto iniziale. Il rapporto stesso non riguarda il vasto sistema di arresti e detenzione che la US Navy ha messo in atto durante i mandati del presidente George W. Bush; un programma che ha portato al fermo e alla detenzione in tutto il mondo di più di 80.000 persone, su 17 barche a fondo piatto di stanza in acque internazionali (queste le navi: USS Bataan, USS Peleliu, USS Ashland, USNS Stockham,USNS Watson, USNS Watkins, USNS Sorella, USNS Charlton, USNS Pomeroy, USNS Red Cloud, USNS Soderman, USNS Dahl, MV PFC William B Baugh, Alex Bonnyman MV, MV Franklin J Phillips, MV huage Louis J Jr, James Anderson Jr. MV). Il rapporto si limita a studiare 119 casi di "cavie umane" sottoposte a esperimenti psicologici a Guantánamo e in una cinquantina di prigioni segrete, dal 2002 alla fine del 2009, vale a dire un anno dopo l’elezione di Barack Obama.

Gli estratti del rapporto non motivano i criteri di scelta di queste cavie umane. Si limitano ad affermare che ogni prigioniero ne ha denunciato un altro, sottolineando che le confessioni non sono state estorte, bensì "apprese". In altre parole, la CIA ha cercato di giustificare le proprie scelte costruendo delle denunce a posteriori.

Nel rapporto iniziale, i nomi degli agenti e dei collaboratori della CIA coinvolti sono stati sostituiti con degli pseudonimi. Inoltre, gli estratti declassificati sono stati ampiamente censurati, soprattutto per cancellare i nomi dei complici stranieri della CIA.

Il contenuto del rapporto
Ho letto per intero le 525 pagine (clicca qui' per leggere il documento) degli estratti pubblici del rapporto. Tuttavia, non sono in possesso di tutte le informazioni necessarie per poter interpretare i passaggi censurati. A tal fine servirebbero numerose ricerche.

Le sedute di condizionamento sono state condotte in una cinquantina di prigioni segrete sotto la responsabilità di "Stazione Alec", l’unità della CIA incaricata di seguire Osama bin Laden. Le infrastrutture, il personale e i trasporti erano sotto la responsabilità del "Gruppo di resa e detenzione" della CIA. Le sessioni erano ideate e condotte sotto la sorveglianza di due psicologi a contratto che successivamente, nel 2005, si sono costituiti in società. Le tecniche di condizionamento utilizzate sono state autorizzate dai più alti livelli gerarchici, senza specificare che queste torture erano finalizzate a condizionare e non a estorcere informazioni.

Il vice Presidente Dick Cheney, il Consigliere della Sicurezza nazionale Condoleezza Rice, il Segretario di Giustizia John Ashcroft, il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld, il Segretario di Stato Colin Powell e il direttore della CIA George Tenet hanno partecipato a incontri su questo tema alla Casa Bianca. Essi hanno assistito ad alcune simulazioni presso la Casa Bianca e preso visione delle registrazioni di alcune sedute: registrazioni che in seguito sono state distrutte illegalmente. È evidente che tali riunioni avevano per obiettivo quello di "compromettere" queste personalità, ma non è possibile stabilire chi di loro conoscesse effettivamente a cosa sarebbe servito l’uso di quelle tecniche.

Tuttavia, nel giugno 2007, Condoleezza Rice era stata informata personalmente dall’impiegato a contratto della CIA che supervisionava gli esperimenti. Il Consigliere della Sicurezza nazionale autorizzò la prosecuzione degli esperimenti, pur diminuendo il numero di torture autorizzate.

Gli estratti pubblici del rapporto forniscono un’analisi dettagliata di come la CIA abbia mentito agli altri rami dell’amministrazione Bush, ai media e al Congresso.

Gli esperimenti del professor Martin Seligman
Gli estratti pubblici del rapporto confermano che la CIA ha condotto esperimenti sulla base del lavoro del professor Martin Seligman (teoria della "impotenza appresa »), che non mirava a ottenere confessioni o informazioni, ma a inculcare ai soggetti un discorso o un comportamento.

Molte delle citazioni degli estratti che la stampa ha diffuso, suscitano confusione. Infatti, la CIA si riferisce ai "metodi di condizionamento" utilizzando l’appellativo di "metodi di interrogatorio non-standard" (non-standard means of interrogation). Fuori dal contesto, potremmo supporre che con il termine "interrogatorio" si intenda la ricerca di informazioni, quando invece venivano organizzate sedute di condizionamento dei soggetti.

Tutti i nomi dei torturatori sono stati censurati negli estratti declassificati del rapporto. Tuttavia, riconosciamo Bruce Jessen sotto lo pseudonimo di "Grayson Swigert" e James Mitchell sotto quello di "Hammond Dunbar". Dal 12 aprile 2002 i due uomini supervisionarono il programma. Erano fisicamente presenti nelle prigioni segrete. Nel 2005, si sono costituiti in azienda commerciale, Mitchell Jessen & Associates (indicata come "Società Y" nel rapporto). Dal 2005 al 2010, la loro attività fu pagata 81 milioni dollari. Successivamente, sono stati utilizzati dall’esercito per condurre un programma comportamentale su 1,1 milioni di soldati americani.

Nel maggio 2003, un alto ufficiale della CIA avvertì l’Ispettore generale dell’Agenzia che il lavoro del professor Seligman si basava sulle torture perpetrate dal Vietnam del Nord per ottenere "confessioni a fini di propaganda". L’ufficiale metteva in causa il programma di condizionamento. Ma la notifica non ebbe alcun effetto. Inoltre, egli fece un piccolo errore nel citare il Vietnam del Nord: le ricerche di Seligman si basavano, come del resto le pratiche dei nord-vietnamiti, su lavori coreani.

La maniera in cui i torturatori si sono protetti
Secondo la Commissione del Senato, il programma di tortura della CIA è stato ordinato dal presidente George W. Bush il 17 settembre 2001, sei giorni dopo gli attentati. Il suo unico obiettivo era quello di dotare di mezzi straordinari le indagini sugli attentati dell’11 settembre 2001. Tuttavia, questo programma è stato immediatamente sviluppato in violazione delle istruzioni del Presidente. Pertanto, dal momento degli attentati, la CIA, all’insaputa della Casa Bianca, ha cercato di fabbricare false testimonianze per avvalorare la responsabilità di al-Qa’ida.

Il presidente George Bush e i parlamentari sono stati ingannati dalla CIA che: 
- ha ottenuto l’autorizzazione a praticare la tortura mascherandone le vere finalità; 
- ha presentato confessioni false, come se fossero state estorte sotto tortura;

Quando il presidente Bush ha ammesso, il 6 settembre 2006, l’esistenza di un programma segreto di tortura della CIA, ne ha difeso la pratica, sostenendo che ciò aveva fornito informazioni che avevano salvato delle vite. Bush si basava su falsi rapporti della CIA e non era a conoscenza del fatto che il servizio fabbricasse prove anziché cercarle. Da quel momento, la stampa atlantista è sprofondata nella barbarie, iniziando a dibattere sui meriti della tortura e presentandola come un male necessario a fin di bene.

I torturatori hanno provveduto a munirsi di una copertura giuridica. Pertanto, hanno chiesto al Dipartimento della Giustizia l’autorizzazione a operare. Il Dipartimento si è espresso soltanto sulla legalità dei metodi utilizzati (isolamento, confinamento in una piccola scatola, messa in scena del funerale, uso di insetti, etc.) e non sul programma nel suo complesso. La maggior parte dei giuristi hanno consentito solo particolari condizionamenti del corpo, ignorando le conseguenze psicologiche di una loro azione combinata. Tutte le autorizzazioni sono state riunite nell’agosto 2002.

