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«È il futuro», ha annunciato orgogliosamente il premier Renzi, inaugurando insieme alla ministra della difesa Pinotti il nuovo stabilimento della Piaggio Aerospace a Villanova d’Albenga (Savona), definito dai dirigenti dell’azienda un centro di eccellenza che permette di «mantenere il ruolo di global brand nell’aviazione d’affari acquisendo in parallelo quello di player mondiale nel settore difesa». In altre parole, alla produzione di aerei di lusso per superricchi ed executive di multinazionali, la Piaggio Aerospace (nuova denominazione di Piaggio Aero) unisce quella di velivoli militari, come il pattugliatore multiruolo Multirole Patrole Aircraft e il velivolo a pilotaggio remoto P.1HH HammerHead.
Su quest’ultimo punta l’azienda per affermarsi nel settore militare. È un drone (velivolo senza pilota) di nuova generazione, progettato per una vasta gamma di missioni. Con una lunghezza e una apertura alare di circa 15 metri, e un peso massimo al decollo di oltre 6 tonnellate, il velivolo può volare per oltre 15 ore con un raggio d’azione di 8000 km, manovrando sia in modalità automatica che pilotato da una stazione terrestre. Con i suoi sofisticati sensori può individuare l’obiettivo, anche in movimento, fornendo le coordinate per l’attacco aereo o terrestre, o colpendolo direttamente con missili e bombe a guida di precisione. È quindi un sistema d’arma ideato per le guerre di aggressione in distanti aree geografiche.
Così l’Italia «si toglie di dosso la muffa», ha dichiarato Renzi nel discorso allo stabilimento della Piaggio Aero-space, dove accanto al palco troneggiava un modello del nuovo drone, intendendo sicuramente per «muffa» l’Art. 11 della Costituzione sul ripudio della guerra.
Quella della Piaggio Aerospace è una «storia da raccontare», ha aggiunto Renzi, poiché è un’azienda che sembrava finita ma è ripartita. Come abbia fatto lo si capisce dalla composizione del suo capitale sociale: esso è detenuto per il 98,05% dalla Mubadala Development Company, compagnia dell’emirato Abu Dhabi presieduta da Sua Altezza lo sceicco Mohamed Bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vice comandante supremo delle Forze armate. L’1,95% appartiene all’ing. Piero Ferrari (figlio di Enzo, fondatore della Scuderia di Maranello), passato dalle auto da corsa agli aerei da guerra: è stato sotto la sua presidenza dal 1998 al 2014 che la Piaggio Aero, oggi Piaggio Aerospace, è entrata nel settore militare.
Quindi l’azienda che Renzi indica all’Italia come fulgido esempio da seguire non è più italiana, ma appartiene quasi interamente alla famiglia dell’emiro di Abu Dhabi, il maggiore dei sette Emirati arabi uniti. «La nostra relazione di amicizia con gli Emirati arabi uniti – ha sottolineato Renzi nel suo discorso – non nasce semplicemente dal fatto che Mubadala è nel capitale di Piaggio o che Ethiad (altra compagnia degli Emirati) è nel capitale di Alitalia, ma nasce da un’idea profonda di condivisione politica».
Nessuno ne dubita: gli Emirati, come l’Italia, sono legati a doppio filo agli Stati uniti e alla rete delle loro basi militari. Per questo a Washington, e di conseguenza a Roma, si passa sotto silenzio il fatto – documentato dal Rapporto 2014 di Human Rights Watch – che ad Abu Dhabi e negli altri emirati il potere è concentrato per via ereditaria nelle mani delle famiglie regnanti, mentre partiti e sindacati sono considerati illegali, i dissidenti vengono imprigionati e torturati, gli immigrati (che costituiscono l’88,5% degli abitanti) schiavizzati.
Quando padrino di Israele era l'URSS
Il 17 maggio 1948, l'URSS riconosceva lo Stato di Israele, creato solo tre giorni prima. Questo gesto, considerato come una grande vittoria dal movimento sionista, è l'epilogo di un processo durato diversi anni. I primi contatti si ebbero a Londra, all'inizio del 1941. Mentre l'URSS era ancora alleata con la Germania nazista, il presidente dell'Organizzazione sionista mondiale, Chaim Weizmann, incontrò l'ambasciatore sovietico Ivan Maiski. Discussero del futuro della Palestina. Weizmann propendeva per la creazione di uno stato ebraico. I colloqui dell'ambasciatore sovietico proseguirono, qualche settimana dopo, con David Ben Gurion, dirigente dello Yichouv, la comunità ebraica residente in Palestina, e futuro primo ministro israeliano. Nonostante la storica opposizione del movimento comunista al progetto sionista, il nuovo stato non confliggeva con gli interessi sovietici, e tuttavia, fino al 1946, Mosca mantenne le sue riserve.