I funzionari della CIA che hanno autorizzato questi esperimenti hanno indicato per iscritto che le cavie umane dovevano essere incenerite, qualora fossero decedute durante le sedute di condizionamento, o rimanere recluse a vita, qualora fossero sopravvissute.

La «fabbrica» delle confessioni
Che sia chiara una cosa: la Commissione del Senato non dice che le confessioni dei detenuti sono giuridicamente errate in quanto ottenute sotto tortura, essa afferma che la CIA non ha interrogato questi detenuti, ma li ha condizionati affinché confessassero azioni e situazioni a cui erano estranei. La Commissione precisa che gli agenti della CIA non hanno nemmeno cercato di sapere cosa avessero confessato i detenuti, in occasione di precedenti interrogatori, alle autorità che li avevano arrestati. In altre parole, non solo la CIA non ha cercato di stabilire se al-Qa’ida fosse coinvolta o meno negli attentati, ma la sua azione aveva come unico scopo quello di fabbricare false testimonianze a prova del coinvolgimento di al-Qa’ida negli attentati dell’11 settembre.

La Commissione del Senato non si sofferma sul fatto che le confessioni delle cavie umane siano state estorte o inculcate, ma dopo aver spiegato che le autorità di vigilanza erano esperte di condizionamento e non di interrogatori, si dilunga nell’affermare che nessuna di queste "confessioni" ha permesso di prevedere l’accaduto. Dimostra che la CIA ha mentito affermando di aver contribuito a prevenire ulteriori attacchi. La Commissione non scrive che le informazioni su al-Qa’ida in queste confessioni sono invenzioni, ma fa notare che tutto ciò che si è potuto verificare, si è rivelato falso. In tal modo, la Commissione nega esplicitamente gli argomenti che sono stati utilizzati per giustificare la tortura e annulla implicitamente le testimonianze utilizzate per collegare al-Qa’ida agli attentati dell’11 settembre.

Il rapporto conferma, ufficialmente, molte informazioni che abbiamo presentato ai nostri lettori e che contraddicono e invalidano il lavoro dei thinks tanks atlantisti, delle università e della stampaa dopo l’11 settembre, sia per quanto riguarda gli attacchi del 2001 sia per quanto riguarda al-Qa’ida.

A seguito della pubblicazione degli estratti del rapporto, sembra che tutte le prove citate nella relazione della Commissione presidenziale d’inchiesta sugli attacchi dell’11 settembre e che collegano i suddetti attacchi ad al-Qa’ida, siano false. Ad oggi non esiste più un solo indizio per attribuire gli attacchi dell’11 settembre ad al-Qa’ida: non esiste alcuna prova che le 19 persone accusate di essere i pirati dell’aria si trovassero quel giorno su uno dei quattro aerei e che le testimonianze degli ex appartenenti ad al-Qa’ida, che rivendicavano gli attacchi, siano autentiche.

Il rapporto conferma quello che avevamo rivelato nel 2009
Nell’ottobre 2009, pubblicai uno studio su questo argomento nella rivista russa Odnako. Sostenevo che Guantanamo non era un centro di interrogatori, ma di condizionamento. Inoltre tiravo in ballo personalmente il professor Seligman. Un anno dopo, l’articolo essendo stato tradotto in inglese, alcuni psicologi statunitensi fecero una campagna per ottenere spiegazioni da Martin Seligman. In risposta, egli negò il suo ruolo di carnefice e avviò una procedura legale contro di me e contro la Rete Voltaire, sia in Francia che in Libano, dove risiedevo. Alla fine, il professor Seligman incaricò i suoi avvocati di fermare le procedure legali dopo che pubblicammo una delle sue lettere seguite da una spiegazione del testo. Martin Seligman ha agito nello stesso modo con tutti coloro che hanno trattato questo argomento, come ad esempio Bryant Weich di Huffington Post.

E ora?
La senatrice Diane Feinstein è riuscita, coraggiosamente, a pubblicare parte del suo rapporto, nonostante l’opposizione dell’attuale direttore della CIA, John Brennan, ex responsabile del controllo del programma di tortura.

Il presidente Barack Obama ha annunciato che non perseguirà nessuno degli autori di questi crimini, fintanto che i difensori dei diritti umani si batteranno affinché i torturatori siano assicurati alla giustizia: è il minimo che si possa fare.

Tuttavia, le questioni cruciali sono altre: perché la CIA ha commesso questi crimini? Perché ha fabbricato delle confessioni per collegare artificialmente al-Qa’ida agli attentati dell’11 settembre? E di conseguenza, se al-Qa’ida non è implicata negli attacchi dell’11 settembre, chi sta cercando di proteggere la CIA?

Infine, il programma della CIA coinvolgeva solo 119 cavie umane, cosa sappiamo dei circa 80.000 prigionieri segreti della US Navy?

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L'alibi anti-terrorismo

Se si segue passo passo il discorso anti-terrorismo di Washington e dei suoi alleati del Golfo, chiunque capisce che si tratta soltanto di una giustificazione retorica per una guerra che persegue altri fini. Gli Stati Uniti affermano di voler distruggere l’Emirato Islamico che essi stessi hanno creato, e che esegue per loro la pulizia etnica necessaria al piano di rimodellamento del "Medio Oriente allargato". Ancora più strano, essi affermano di volerlo combattere in Siria con l’opposizione moderata, che è composta dagli stessi jihadisti dell’Emirato. Infine, gli USA hanno distrutto a Rakka degli edifici che erano stati evacuati due giorni prima proprio dall’Emirato Islamico. Per Thierry Meyssan, dietro a queste apparenti contraddizioni prosegue la guerra del gas.

La campagna aerea degli Stati Uniti in Iraq e in Siria lascia perplessi: è impossibile distruggere un gruppo terroristico esclusivamente con degli attacchi aerei. In Iraq, gli Stati Uniti e il CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo) hanno abbinato le proprie azioni con quelle a terra delle truppe irachene o curde. In Siria, non dispongono di alcuna forza in grado di lottare seriamente contro l’Emirato Islamico. E anche in questo caso, «questi bombardamenti non sono in grado di intaccare la capacità dell’Emirato Islamico o le sue operazioni in altre regioni dell’Iraq o della Siria», secondo il generale William Mayville, capo delle operazioni dello stato maggiore statunitense.

Tutto sommato, e nonostante le dichiarazioni ufficiali, l’Emirato Islamico è una creazione degli Stati Uniti e del CCG, che serve i loro interessi e non si è certo mostrato inaffidabile:

• Nel maggio 2013, il senatore John McCain è entrato illegalmente in Siria per incontrare lo stato maggiore dell’Esercito Siriano Libero (moderato), tra cui Abu Youssef, alias Abu Du’a, alias Ibrahim al-Baghdadi, l’attuale califfo Ibrahim (capo degli estremisti).

• Nel gennaio 2014, la Reuters ha rivelato che il presidente Obama aveva convocato una seduta segreta del Congresso durante la quale è stato votato il finanziamento e l’armamento dei "ribelli" in Siria, compresi quelli dell’Emirato Islamico, fino al settembre 2014. Si trattava davvero di una riunione segreta e non semplicemente di una seduta a porte chiuse. Tutta la stampa americana ha rispettato la censura di queste informazioni.

• Orgogliosa di questo riconoscimento, la televisione pubblica saudita ha rivendicato il fatto che l’Emirato Islamico era guidato dal principe Abdul Rahman al-Faisal.

• Da parte sua, il capo dell’intelligence militare israeliana, il generale Aviv Kochavi, ha messo in guardia contro una proliferazione di combattenti anti-siriani e ha rivelato che i membri di al-Qa’ida, tra cui quelli dell’Emirato Islamico (che non avevano ancora divorziato) erano addestrati [sotto il controllo della NATO] in tre campi in Turchia, situati a Şanlıurfa, Osmaniye e Karaman.

• Nel maggio 2014, l’Arabia Saudita ha consegnato all’Emirato Islamico armi pesanti nuove, acquistate in Ucraina, e una quantità di Toyota nuove per invadere l’Iraq. Il trasferimento è stato assicurato da un treno speciale noleggiato dai servizi segreti turchi.

• Il 27 maggio, Massoud Barzani, presidente del governo regionale curdo in Iraq, si è recato ad Amman per coordinare l’invasione dell’Iraq tra i curdi iracheni e l’Emirato Islamico. Un ulteriore incontro si è tenuto il primo di giugno, sempre ad Amman, con molti partner sunniti.

• All’inizio di giugno, l’Emirato Islamico e il Governo locale del Kurdistan sono passati all’attacco. L’Emirato Islamico, in conformità alla sua missione, ha seminato il terrore in modo da realizzare la pulizia etnica che l’esercito degli Stati Uniti non era riuscito a fare nel 2003. Così si concretizza il piano dello stato maggiore statunitense di rimodellamento del “Medio Oriente allargato”, adottato nel 2001.

Non c’è dunque alcuna ragione, per gli Stati Uniti, di distruggere l’Emirato Islamico se non il pretesto della morte di tre propri cittadini residenti all’estero, pubblicizzata mediaticamente e quantomeno sospetta, la quale in ogni caso non può giustificare questo diluvio di fuoco.

Se da una parte è chiaro che il bersaglio principale della campagna aerea non è quello dichiarato, dall’altra nessuno è in grado di dire esattamente che cosa in realtà essa miri a distruggere. Al massimo si può dire che gli Stati Uniti e i loro alleati GCC hanno bombardato a Rakka degli edifici vuoti che erano stati evacuati due giorni prima dall’Emirato Islamico, e una dozzina di raffinerie nella Siria orientale.

Ma che cosa c’entrano le raffinerie in una guerra che dovrebbe essere condotta contro il terrorismo? Secondo il Pentagono, quelle bombardate erano controllate dall’Emirato islamico e gli procuravano ingenti redditi.

Questa spiegazione è palesemente falsa. Quando uno Stati sotto embargo tenta di vendere gas o petrolio sul mercato internazionale, non ci riesce. Eppure l’Emirato Islamico lo fa, nonostante le risoluzioni 1373 (2001) e 2170 (2014) del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. È di dominio pubblico il fatto che l’Emirato ruba idrocarburi in Iraq e in Siria, li inoltra via oleodotto fino al porto turco di Ceyhan, da dove vengono trasportati in Israele dalle petroliere di Palmali Shipping & Agency JSC, la società del miliardario turco-azero Mubariz Gurbanoğlu. Al porto di Ashkelon le autorità israeliane forniscono certificati falsi che ne attestano la provenienza dal giacimento di Eilat, quindi vengono esportati verso l’Unione Europea, che finge di crederli israeliani.

Soprattutto, siccome la stessa procedura viene utilizzata anche per esportare gas e petrolio rubati dal governo locale del Kurdistan iracheno, se gli Stati Uniti e il CCG agissero in ottemperanza alle risoluzioni 1373 (2001) e 2170 (2014) dovrebbero attaccare anche il Kurdistan iracheno. Invece, essi lo sostengono (non contro l’Emirato Islamico, ma contro il governo centrale di Baghdad).

Il bombardamento di queste strutture, quindi, non si spiega se non con la volontà di privare la Siria della sua capacità di raffinazione per quando la pace sarà tornata.

A nessuno sfugge che in questa faccenda gli Stati Uniti si appoggiano a membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, e in particolare all’Arabia Saudita. A questo proposito, se è chiaro che gli aerei sauditi non decollano dal loro Paese, l’informazione pubblicata dai media iraniani secondo cui essi hanno base in Israele non è mai stata confermata, ma è verosimile.

Abbiamo spesso notato che uno dei principali obiettivi della guerra contro la Siria è il controllo delle sue enormi riserve di gas naturale e del suo territorio, attraverso il quale potrebbe passare un oleodotto proveniente sia dall’Iran sia dai suoi rivali, Arabia Saudita e Qatar.

Ora, in seguito alla resistenza della Novorussia e il supporto fornitole dalla Federazione Russa, l’Unione Europea tenta di affrancarsi dalla propria dipendenza dal gas russo. Da qui l’idea del governo iraniano di offrire sul mercato il proprio gas, come ha annunciato il vice ministro del Petrolio Ali Majedi il 9 agosto scorso. Per l’Iran questa sarebbe un’alternativa al blocco da parte dell’Emirato Islamico della via irachena verso la Siria.



Bombardamento di una raffineria siriana da parte dell’Aeronautica militare statunitense, 24 settembre 2014. Le raffinerie sono tra gli investimenti industriali più costosi.

Questa opzione, che difende gli interessi di Stato dell’Iran ma abbandona la lotta anti-imperialista del presidente Ahmadinejad, potrebbe essere approvata da Washington nel quadro di un accordo più ampio, durante i negoziati 5 + 1. L’Iran potrebbe accettare di abbandonare le proprie ricerche innovative su un metodo di produzione dell’energia nucleare in grado di liberare il terzo mondo dalla sua dipendenza energetica dal petrolio, mentre gli "Occidentali" potrebbero togliere le loro sanzioni.

Ciò nonostante, se questo ribaltamento avesse luogo, modificherebbe profondamente l’equilibrio della regione. Sarebbe difficile da far accettare alla Russia, che ha appena accolto l’Iran nell’Organizzazione di Shangai per la Cooperazione. Inoltre ciò presupporrebbe un investimento di 8,5 miliardi di dollari per costruire 1.800 chilometri di gasdotti e collegare i campi di produzione al sistema Nabucco. Il gas iraniano passerebbe attraverso l’Azerbaigian e la Turchia, poi la Bulgaria, la Romania e l’Ungheria, per essere distribuito nell’Unione europea dall’Austria. E’ ciò che ha confermato lo sceicco Hassan Rohani al presidente Hans Fischer, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Il rilancio del sistema Nabucco sarebbe una pacchia per l’Azerbaigian, che potrebbe così esportare più facilmente la produzione del suo giacimento di gas di Shah Deniz. Di conseguenza, anche Baku si allontanerebbe da Mosca per avvicinarsi a Washington, cosa che spiegherebbe i suoi improvvisi acquisti di armi da Israele.

Dal punto di vista siriano, un cambiamento nella politica energetica iraniana non sarebbe necessariamente un male: la maggior parte dei nemici della Siria - tranne Israele – non avrebbero più alcuna ragione per continuare la guerra. Inoltre, l’allontanamento dell’Iran rafforzerebbe l’utilità della Siria per la Russia. Se questo accordo venisse firmato, Washington continuerebbe a perseguire l’instabilità nelle aree sunnite dell’Iraq, per mantenere una separazione fisica tra Teheran e Damasco, e certamente sosterrebbe Daesh a Deir ez-Zor, ma lascerebbe tranquillo il resto della Siria.