La svolta vi fu nel maggio 1947. Il Regno Unito, che aveva ottenuto dalla Società delle Nazioni (SDN), nel 1922, il mandato sulla Palestina, decise di sottoporre il dossier all'Organizzazione delle Nazioni unite (ONU), che cominciò a lavorarci sopra. Andrei Gromyko, giovane vice ministro degli Affari Esteri sovietico, annunciò allora che l'URSS avrebbe potuto appoggiare la divisione della Palestina in due Stati, uno ebraico e l'altro arabo, se la soluzione bi-nazionale si fosse rivelata impossibile da realizzare.
Da allora e fino al 1949, Israele ha beneficiato del sostegno politico, militare e demografico dell'URSS di Giuseppe Stalin. E ciò, nonostante il fatto che il leader sovietico avesse intanto avviato una campagna di repressione contro gli Ebrei, dovuta in gran parte a ragioni di lotta intestina per il potere al vertice dello Stato.
Sulla scena diplomatica, l'URSS giocò un ruolo centrale nell'adozione del piano di divisione della Palestina da parte dell'ONU, il 29 novembre 1947. Oltre al proprio, garantì anche il voto dei paesi satelliti, con la sola eccezione - mai spiegata - della Jugoslavia. Ma l’Unione Sovietica fornì anche a Israele le due risorse di cui aveva più bisogno: uomini e armi.
La battaglia demografica era vitale per la riuscita del progetto sionista. La popolazione ebraica in Palestina era, nel 1946, di 600.000 persone, vale a dire un terzo del totale. Occorreva a tutti i costi che i sionisti riuscissero a spostare a loro favore il rapporto di forze. L'URSS contribuì a questa riuscita in modo decisivo,
In primo luogo, fornì candidati all'emigrazione in Palestina. Nel corso dell'anno 1946, fece partire più di 150.000 ebrei polacchi verso le zone di occupazione inglesi e statunitensi in Germania, dove si unirono ai profughi dei campi. Si trattava di scampati ai campi nazisti, o gente che si trovava alla fine della guerra senza casa e senza famiglia, e che non aveva altra scelta se non quella di andare in Palestina. Il comportamento di Mosca aggravò questo problema, che mise il Regno Unito in una situazione difficile. Londra subiva forti pressioni non solo dal movimento sionista, ma anche dagli Stati Uniti. Gli Statunitensi non volevano accogliere questi rifugiati sul loro territorio e allo stesso tempo temevano gli effetti sull'opinione pubblica delle immagini di queste navi di emigranti illegali in viaggio verso la Palestina, respinti senza riguardi dalle forze inglesi.
Prima del 1948, l'URSS ha sostenuto, direttamente o indirettamente, alcune operazioni di immigrazione clandestina organizzate dall'Agenzia ebraica a partire dai paesi dell'Europa dell'est, soprattutto dalla Romania e dalla Bulgaria. I due terzi degli ebrei giunti in Palestina tra il 1946 e il 1948 provenivano da questi due paesi.
Dopo il 14 maggio 1948 e la proclamazione di indipendenza di Israele, la questione dell'immigrazione divenne ancora più vitale. Occorreva oramai rifornire di reclute il giovane esercito. In altri termini, alimentare i flussi migratori equivaleva a sostenere i progetti di guerra israeliani. Ebbene, tra il 1948 e il 1951, più di 300.000 ebrei dell'Europa dell'est emigrarono in Israele, vale a dire la metà del numero totale di immigranti di questo periodo.
Mosca sosteneva il giovane Stato ebraico anche sull'altro fronte della battaglia demografica: quello della omogeneizzazione della popolazione, che determinò l'esodo, e soprattutto l'espulsione, di più di 700.000 Arabi palestinesi. L'URSS escluse ogni responsabilità israeliana e accusò piuttosto Londra. Nel 1948, Londra votò contro la risoluzione 194 dell'Assemblea Generale dell'ONU sui rifugiati palestinesi, che prevedeva la possibilità del loro ritorno.
Sul piano militare, l'URSS fornì il suo aiuto alla causa sionista prima ancora della creazione di Israele, Fin dal mese di maggio del 1947, l'acquisto di armi era diventata una priorità per Ben Gurion. Su richiesta dell’URSS, la Cecoslovacchia diventò il principale fornitore di armi di Israele. Tra il 1948 e il 1951, Praga fornì armi leggere e pesanti, ivi compresi carri armati e aerei da combattimento, assicurando anche la formazione dei militari.
Nel 1968 Ben Gurion dirà che queste armi “hanno salvato il paese”: “Furono l’aiuto più importante che abbiamo ottenuto […] Dubito molto che senza di esse avremmo potuto sopravvivere dopo il primo mese".