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C'era una volta l'America

L’impero anglosassone si basa su un secolo di propaganda. È riuscito a convincerci che gli Stati Uniti sono "il Paese della libertà", e si dedicano alle guerre solo per difendere i loro ideali. Ma la crisi in Ucraina ha cambiato le regole del gioco: ormai Washington e i suoi alleati non sono più gli unici a parlare. Le loro menzogne sono apertamente contestate dal governo e dai mezzi di comunicazione di un altro grande Stato, la Russia. Nell’era dei satelliti e di Internet, la propaganda anglosassone non funziona più.

Da sempre i governanti tentano di persuaderci circa la correttezza delle loro azioni, perché le folle non seguono gli uomini di cui si conosca appieno la cattiveria. Il XX secolo ha visto comparire nuove modalità di diffusione delle idee che non si fanno intralciare dalla verità. Gli Occidentali fanno risalire la propaganda moderna al ministro nazista Joseph Goebbels. È un modo per far dimenticare che l’arte di distorcere la percezione delle cose è stata precedentemente sviluppata dagli Anglosassoni.

Nel 1916, il Regno Unito creò la Wellington House a Londra, seguita da Crewe House. Contemporaneamente, gli Stati Uniti crearono il Committee on Public Information (CPI). Considerando che la Prima Guerra Mondiale contrapponeva le masse e non più solo le forze armate, queste organizzazioni hanno tentato di intossicare la propria popolazione altrettanto quanto quelle dei loro alleati e dei loro nemici.

La propaganda moderna inizia con la pubblicazione a Londra del Rapporto Bryce sui crimini di guerra tedeschi, che fu tradotto in trenta lingue. Secondo questo documento, l’esercito tedesco aveva violentato migliaia di donne in Belgio, e pertanto l’ armata britannica lottava contro la barbarie. È stato scoperto alla fine della prima guerra mondiale che l’intera relazione era una bufala, composta di false testimonianze con l’aiuto di giornalisti.

Da parte sua, negli Stati Uniti, George Creel inventò un mito secondo il quale la seconda guerra mondiale era una crociata delle democrazie per una pace volta a realizzare i diritti dell’umanità.

Gli storici hanno dimostrato che la guerra mondiale rispondeva sia a cause immediate sia a cause profonde, delle quali la più importante era la competizione tra le grandi potenze per espandere i loro imperi coloniali.


Barack Obama parla bene. In realtà, il presidente Obama non scrive i suoi testi e passa le sue giornate a leggere sui suggeritori elettronici i discorsi scritti per lui. Nel frattempo, altri governano al suo posto.

Gli uffici britannici e statunitensi erano organizzazioni segrete che lavoravano per conto dei loro Stati. A differenza della propaganda leninista, che aspirava a "rivelare la verità" alle masse ignoranti, gli anglosassoni cercavano di ingannarle per manipolarle. E per questo le agenzie statali anglosassoni dovevano nascondersi e usurpare delle false identità.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno trascurato la propaganda e le hanno preferito le Pubbliche Relazioni. Non si trattava più di mentire, ma accompagnare per mano i giornalisti affinché vedessero solo ciò che gli veniva mostrato. Durante la guerra del Kosovo, la NATO ricorse a Alastair Campbell, consigliere del primo ministro britannico, affinché raccontasse alla stampa una storia edificante al giorno. Mentre i giornalisti la riproducevano, l’Alleanza poteva bombardare “in pace”. Lo story telling puntava meno a mentire quanto semmai a distrarre.

Tuttavia, lo story telling è tornato in forze con i fatti dell’11 settembre 2001: si trattava di focalizzare l’attenzione del pubblico sugli attentati contro New York e Washington affinché non percepisse il colpo di Stato militare organizzato in quel giorno: il trasferimento dei poteri esecutivi del presidente Bush a un’unità militare segreta e gli arresti domiciliari di tutti i parlamentari. Questo avvelenamento avveniva particolarmente ad opera di Benjamin Rhodes, oggi consigliere di Barack Obama.

Nel corso degli anni successivi, la Casa Bianca ha installato un sistema di intossicazione con i suoi alleati chiave (Regno Unito, Canada, Australia e naturalmente Israele). Ogni giorno questi quattro governi hanno ricevuto istruzioni o discorsi pre-scritti dall’Ufficio dei media globali per giustificare la guerra in Iraq o diffamare l’Iran.

Per la rapida diffusione delle sue bugie, Washington si è appoggiata, sin dal dal 1989, alla CNN. Nel corso del tempo, gli Stati Uniti hanno creato un cartello di catene d’informazione satellitari (Al-Arabiya, Al-Jazeera, BBC, CNN, France 24, Sky). Nel 2011, durante il bombardamento di Tripoli, la NATO giunse a sorpresa a convincere i libici che avevano perso la guerra e che era inutile resistere ancora. Ma nel 2012, la NATO non è riuscita a replicare questo modello e a convincere i siriani che il loro governo sarebbe inevitabilmente caduto. Questa tattica è fallita perché i siriani erano a conoscenza della manipolazione effettuata dalle televisioni internazionali in Libia e hanno potuto prepararsi. E questo fallimento segna la fine dell’egemonia di questo cartello dell’«informazione».

L’attuale crisi tra Washington e Mosca sull’Ucraina ha costretto l’amministrazione Obama a rivedere il proprio sistema. Infatti, Washington ora non è più la sola a parlare, deve contraddire il governo e i media russi, accessibili ovunque nel mondo via satellite e via internet. Il Segretario di Stato John Kerry ha perciò nominato un nuovo vice per la propaganda, nella persona dell’ex direttore di Time Magazine, Richard Stengel. Ancor prima di prestare giuramento, il 15 aprile, stava già occupando il suo ufficio e, dal 5 marzo, ha inviato ai principali mezzi di comunicazione atlantisti una "Scheda documentata" sulle «10 contro verità» che Putin avrebbe enunciato sull’Ucraina. Si ripeteva il 13 aprile con una seconda scheda che presentava «10 altre contro-verità».

Ciò che colpisce nel leggere questa prosa è la sua inettitudine. Punta a convalidare la storia ufficiale di una rivoluzione a Kiev e screditare il discorso russo sulla presenza di nazisti nel nuovo governo. Tuttavia, ora sappiamo che in realtà più che di una rivoluzione, si trattava casomai di un colpo di Stato organizzato dalla NATO e attuato dalla Polonia e da Israele mescolando le ricette delle "rivoluzioni colorate" e delle "primavere arabe".

I giornalisti che hanno ricevuto queste schede e le hanno ritrasmesse conoscevano perfettamente le registrazioni delle conversazioni telefoniche dell’Assistente del Segretario di Stato Victoria Nuland, sulla maniera in cui Washington avrebbe cambiato il regime a spese dell’Unione europea, e il ministro affari esteri estone Urmas Paets sulla vera identità dei cecchini di Maidan.

Inoltre, hanno poi appreso le rivelazioni del settimanale polacco Nie sulla formazione - due mesi prima degli eventi - dei rivoltosi nazisti presso l’Accademia di polizia polacca. Quanto a negare la presenza di nazisti nel nuovo governo ucraino, equivale ad affermare che la notte è luminosa. Non è nemmeno necessario andare a Kiev, basta leggere gli scritti degli attuali ministri o ascoltare i loro propositi per constatarlo.

In definitiva, se questi argomenti contribuiscono a dare l’illusione di un ampio consenso dei media atlantisti, non hanno alcuna possibilità di convincere i cittadini curiosi. Al contrario, è così facile con internet scoprire l’inganno che questo tipo di manipolazione non potrà che intaccare ancora un po’ di più la credibilità di Washington.

L’unanimità dei media atlantisti in occasione dell’11 settembre ha consentito di convincere l’opinione pubblica internazionale, ma il lavoro svolto da molti giornalisti e cittadini, di cui sono stato il precursore, ha dimostrato l’impossibilità materiale della versione ufficiale. Tredici anni dopo, centinaia di milioni di persone sono diventate consapevoli di queste menzogne. Questo processo potrà solo crescere dato il nuovo dispositivo di propaganda statunitense. In definitiva, tutti coloro che riamplificano gli argomenti della Casa Bianca, specie i governi e i media della NATO, distruggono da soli la propria credibilità.

Barack Obama e Benjamin Rhodes, John Kerry e Richard Stengel hanno effetto solo a breve termine. La loro propaganda convince le masse solo per poche settimane e fa sì che si ribellino quando capiscono la manipolazione. Involontariamente, minano la credibilità delle istituzioni degli Stati della NATO che le ritrasmettono consapevolmente. Hanno dimenticato che la propaganda del XX secolo poteva avere successo solo perché il mondo era diviso in blocchi che non comunicavano tra loro, e che il suo principio monolitico è incompatibile con i nuovi mezzi di comunicazione.

La crisi ucraina non è finita, ma ha già profondamente cambiato il mondo: nel contraddire in pubblico il Presidente degli Stati Uniti, Vladimir Putin ha compiuto un passo che ormai impedisce il successo della propaganda statunitense.

Fonte: Megachip

#VivaPutin
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Scontro fra USA e Cina per il continente africano

Nabil Naili è un ricercatore presso l’Università di Parigi; ha concentrato i suoi studi sul pensiero strategico americano. Sebbene apparentemente assuma la forma del coordinamento di sicurezza con il pretesto della “lotta al terrorismo”, in realtà la penetrazione americana in Africa va ben al di là di ciò, consistendo in una strategia imperiale che ambisce al controllo delle risorse naturali e delle aree di importanza geostrategica – scrive l’analista Nabil Naili

“Ho autorizzato il dispiegamento di un piccolo numero di forze americane in assetto da combattimento in Africa centrale, per fornire assistenza alle forze regionali che cercano di eliminare Joseph Kony dal campo di battaglia…ritengo che il dispiegamento di queste forze armate USA rafforzi la sicurezza nazionale americana, garantisca i nostri interessi strategici, e vada a sostegno della nostra politica estera”. 

Questo è un estratto del messaggio inviato da Obama al Congresso USA. Lo scorso 14 ottobre il presidente americano di origini africane Barak Obama – premio Nobel per la “pace” – ha annunciato la sua intenzione di inviare 100 soldati americani “in assetto da combattimento” in Uganda. Questa decisione rientra nel quadro del piano annunciato nel 2009 e finalizzato a “disarmare” la milizia dell’Esercito del Signore (Lord’s Resistence Army – LRA), perlomeno nella sua forma ufficiale. Per giustificare questa mossa controversa e ribadire il suo fermo intento di non trascinare in ulteriori missioni le forze americane attualmente impantanate nel “cimitero degli imperi”, l’Afghanistan, o prossime a “ritirarsi” dall’Iraq semplicemente per ridispiegarsi in Kuwait, negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, o in altri teatri per diversi scopi, Obama ha dichiarato di far ciò solo per “supportare le forze regionali che sono alle calcagna di Joseph Kony e di altri importanti leader ribelli dell’LRA coinvolti in omicidi, stupri e sequestri di migliaia di persone nei paesi dell’Africa”. Egli ha sostenuto che “le forze americane, sebbene siano forze combattenti, si limiteranno a fornire informazioni, consulenza e assistenza alle forze dei paesi interessati, senza prendere parte ai combattimenti con l’LRA, a meno che non sia strettamente necessario o dovuto a ragioni di autodifesa”. L’amministrazione americana intende anche inviare nei prossimi mesi forze combattenti nel Sud Sudan, nella Repubblica Centrafricana e nella Repubblica Democratica del Congo, “previo consenso da parte dei paesi ospitanti interessati” – come se questi paesi fossero in grado di prendere decisioni sovrane, osando rifiutare l’offerta americana, o anche soltanto metterla in discussione.

Nel frattempo la risoluzione 2016 del Consiglio di Sicurezza ha sancito la fine dell’operazione “Unified Protector” in Libia – sebbene alcuni leader del Consiglio nazionale transitorio libico avessero implorato il prolungamento della missione almeno fino alla fine dell’anno. Tuttavia, malgrado l’affermazione del segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen secondo cui “la nostra missione militare si è conclusa…abbiamo adempiuto allo storico mandato delle Nazioni Unite di proteggere il popolo libico” (egli ha anche aggiunto che la missione “Unified Protector è una delle operazioni di maggior successo nella storia dell’Alleanza atlantica”), a poco a poco stanno emergendo le dimensioni dell’attacco americano al continente africano finalizzato a mettere le mani sulle sue risorse, ad assicurare a Washington il pieno controllo delle fonti energetiche, ed a togliere di mezzo il gigante cinese.

Sebbene gli analisti della stampa americana si siano spinti a definire la decisione del presidente Obama “molto strana”, “sconcertante” e “singolare”, chi conosce i metodi della politica estera americana a partire dal 1945 non giunge affatto ad utilizzare le stesse definizioni. Si consideri l’esempio del Vietnam. Quando la priorità divenne quella di contenere l’influenza cinese e “proteggere” l’Indonesia, che il presidente Nixon definiva come “il più ricco serbatoio di risorse naturali della regione”, il Vietnam pagò con tre milioni di vittime e con la distruzione e l’inquinamento dei propri territori per far sì che gli Stati Uniti realizzassero i propri obiettivi strategici. L’invasione americana di altri paesi non ha fatto eccezione a questa regola, né ha fatto a meno degli stessi pretesti dell’“autodifesa” o dell’“intervento umanitario”, continuando a far scorrere fiumi di sangue dall’America Latina all’Afghanistan, passando per l’Iraq e poi per la Libia – perfino dopo che simili asserzioni erano state smascherate, e simili giustificazioni svuotate di ogni contenuto.

Dice Obama: la “missione umanitaria delle nostre forze” consiste nel sostenere il governo ugandese affinché sconfigga le forze dell’LRA che hanno “massacrato, violentato e rapito decine di migliaia di uomini, donne e bambini nella Repubblica Centrafricana”. Queste atrocità compiute dall’LRA non sono meno feroci di quelle compiute dagli stessi Stati Uniti laddove hanno operato le loro forze – come il bagno di sangue seguito all’assassinio del rivoluzionario Patrice Lumumba, orchestrato dalla CIA, o il golpe organizzato che portò al potere il tiranno Mobutu Sese Seko. L’ipocrisia del presidente americano tocca però nuovi picchi quando si ostina a volerci convincere che “il dispiegamento di queste forze armate americane” rafforzerà “la sicurezza nazionale e la politica estera americana, e costituirà un grande contributo per contrastare l’LRA”. Questa milizia infatti ha continuato a perpetrare crimini vergognosi per 24 anni senza che gli Stati Uniti battessero ciglio. Oggi che il numero dei suoi combattenti è talmente diminuito da non superare i 400 uomini, l’LRA è improvvisamente divenuto un pericolo che toglie il sonno a Obama, e una minaccia per la sicurezza dell’impero!