Una campagna antisemita
Nel corso di questa prima sequenza, che copre il decennio 1941-1951, Israele ottenne dunque dall’URSS, in tutti i campi, un aiuto superiore alle sue speranze, senza peraltro perdere gli aiuti occidentali, in primo luogo quello degli Stati uniti. Ma in seguito, diversi episodi provocarono discordie, fino alla rottura delle relazioni diplomatiche nel febbraio 1953. Prima vi fu l’arresto totale dell’emigrazione ebraica dall’Europa dell’est, dove le campagne antisemite infuriavano. Poi vi fu il processo di Praga del novembre 1952. Dopo il divorzio tra Stalin e la Jugoslavia del maresciallo Tito del 1948, le “democrazie popolari” dell’Europa dell’est conobbero vaste purghe. In Cecoslovacchia, il segretario generale del partito comunista, Rudolf Slansky, venne accusato di avere ordito un complotto “imperialista sionista”. Durante il processo, undici dei quattordici accusati erano ebrei ed esplicitamente indicati come tali.
Si aggiunse la vicenda dei “camici bianchi”. Il 13 gennaio 1953, la Pravda pubblicò un comunicato che accusava un gruppo di “medici sabotatori”, per lo più ebrei, di avere assassinato dei dirigenti sovietici, per ordine di una organizzazione ebraica internazionale. Vennero arrestate diverse personalità. Tra loro, anche Polina Jemtchoujina, la moglie di Viatcheslav Molotov, braccio destro di Stalin; Ivan Maiski, l’ex diplomatico che aveva giocato un ruolo chiave nei contatti col movimento sionista; e ancora Maria Weizmann, la sorella del presidente israeliano Chaim Weizmann.
La morte di Stalin, il 5 marzo 1953, pose termine alla escalation tra i due paesi e segnò la fine della campagna contro gli ebrei sovietici. Le relazioni diplomatiche saranno ristabilite in luglio. Si apriva una nuova era. Non si avrà però un ritorno all’epoca d’oro degli anni 1947-1949, e la guerra del giugno 1967, nella quale Mosca sosterrà l’Egitto e i suoi alleati arabi, porterà ad una nuova rottura delle relazioni diplomatiche. Esse saranno ristabilite solo nel 1991, qualche settimana prima della sparizione dell’URSS.
La svolta vi fu nel maggio 1947. Il Regno Unito, che aveva ottenuto dalla Società delle Nazioni (SDN), nel 1922, il mandato sulla Palestina, decise di sottoporre il dossier all'Organizzazione delle Nazioni unite (ONU), che cominciò a lavorarci sopra. Andrei Gromyko, giovane vice ministro degli Affari Esteri sovietico, annunciò allora che l'URSS avrebbe potuto appoggiare la divisione della Palestina in due Stati, uno ebraico e l'altro arabo, se la soluzione bi-nazionale si fosse rivelata impossibile da realizzare.
Da allora e fino al 1949, Israele ha beneficiato del sostegno politico, militare e demografico dell'URSS di Giuseppe Stalin. E ciò, nonostante il fatto che il leader sovietico avesse intanto avviato una campagna di repressione contro gli Ebrei, dovuta in gran parte a ragioni di lotta intestina per il potere al vertice dello Stato.
Sulla scena diplomatica, l'URSS giocò un ruolo centrale nell'adozione del piano di divisione della Palestina da parte dell'ONU, il 29 novembre 1947. Oltre al proprio, garantì anche il voto dei paesi satelliti, con la sola eccezione - mai spiegata - della Jugoslavia. Ma l’Unione Sovietica fornì anche a Israele le due risorse di cui aveva più bisogno: uomini e armi.
La battaglia demografica era vitale per la riuscita del progetto sionista. La popolazione ebraica in Palestina era, nel 1946, di 600.000 persone, vale a dire un terzo del totale. Occorreva a tutti i costi che i sionisti riuscissero a spostare a loro favore il rapporto di forze. L'URSS contribuì a questa riuscita in modo decisivo,
In primo luogo, fornì candidati all'emigrazione in Palestina. Nel corso dell'anno 1946, fece partire più di 150.000 ebrei polacchi verso le zone di occupazione inglesi e statunitensi in Germania, dove si unirono ai profughi dei campi. Si trattava di scampati ai campi nazisti, o gente che si trovava alla fine della guerra senza casa e senza famiglia, e che non aveva altra scelta se non quella di andare in Palestina. Il comportamento di Mosca aggravò questo problema, che mise il Regno Unito in una situazione difficile. Londra subiva forti pressioni non solo dal movimento sionista, ma anche dagli Stati Uniti. Gli Statunitensi non volevano accogliere questi rifugiati sul loro territorio e allo stesso tempo temevano gli effetti sull'opinione pubblica delle immagini di queste navi di emigranti illegali in viaggio verso la Palestina, respinti senza riguardi dalle forze inglesi.