L’Africa, prima dell’ultimo intervento militare in Libia, era stata una “storia di successo” per la Cina. Laddove gli americani seminavano distruzione e dispiegavano i loro aerei da guerra, le loro navi e le loro basi militari, i cinesi, loro avversari nella corsa alle ricchezze naturali, e ansiosi di soddisfare la loro bramosia di fonti energetiche, costruivano dighe, ponti e infrastrutture. La Libia era tra le maggiori fonti di approvvigionamento petrolifero della Cina. Nel momento in cui la NATO ha deciso di iniziare le operazioni militari in Libia all’insegna dell’“intervento umanitario” per proteggere i civili, la Cina è stata costretta ad evacuare oltre 30.000 operai, esperti ed ingegneri dal paese, ed il loro posto sarà preso da coloro che controlleranno le ricchezze e le risorse libiche e che si spartiranno la torta del “saccheggio programmato” della ricostruzione. Ma la cosa ancora più importante è che la NATO ha iniziato a strangolare il drago cinese e a stroncare sul nascere il suo tentativo di penetrazione in Africa. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti continua a cercare un paese che accolga la sede dell’AFRICOM, il comando militare americano per l’Africa, in sostituzione della città tedesca di Stoccarda. Dopo aver creato pretesti sufficienti per estendere i focolai di conflitto e le guerre a bassa intensità, dalla Somalia a Gibuti, dall’Uganda al Sud Sudan e al Niger, per finire con la Libia “liberata”, Washington riuscirà a imporre la sede dell’AFRICOM dovunque vorrà, per amore o per forza.

Sebbene gli Stati Uniti abbiano sostenuto che la creazione dell’AFRICOM rientri nel quadro degli sforzi americani per “portare la pace e la sicurezza ai popoli dell’Africa e promuovere gli obiettivi condivisi legati allo sviluppo, alla sanità, all’istruzione, alla democrazia ed alla crescita economica”, come ci aveva informato il presidente Bush nel giorno dell’annuncio ufficiale della nascita di questo comando, i veri obiettivi – che si nascondono dietro il linguaggio diplomatico americano, si celano dietro il “ruolo messianico” americano della diffusione della civiltà e del sostegno ai popoli, e prendono a pretesto ragioni di sicurezza e lo spauracchio del “terrorismo”, dell’“estremismo” e della “pirateria” – in realtà sono la protezione dei molteplici interessi vitali e geostrategici dell’impero: da quello di assicurarsi le importazioni petrolifere a quello di controllare le fonti energetiche, di mettere le mani sugli stretti marittimi di importanza strategica, e di opporsi con ogni mezzo a qualunque potenza internazionale che aspiri a competere con Washington o a minacciarne l’egemonia. Non c’è dunque da stupirsi che per questo comando siano stati stanziati bilanci sempre più importanti, che sono balzati dai 50 milioni di dollari del 2007 ai 57,5 del 2008, per raggiungere i 310 milioni nel 2009.

Michael T. Klare, autore dell’importante studio “Resource Wars: The New Landscape of Global Conflict”, continua a lanciare l’allarme sulla penetrazione americana in Africa, la quale secondo Klare innescherà nuove guerre. Sebbene apparentemente assuma la forma del coordinamento e della cooperazione di sicurezza con il pretesto della “lotta al terrorismo”, in realtà tale penetrazione va ben al di là di ciò, consistendo in una strategia imperiale che ambisce al controllo delle risorse naturali, degli accessi fluviali e delle aree di importanza geostrategica.

Allorché il petrolio africano diviene “un interesse strategico nazionale per l’America”, come ha dichiarato il vicesegretario di Stato per gli affari africani Walter Kansteiner, e allorché si scopre che gli USA “ricaveranno un quarto delle loro importazioni petrolifere dall’Africa”, come ha rivelato il rapporto Global Trends 2025, diviene chiaro il senso dell’affermazione di Gene Kretz, l’ebbro ambasciatore americano dopo che Tripoli era stata posta sotto la tutela della NATO: “Sappiamo che il petrolio è il fiore all’occhiello delle risorse naturali libiche!”.

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L'occhio elettronico del Grande Fratello

Obamacare: dal 2013 microchip sottocutanei per tutti i cittadini americani.
Se verrà confermato alla Casa Bianca nelle presidenziali del prossimo 6 novembre, Obama ha chiarito che renderà obbligatorio nel corso del 2013 l'inserimento del microchip sottocutaneo in tutta la popolazione americana. L’obiettivo è di creare un registro nazionale di identificazione che permetterà di “seguire meglio i pazienti avendo a disposizione tutte le informazioni relative alla loro salute”. Il nuovo progetto relativo alla salute (HR 3200) è stato adottato recentemente dal Congresso e alla pagina 1001, contiene l’indispensabile necessità per tutti i cittadini che usufruiscono del sistema sanitario di essere identificati con un microchip, il cui prototipo definitivo è allo studio della FDA (Food and Drug Administration) dal 2004.

Un passo indietro
Né George Orwell, né Aldous Huxley nelle loro distopie si erano spinti così lontano da poter prevedere l’avvento di una popolazione controllata da microchip sottocutanei. 1984 e Il Mondo Nuovo ci hanno tramandato due sistemi totalitari che hanno preceduto sulla carta, con inquietante forza visionaria, innovazioni politiche che ci hanno reso progressivamente sempre più “trasparenti” e schiavi di fronte all’ingerenza statale.

Già nel 1932 Huxley era arrivato a prevedere addirittura un sistema in cui gli abitanti sono concepiti e prodotti industrialmente in provetta. Sotto il mito del progresso i cittadini vengono condizionati fin dall’infanzia con tecnologia e droghe e da adulti si ritrovano ad occupare ruoli sociali prestabiliti dalla nascita. La rinuncia a ogni emozione, privacy, libero arbitrio che contraddistingue il Grande Fratello di Orwell e lo stato totalitario di Huxley offrono però ancora in minima parte una via di fuga, di reazione anarchica alla violenza livellatrice dello Stato. In 1984 il protagonista Winston Smith può ancora provare almeno a ribellarsi, allontanandosi dai centri abitati e tramando con l’amante lontano dall’occhio onnipresente del Grande Fratello. Questo perché nel mondo immaginato da Orwell i cittadini non sono ancora totalmente “trasparenti”. Essi sono sottomessi a un controllo quasi totale ma non del tutto globale.

La transizione sta per essere attuata ora sotto l’amministrazione democratica di Barack Obama che si avvia alla riconferma nelle Presidenziali del 2012. A dimostrazione che il Presidente americano più che un outsider della politica si è rivelato in linea con gli interessi delle lobby, che non distinguono tra democratici o repubblicani. È la Casta americana che macina provvedimenti per il proprio tornaconto e che sulla propria agenda politica ha l’ennesimo chiodo da piantare nella bara della nostra privacy.

Microchip per tutti
“Se posso mettere un microchip al mio cane per ritrovarlo quando scappa, perché dovrebbe essere illegale fare lo stesso con un messicano?”. La provocazione a dir poco delirante è stata lanciata dal candidato repubblicano al Congresso USA Pat Bertroche. In attesa che la proposta di siglare gli stranieri irregolari o non regolari sul territorio sbarchi anche in terra Padana, l’argomentazione ha suscitato un putiferio in America. Il pensiero è corso subito ai tatuaggi dei deportati nei campi di concentramento nazisti.