Prima del 1948, l'URSS ha sostenuto, direttamente o indirettamente, alcune operazioni di immigrazione clandestina organizzate dall'Agenzia ebraica a partire dai paesi dell'Europa dell'est, soprattutto dalla Romania e dalla Bulgaria. I due terzi degli ebrei giunti in Palestina tra il 1946 e il 1948 provenivano da questi due paesi.
Dopo il 14 maggio 1948 e la proclamazione di indipendenza di Israele, la questione dell'immigrazione divenne ancora più vitale. Occorreva oramai rifornire di reclute il giovane esercito. In altri termini, alimentare i flussi migratori equivaleva a sostenere i progetti di guerra israeliani. Ebbene, tra il 1948 e il 1951, più di 300.000 ebrei dell'Europa dell'est emigrarono in Israele, vale a dire la metà del numero totale di immigranti di questo periodo.
Mosca sosteneva il giovane Stato ebraico anche sull'altro fronte della battaglia demografica: quello della omogeneizzazione della popolazione, che determinò l'esodo, e soprattutto l'espulsione, di più di 700.000 Arabi palestinesi. L'URSS escluse ogni responsabilità israeliana e accusò piuttosto Londra. Nel 1948, Londra votò contro la risoluzione 194 dell'Assemblea Generale dell'ONU sui rifugiati palestinesi, che prevedeva la possibilità del loro ritorno.
Sul piano militare, l'URSS fornì il suo aiuto alla causa sionista prima ancora della creazione di Israele, Fin dal mese di maggio del 1947, l'acquisto di armi era diventata una priorità per Ben Gurion. Su richiesta dell’URSS, la Cecoslovacchia diventò il principale fornitore di armi di Israele. Tra il 1948 e il 1951, Praga fornì armi leggere e pesanti, ivi compresi carri armati e aerei da combattimento, assicurando anche la formazione dei militari.
Nel 1968 Ben Gurion dirà che queste armi “hanno salvato il paese”: “Furono l’aiuto più importante che abbiamo ottenuto […] Dubito molto che senza di esse avremmo potuto sopravvivere dopo il primo mese".
Una campagna antisemita
Nel corso di questa prima sequenza, che copre il decennio 1941-1951, Israele ottenne dunque dall’URSS, in tutti i campi, un aiuto superiore alle sue speranze, senza peraltro perdere gli aiuti occidentali, in primo luogo quello degli Stati uniti. Ma in seguito, diversi episodi provocarono discordie, fino alla rottura delle relazioni diplomatiche nel febbraio 1953. Prima vi fu l’arresto totale dell’emigrazione ebraica dall’Europa dell’est, dove le campagne antisemite infuriavano. Poi vi fu il processo di Praga del novembre 1952. Dopo il divorzio tra Stalin e la Jugoslavia del maresciallo Tito del 1948, le “democrazie popolari” dell’Europa dell’est conobbero vaste purghe. In Cecoslovacchia, il segretario generale del partito comunista, Rudolf Slansky, venne accusato di avere ordito un complotto “imperialista sionista”. Durante il processo, undici dei quattordici accusati erano ebrei ed esplicitamente indicati come tali.
Si aggiunse la vicenda dei “camici bianchi”. Il 13 gennaio 1953, la Pravda pubblicò un comunicato che accusava un gruppo di “medici sabotatori”, per lo più ebrei, di avere assassinato dei dirigenti sovietici, per ordine di una organizzazione ebraica internazionale. Vennero arrestate diverse personalità. Tra loro, anche Polina Jemtchoujina, la moglie di Viatcheslav Molotov, braccio destro di Stalin; Ivan Maiski, l’ex diplomatico che aveva giocato un ruolo chiave nei contatti col movimento sionista; e ancora Maria Weizmann, la sorella del presidente israeliano Chaim Weizmann.
La morte di Stalin, il 5 marzo 1953, pose termine alla escalation tra i due paesi e segnò la fine della campagna contro gli ebrei sovietici. Le relazioni diplomatiche saranno ristabilite in luglio. Si apriva una nuova era. Non si avrà però un ritorno all’epoca d’oro degli anni 1947-1949, e la guerra del giugno 1967, nella quale Mosca sosterrà l’Egitto e i suoi alleati arabi, porterà ad una nuova rottura delle relazioni diplomatiche. Esse saranno ristabilite solo nel 1991, qualche settimana prima della sparizione dell’URSS.
Fonte: Le Monde diplomatique
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