Si sbaglierebbe chi ritenesse questo genere di proposta soltanto una provocazione estrema in materia di sicurezza. Il ricorso a microchip sottocutanei per  “mappare”, controllare e, chissà, manipolare a distanza gli individui non interessa soltanto gli stranieri. Le iniziative da stato fascista globale si stanno infatti insinuando in campo medico grazie anche ai democratici. Quale metodo migliore per controllare la popolazione che dotarla di microchip come le bestie dietro motivazioni sanitarie? Violare i diritti civili di stranieri per quanto illegale desterà sempre reazioni contrastanti, anche violente perché i detrattori della proposta faranno appello a concetti quali razzismo, violenza sui più deboli, etc. Ma se si convincesse invece la popolazione della necessità dell’inserimento di chip sottocutanei in ogni membro del Paese per il proprio bene - come nel caso di vaccini forzati per contrastare fantomatiche pandemie – allora si raccoglierebbero minori resistenze. Ci verrà detto che è per il nostro Bene e molti di noi cadranno nella trappola facendosi impiantare i dispositivi sottocutanei, senza riflettere prima sulle conseguenze.

La paura come metodo
Per la costituzione di uno stato totalitario che ceda  progressivamente il passo un nuovo ordine mondiale, il primo passo è manipolare il pensiero, le credenze delle persone, inserendo emozioni di terrore, destabilizzazione, rabbia, ansia, per poi proporre una soluzione alle paure collettive. È il sistema di azione-reazione descritto ampiamente da David Icke nei suoi saggi. Creare un sistema di paura pubblica con l’identificazione di un nemico visibile o invisibile che sia – terroristi, epidemie, crisi finanziarie -  alimentare costantemente queste paure fino al parossismo bombardando le persone con immagini o notizie quotidiane di violenza, scardinando ogni sicurezza per poi costringere i cittadini ad accettare delle limitazioni alla propria privacy come ovvie misure di sicurezza. Una limitazione delle proprie libertà civili. Da qui le ben note norme contenute nel Patriot Act, l’introduzione di telecamere, bodyscanner negli aeroporti o nei luoghi ad alto rischio attacco, satelliti, intercettazioni di conversazioni telefoniche o mail private etc. Un graduale allentamento delle libertà individuali per garantire la sicurezza dal nemico che si aggira tra noi. Un insieme di limitazioni che Obama, lungi dal sopprimere come promesso in campagna elettorale, sta portando avanti seguendo le orme di George W. Bush: con la notizia della “morte” di Osama bin Laden – vera o falsa che sia – gli USA si sono visti “costretti” a incrementare gli investimenti sul fronte Sicurezza. Dal 2001 a oggi la Difesa americana ha stanziato 2 mila miliardi di dollari in programmi di antiterrorismo. Ma anche in Europa siamo mappati, marchiati, monitorati e neanche ce ne rendiamo conto. O forse ci fa comodo non rendercene conto per aggrapparci a quell’idea di sicurezza effimera che ci propinano i governanti. Alle norme di controllo globale per garantire la sicurezza – attraverso l’accrescimento delle paure collettive - si affianca un processo più strisciante che affonda i propri tentacoli in quell’apparato che dovrebbe invece garantire la salute delle persone: la sanità. L’introduzione dei microchip passerà in primis dal campo psichiatrico, dove le vittime sono da sempre le più deboli…

I Verichip per salvarvi la vita
La FDA (Food and Drug Administration) ha infatti concesso il permesso alla vendita dei Verichip, prodotti in Florida dalla Applied Digital Solution, e al loro impiego in campo medico. Il dispositivo, della grandezza ormai di un granello di sabbia, verrebbe inserito sotto la pelle del braccio o della mano con una siringa. Contiene un numero per l’identificazione del paziente. Il portatore del dispositivo, una volta arrivato in ospedale anche in stato incosciente, se dotato di Verichip, sarebbe in grado di trasmettere una cifra legata alla cartella personale. In questo caso il beneficio promesso sarebbe la possibilità di effettuare diagnosi più veloci e la riduzione di rischi legati a somministrazione di farmaci sbagliati qualora vi siano delle intolleranze o allergie. Per favorire l’utilizzo del Verichip negli USA la Applied Digital ha gentilmente promesso gratuitamente a più di 200 ospedali e istituti privati gli scanner per leggere i dispositivi sottocutanei. Lo scenario di orwelliana memoria assume contorni più chiari in vista della Riforma Sanitaria di Obama: se tutti possono accedere alle cure, tutti possono essere altresì curati e sottoposti a trattamenti obbligatori quali vaccini o impianti…

I VeriChip sono già realtà
Vi sembrano teorie fantascientifiche?

Sappiate invece che il VeriChip è già approdato in Messico, dove la società distributrice Solusat ha già impiantato diverse migliaia di pazienti. Il dispositivo è arrivato anche in Europa. In Italia è ancora al vaglio.

Che cosa c’entra Obama con tutto questo?
Dietro l’estensione della riforma sanitaria a tutti i cittadini americani – che come spiego nel mio libro L’altra faccia di Obama avrà come conseguenza primaria l’arricchimento delle società di Assicurazione, non il benessere dei contribuenti - potrebbe esserci una ragione occulta, meno umanitaria del previsto.

La legge di riforma sanitaria introdotta da Obama fa infatti riferimento all’introduzione di un dispositivo di “registro di sistema” di classe 2 che viene descritto come “un dispositivo impiantabile di transponder a radiofrequenza che sia in grado di registrare i crediti, i dati di anamnesi del paziente – standardizzati e con immagini analitiche che permettano la condivisione degli stessi in diversi ambiti – oltre a qualsiasi altro dato ritenuto opportuno dal Segretario”. Insomma, per poter avere un’anamnesi immediata di un paziente, per poter monitorare i senzatetto e i pazienti psichiatrici – e magari gli stranieri – per razionalizzare la sanità, Obama ha pensato bene di inserirlo, anche se per ora non in via obbligatoria, all’interno della riforma. All’approvazione della Food and Drug Administration la percentuale della popolazione favorevole all’impianto del dispositivo, nel 2004, salì dal 9 al 19%. E se il chip venisse promosso, consigliato o addirittura obbligatorio per accedere alle cure statali a quanto salirebbe il consenso?

Se il Verimed nasce sul mercato civile per le sue applicazioni mediche, il Verichip più in generale può essere usato in vari campi della società, sicurezza, finanza, identificazione di emergenza, etc. Il chipping avviene in una ventina di minuti in anestesia locale. Una volta inserito sottopelle, il chip rimane invisibile a occhio nudo. Intanto una piccola quantità di energia in radiofrequenza parte dallo scanner e stimola il dispositivo inattivo che emette il numero di verifica tramite segnali in radiofrequenza. In questo modo il portatore del chip può essere sempre rintracciato, da qui l’idea di inserirlo tra i senzatetto e gli stranieri…

Il sistema di introduzione del chip tra la popolazione di una nazione avverrà infatti con la sua applicazione medica in forma di VeriMed; una volta raccolto il consenso della maggior parte dell’opinione pubblica potrà essere reso obbligatorio come certi vaccini ed esteso ad altre applicazioni: nel caso della riconferma di Obama alla casa Bianca, sembra infatti che il chippaggio dell'intera popolazione americana avverrà obbligatoriamente nel 2013.

Non occorre molta immaginazione per prevedere le conseguenze di tale progetto: una volta marchiati saremmo controllati da uno stato fascista globale, ben oltre l’Occhio elettronico del Grande Fratello, che poteva almeno sfuggire ad alcune zone out della società… Non bastava il controllo attraverso dispositivo GPS dei cellulari o dei navigatori satellitari, delle etichette nei vestiti, delle tracce lasciate da carte di credito, tessere fedeltà, bancomat etc. Con l’introduzione dei chip saremo sempre raggiungibili, controllati. Insomma, trasparenti.

Verso una popolazione di “vetro”
Se in 1984 l’azione sovversiva contro il totalitarismo era ancora possibile anche se ardua, una volta impiantato il chip il controllo sarà globale. Chi è davvero disposto a rinunciare alla propria libertà pur di vivere in una società - forse più ordinata - ma controllata in tutto e per tutto fin nell’intimità, senza possibilità di autodeterminazione, di scelta? La distopia orwelliana è forse vicina più di quanto non si pensi? Il controllo capillare e pervasivo sarebbe completo in caso di chipping di tutta la popolazione: nessuno sfuggirebbe ai Sorveglianti. Ognuno di noi sarebbe un “uomo di vetro”, trasparente, sotto costante controllo, addomesticato. Lo sguardo del Governo ci seguirebbe in ogni attimo della nostra esistenza. L’occhio elettronico del Grande Fratello accompagnerebbe costantemente ogni nostra azione grazie alle frequenze emesse dal chip. E non si può escludere che le sperimentazioni di impulsi a distanza nel campo della guerra – che vedremo più avanti - per modificare il comportamento dei soldati non vengano adottate anche nella vita quotidiana.

La degenerazione della democrazia in totalitarismo sarebbe completa con la realizzazione di un sistema di ingerenza totale nella vita quotidiana dei cittadini: il rischio di una “gogna elettronica” avanzato dal giurista Stefano Rodotà, già presidente della Commissione scientifica dell'Agenzia per i diritti fondamentali dell'Unione Europea, pende davvero sulle nostre teste? Stiamo rinunciando alle nostre libertà individuali per l’illusione di più sicurezza e controllo sulle nostre strade? Dalla videosorveglianza sulle strade, negozi, luoghi pubblici alle banche date che da carte di credito, abbonamenti tv e web registrano ogni nostro consumo, tendenza, interesse. Siamo già controllati, schedati. La ricerca e l’attuazione di un sistema di trasparenza e controllo globale sono valori o rischiano di degenerare in un incubo collettivo? Fino a che punto siamo disposti a sacrificare il diritto alla privacy per l’illusione di sentirci più sicuri?





Una popolazione di ibridi

Con l’aumento degli attentati veri o presunti, del terrore, di stragi o sparizioni di bambini la popolazione mondiale si sentirà obbligata ad accettare l’inserimento dei chip sottocutanei per tutelarsi dalle “atrocità” che ogni giorno si sentono in televisione o ci raccontano i giornali. Con spontaneità l’obbligo ai microchip diventerà globale e la popolazione diventerà infine simile a un gregge schedato di pecore. Chi si rifiuterà di divenire un “ibrido di intelligenza elettronica e anima” - citando il dottor Peter Zhou, creatore del microchip Angelo Digitale - verrà bollato come probabile criminale, avendo sicuramente qualcosa da nascondere. Verrà segnalato alle autorità, costretto a piegarsi o a vivere fuori dalla società.

I VeriChip non sono gli unici dispositivi per ora sul mercato. La Motorola ha prodotto per la Mondex Smartcard dei dispositivi dotati di GPS che i Paesi dell’Unione Europea stanno pensando di adottare per la semplificazione dell’unificazione monetaria. Dall’anamnesi del paziente passiamo così alla giustificazione dell’impianto per i pagamenti! Così come il VeriChip misura 7 mm di lunghezza e 0,0775 di larghezza, contiene un transponder e una batteria a litio ricaricabile tramite la temperatura corporea. La Mondex, che ha acquisito il 51% del pacchetto azionario della Mastercard, ha speso 1,5 milioni di dollari per effettuare studi sul Biochip.

Da queste ricerche sarebbe emerso che i posti più adatti per inserire il dispositivo sarebbero il capo sotto la fronte e nella mano destra. In questo caso la ragione ufficiale per l’impianto sarà la facilitazione del pagamento in sostituzione di denaro corrente o carta di credito, a cui si andrà ad affiancare la procedura di riconoscimento della persona e il ritrovamento di persone scomparse, siano essi bambini oppure criminali… Insomma una carta d’identità elettronica munita di GPS per essere rintracciati ovunque. Ed ecco che il Grande Fratello è realtà! Inoltre per evitare la clonazione dell’impianto o meglio l’estrazione individuale del chip, il dispositivo contiene litio che nell’ipotetico tentativo di estrazione si romperebbe creando una vescica sottocutanea e la dispersione di sostanze chimiche dannose. Oltre, ovviamente, a essere rintracciati immediatamente dai Sorveglianti…

Manipolazione a distanza
Tra i teorici del complotto a insistere sull’ipotesi di un progetto segreto di ricerca sul controllo mentale mediante microchip, a fianco di David Icke si schiera la meno nota dottoressa Rauni-Leena Luukanen-Kilde, ex medico finlandese nota tra gli appassionati di ufologia per i suoi saggi nel campo UFO. La Rauni Kilde sostiene che sia possibile controllare il comportamento delle persone e influenzarne a distanza le azioni medianti l’impianti di microchip nel cervello, simili a quelli che le entità aliene impianterebbero nell’encefalo degli addotti nella zona ipofisaria. Sul giornale Spekula la Rauni Kilde pubblicò un lungo articolo sugli impianti sottocutanei mettendo in guardia gli americani dal pericolo di controllo di massa imminente. Ecco alcuni stralci: “È tecnicamente possibile inserire ad ogni neonato un microchip che potrebbe servire per identificare una persona per il resto della sua vita. Simili piani sono stati discussi segretamente negli Stati Uniti, senza nessuna esposizione delle questioni relative alla privacy […] Gli esseri umani con impianti possono essere seguiti ovunque: le funzioni cerebrali possono essere monitorate a distanza da supercomputers e persino alterare mediante il cambiamento delle frequenza. Cavie di esperimenti segreti sono stati detenuti, soldati, malati di mente, bambini portatori di handicap, audiolesi, ciechi, omosessuali, donne single, anziani, scolari e qualsiasi gruppo di persone considerato marginale dalle elites di sperimentatori”. La Rauni Kilde cita come esempi di primi esperimenti i dispositivi cerebrali impiantati chirurgicamente nel 1974 nello stato dell’Ohio, ma anche in Svezia a Stoccolma: “Elettrodi cerebrali furono inseriti nei crani di bambini, nel 1946, senza che i genitori ne fossero a conoscenza. Negli anni ’50 e ’60, impianti elettrici furono usati nel tentativo di cambiare il comportamento umano e i suoi atteggiamenti. Influenzare il funzionamento del cervello umano divenne un obiettivo importante dei servizi segreti e militari”. E ancora: “Il sistema elettronico di sorveglianza della NSA può simultaneamente seguire e gestire milioni di persone. Ognuno di noi ha un’unica frequenza di risonanza bioelettrica nel cervello, proprio come abbiamo impronte digitali uniche. Con stimoli cerebrali completamente decodificati dalle frequenze elettromagnetiche, segnali elettromagnetici pulsanti possono essere inviati al cervello creando la voce desiderata ed effetti visivi, perché vengano percepiti dal soggetto prescelto. È una forma di guerra elettronica”. Stando alla teoria della Rauni Kilde sarebbe possibile non solo la costituzione di un esercito composto da cyber soldati da controllare a distanza, ma anche la manipolazione di individui normalissimi che potrebbero essere “accesi” in qualsiasi momento e indotti a credere alla realtà di impulsi elettromagnetici quali allucinazioni visive o uditive creati ad hoc. Allo stesso modo si potrebbe torturare una persona dotata di microchip causandole dolore insopportabile e piegandola alla propria volontà.
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